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Mps, il porto delle nebbie dell’Italia

Creato il 25 gennaio 2013 da Albertocapece

602-408-20130125_073558_56C7ED63La vicenda del Monte dei Paschi di Siena mostra in modo inequivocabile la filigrana di un potere di fatto ubiquo e indistinguibile: Monti difende chi doveva controllare e non l’ha fatto, Bersani dice che il Pd fa il Pd e la banca fa la banca, subito smentito da quel genio inarrivabile di D’Alema il quale sostiene che “Mussari l’abbiamo cacciato noi”, altri partono per la tangente invocando il controllo bancario europeo, dimenticando che a controllare dovrebbe essere lo stesso personaggio, Draghi, che non si è accorto di nulla in precedenza. Persino Berlusconi è cauto e nonostante l’assist che gli porta la vicenda, ci fa sapere che è grazie a Mps che ha fatto Milano 2, senza parlare dei rapporti privilegiati di Verdini e compagnia. Grillo dice che il Pd ha distrutto la banca, ma questa ha fatto in maniera particolarmente perdente ciò che hanno fatto tutte le banche del mondo, chiuse dentro il loro sistema-denaro. E la stessa cosa, gli stessi intrecci ad ampio raggio si possono ritrovare nei vari fatti e fattaci dell’Italia, dall’Alitalia, agli F35, alla nuova guerra d’Africa e chi più ne ha più ne metta.

Per fortuna che Flores d’Arcais dice che la questione morale si è sostituita come tema della campagna elettorale alle varie agende per via di quella manciata di esclusioni dalle liste di banditi con la mascherina. Ma invece  ciò che ci dicono i balbettii dei candidati è che siamo di fronte alla più grande questione immorale per una democrazia: la mancanza di opposizione e di alternativa che si sostanzia nell’agendismo vacuo e omologo che viene proposto e anzi twittato perché se ne nasconde meglio l’inconsistenza. Quasi una confessione di colpevolezza da parte di un potere politico fattosi casta del tutto subalterno ai poteri economici. Il massimo di contestazione viene dalla richiesta di un “paese normale” frase rituale che non si sa bene cosa possa significare, fatta propria dai ceti medio e piccolo borghesi, spesso scambiata per qualcosa di “sinistra” quando invece nella richiesta di normalità s’intuisce l’adesione o la non capacità di vedere oltre il circolo magico del  paradigma neoliberista.

Così il governo del Paese, diventa la governance di una serie di rapporti di potere da quale viene del tutto escluso il lavoro non più sentito come centro di creazione di ricchezza, ma come appendice degli asset finanziari:  gli “eserciti di riserva” sparsi per tutto il mondo e in qualche caso la tecnologia, ne hanno marginalizzato non certo l’importanza essenziale per la società umana, ma la consapevolezza collettiva. Non è un caso che l’opposizione alla governance si traduca spesso in protesta o in indignazione, oppure in battaglie assolutamente nobili ma circoscritte a temi generali o locali, senza riuscire a trasformarsi in idea di conquista generale, nella speranza di un nuovo ordine di cose.  Vale a dire nella elaborazione di un alternativa sociale e di un antagonismo che non si attivi solo su problemi specifici, ma capace di riportare al centro della scena i diritti, oggi sostituiti dal mercato.

Sono le prassi, gli obiettivi e i modi del conflitto che vanno creati ex novo e che debbono riaggregare i produttori nel momento in cui la “rivoluzione liberista” per dirla con Giorgio Galli è in declino e si annuncia la necessità di una “quinta rivoluzione”. Ora questa è stata una lunga digressione, ma il gotico senese di Palazzo Salimbeni, sede del Monte dei Paschi è quasi un pugno nello stomaco se lo si confronta al putridume che ne esce e che coinvolge nelle bugie e nei mormorii, negli affari e nei silenzi, tutto il paese che conta. Al tempo stesso rende misera e squallida la scena politica e ci fa capire come siamo fin troppo normali e rassegnati alla normalità quotidiana.


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