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Musica per lettori camaleonti – I

Creato il 06 ottobre 2012 da Sulromanzo

Musica per lettori camaleonti – IPartiamo da una domanda: che cosa ascoltate quando leggete un libro? Il silenzio? Può essere una scelta saggia se vi state per confrontare con i primi capitoli di Anna Karenina, almeno per familiarizzare con la pletora di cognomi che Tolstoj sembra amare così visceralmente e che a un pubblico non russofilo potrebbero apparire tutti uguali. Ma per arrivare ancora vivi e soprattutto con piacere soddisfatti alla fine della storia, dovreste ascoltare Snowflake di Kate Bush, mentre Anna osserva la neve che cade fuori dal finestrino che la allontana dal suo amore. È di questo che parleremo nella rubrica, del ritmo, del testo e della musica che ad esso meglio si adatta e meglio vi permetterà di assorbirne gli strati. Pensate a un romanzo come a un millefoglie, le parole sono lo zucchero a velo, quello che lecchiamo compiaciuti alla nostra prima lettura, quello che ci costringe a correre subito all’ultimo strato per scoprirne la reale fragranza. Ma in mezzo c’è un mondo di sensazioni che costruiscono il ritmo del racconto. Molte volte non abbiamo il tempo o la voglia di ascoltarlo e perdiamo qualcosa di importante. Allora perché non farci aiutare da un ritmo musicale adatto ad assaporare al meglio il lavoro che l’autore di turno ha faticosamente costruito? Pronti a provare? Bene, allora iniziamo.

Coral Glynn eSomeone to watch over me.

Ve la ricordate la canzone del duo Ira e George Gershwin, sì, quella cantata da Frank Sinatra e da Ella Fitzgerald (a quest’ultima versione del 1950 mi riferisco espressamente) che a me fa subito pensare al dopoguerra, a una sottile striscia di anni conficcata fra la fine dei ’40 e l’inizio dei ’50, a quelle case americane tutte legno scuro dentro e candide fuori, con le colonne doriche e il grande patio, le immense librerie, i grandi scaloni con alle pareti paesaggi tardo Ottocento, intrappolati in cornici barocche, una decina di living, drawing e parlour sparsi al piano terra, con colori alle pareti che pian piano stavano passando dal damascato rigoroso al pastello speranzoso, colori che si potevano solo immaginare in un film in bianco e nero di cui certamente Someone to watch over me sarebbe stata inserita nella colonna sonora. Penso a Katharine Hepburn e Spencer Tracy, a James Stewart e a Henry Fonda, a uomini che d’improvviso lasciavano l’uniforme marrone per gli smoking e a quelli che alla loro uniforme rimanevano legati, avvinti a un tempo orribile eppure l’unico in cui forse erano riusciti a costruirsi un ruolo in cui credere, in cui smettere finalmente di pensare. Ecco, è questo l’inatteso palcoscenico su cui Peter Cameron ci fa planare con il suo ultimo romanzo Coral Glynn (Adelphi, aprile 2012), uscito in Italia nella traduzione di Giuseppina Oneto in contemporanea con la prima uscita in lingua originale negli Stati Uniti. Il romanzo ci porta nella primavera del 1950 in Inghilterra, nel giardino di una villa, villa Hart per l’esattezza, dimora del serio e silenzioso maggiore Clement Hart, di una madre morente di cui intuiamo un carattere non proprio debole, di una governante gelosa e conservatrice, Mrs. Prence, e, per poco, anche di Coral Glynn, ennesima infermiera chiamata a badare alle ultime necessità della madre del maggiore, poi del maggiore stesso e in un certo qual modo dell’intera comunità che in questo romanzo trova ospitalità. Sarà Coral ad infastidirli, incuriosirli, indispettirli e ingelosirli. Ci sistemeremo allora su uno dei divani di villa Hart per goderci lo spettacolo, con davanti un buon tè al latte e gli immancabili microsandwich al cetriolo e, perché no, se il nostro stomaco vi farà fronte, una delle “deliziose” paste al ribes che Mrs. Prence prepara e offre all’ispettore di polizia arrivato a villa Hart per indagare su un omicidio. Ma non lasciamoci ingannare dall’impianto da British crime che Cameron ci offre, impreziosito qua e là da alcuni virtuosismi tipici della coppia cinematografica Merchant-Ivory da Quel che resta del giorno in avanti, lasciando, di certo turbati e atterriti, gli estimatori del Peter Cameron di Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007). Non siamo in un film in bianco e nero della Hollywood degli anni dorati, né in un romanzo di AgathaChristie, sebbene alcuni personaggi non possano che farci pensare ai film, più che ai libri, che si sono ispirati al lavoro della scrittrice britannica. Il tema centrale del romanzo non è certo l’omicidio, questo è solo un pretesto, una casualità fra le tante intorno a cui si attorciglia il testo e che servirà solo a far confrontare il lettore con uno dei temi cari a Cameron: la potenza del non detto rispetto al dichiarato, gli errori, le delusioni, il dolore che questo comporta, che a Coral “un giorno sarà utile”, permettendole di scoprire una se stessa molto più forte e lontana da quello che aveva sperato. Per gli altri personaggi è tutta un’altra storia, ma non sarò certo io a svelarvela. A questo penserà Cameron se vi farete tentare dal suo libro, tentazione che incoraggio. Lo stile è pulito e seducente, con difficoltà vi incastrerete su un passaggio non necessario al procedere della storia o su un aggettivo o un avverbio di troppo. I personaggi si fronteggeranno con coraggio e una certa arguzia, ma arrivando a pagina 212 (e con essa alla fine della storia) potreste trovarvi a chiedervi il perché di questa scelta, il perché di questa storia e soprattutto cosa vi porterete a casa in più rispetto ai precedenti romanzi di Cameron. Probabilmente è colpa sua o vostra, se avete letto e vissuto Un giorno questo dolore ti sarà utile con troppa intensità come ho fatto io. Le aspettative, si sa, non fanno che crescere, almeno in letteratura.

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