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Moneyball: l'arte di vincere nel baseball

Creato il 27 gennaio 2012 da Pianosequenza

Moneyball: l'arte di vincere nel baseball

L'arte di vincere
(Moneyball)
Bennet Miller, 2011 (USA), 126'
uscita italiana: 27 gennaio 2012
voto su C.C. Moneyball: l'arte di vincere nel baseball
2001. Billy Beane (Brad Pitt), General Manager degli Oakland Athletics, vede la sua franchigia soccombere dopo una rocambolesca serie contro i ricchissimi New York Yankees. È la fine di un sogno durato un'intera stagione: confrontarsi, limitati da un budget risibile, con le storiche compagini del baseball professionistico americano con l'obbiettivo di vincere le ambite World Series. Dopo la delusione, tutti i principali talenti del roster vanno via, attirati da ingaggi faraonici che il buon Beane non potrà mai garantire. Convinto dell'impossibilità di gareggiare sul piano economico contro realtà consolidate da secoli di storia e primati, l'ambizioso Billy decide quindi di sposare le teorie di un giovane studente neo-laureato ad Harvard (Jonah Hill), secondo le quali è possibile costruire un team vincente basandosi solo su calcoli e statistiche. L'intera storia di una delle discipline più popolari (e antiche) d'America rischia di essere rivoluzionata.
Ben pochi sport sono più indecifrabili del baseball. Persino quelli che, come chi scrive, sono patologicamente affascinati da qualsiasi evento sportivo (per lo sdegno dei radical-intellettuali) faticano ad appassionarsi guardandone un match in onda quasi per caso su una tv satellitare. Eppure Bennet Miller (Truman Capote- A sangue freddo) riesce a rendere le oltre due ore del suo Moneyball sorprendentemente coinvolgenti. Molti dei meriti vanno agli autori Stan Chervin, Steven Zaillan e Aaron Sorkin, in grado di trasporre l'omonimo romanzo di Michael Lewis con un magistrale “senso dello spettacolo”; alcuni personaggi e situazioni non rispettano fedelmente la realtà (il personaggio di Hill, Peter Brand, è di fatto una creazione degli sceneggiatori, ispirata ad alcuni collaboratori di Beane) ma l'essenza della storia, con tanto di estratti dalle vere radiocronache e filmati di repertorio, resta intatta.
Come viene ripetuto durante il film, è difficile non diventare romantici parlando di baseball, perché spesso diventa metafora fedele per le vicissitudini di una vita. Presto si comprende che la crociata di Beane contro l'establishment della MLB (Major League Baseball) non è solo la conseguenza delle frustrazioni di un manager squattrinato, ma è motivata da ragioni ben più profonde e personali di quelle che si potrebbero credere. Da giovane, Billy rinunciò al college spinto dalle promesse degli scout di una franchigia MLB che lo prospettavano come un giocatore professionista dal brillante futuro, ma la sua carriera si rivelò un fallimento; è da questa cicatrice mai completamente sanata (con flashback a far capolino nella narrazione ogni volta che una nuova delusione si prospetta all'orizzonte) che nasce la fede, cieca, nei numeri e nelle statistiche piuttosto che nella capacità dei canuti esperti della sua squadra. In un momento significativo del film, Beane chiede a Brand come lo avrebbe valutato quando era un giovane della high school, ricevendo la conferma che i freddi numeri avrebbero predetto la sua carriera meglio del gruppo di scout “infallibili” che lo avevano giudicato. Invece di diventare un mediocre ex giocatore, con diploma e figlia a carico, sarebbe potuto essere un laureato a Stanford, forse un quarterback, con prospettive senza dubbio migliori. Ecco dunque, secondo Beane, il peccato originale del baseball a stelle e strisce: il basarsi sull'illusione dell'apparenza piuttosto che sulla sostanza delle percentuali – una rivoluzione copernicana che ha poi coinvolto l'intera MLB, convincendo anche i club più ricchi a modificare le loro strategie societarie.
Miller segue il suo protagonista sempre da vicino, evidenziandone umanità e debolezze, e Pitt gli risponde con una interpretazione convincente. Con qualche ruga in più, segno che gli anni passano per tutti, l'ex viso angelico del cinema hollywoodiano si dimostra perfetto per il ruolo, tutt'altro che banale (ne sarà lusingato il vero Billy Beane, a cui quelli del casting hanno fatto un bel favore...); anche la spalla, Jonah Hill, passa indenne dalle commedie demenziali al dramma, nonostante il suo personaggio sia rischiosamente al limite della caricatura. Come i migliori film del genere, Moneyball utilizza il linguaggio dello sport per trasmettere un messaggio universale. Perché niente può raccontare meglio la vita di una stupida partita.
Romantico.

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