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NASSIRYA di P. Laporta

Creato il 13 novembre 2013 da Conflittiestrategie

Un’autocisterna lanciata in velocità esplode e distrugge base Maestrale dei carabinieri a Nassirya. È  il 12 novembre 2003, ore 08.40. Base Libeccio, a 400 metri, è gravemente diroccata. Muoiono 28 persone, delle quali 19 italiani, 17 militari e due civili.

La procura militare di Roma nel 2007 chiese il rinvio a giudizio per due generali dell’esercito – Bruno Stano e Vincenzo Lops – e per il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli. Dopo lungo iter giudiziario furono assolti tutti con formula piena.

Il giudizio fu poi convogliato sulla Cassazione civile per determinare i risarcimenti che lo Stato paga alle vittime. 

La responsabilità civile è una cosa. La responsabilità penale è un’altra cosa. Se la responsabilità penale non fu dei tre iniziali accusati, delle due l’una: o la magistratura militare mise in piedi un processo che non si doveva fare oppure la responsabilità penale è altrove. Finora dunque la verità rimane velata, come per le rimanenti stragi italiane.

Mentre si disputa sull’utilità della magistratura militare, Nassirya è un caso su cui meditare.

L’ordine di operazione per una missione militare all’estero è esattamente come il progetto esecutivo per costruire una casa. L’ordine di operazione è scritto su disposizione del committente, il ministro della Difesa, per mano dei massimi livelli dello stato maggiore della Difesa.

Nell’ordine di operazione è stabilito tutto: quali sono le forze che compiono la missione e qual è il loro obiettivo; dove si schierano e per quanto tempo; quali sono le armi, i mezzi, gli equipaggiamenti e tutte le altre risorse; chi sono i comandanti in capo a tali forze e da chi costoro, a loro volta, dipendono; chi fornisce le informazioni (la c.d. intelligence) senza le quali la missione sarebbe cieca.

Dopo di che l’ordine d’operazione viene consegnato ai comandanti che operano sul terreno, a migliaia di chilometri da Roma. Questi comandanti sono come il direttore del cantiere che costruisce la casa, il quale legge il progetto esecutivo (l’ordine di operazione) sapendo di dover realizzare quanto vi è scritto.

La missione parte. Le truppe si schierano dov’è previsto dall’ordine di operazione e fanno quanto vi è stato stabilito.

La procura militare di Roma escluse dall’inchiesta i due generali che firmarono l’ordine di operazione, il generale Rolando Mosca Moschini, capo di stato maggiore della difesa, e il generale Filiberto Cecchi, comandante operativo di vertice.  Forse, se l’inchiesta l’avesse condotta la magistratura ordinaria, sarebbe stato diverso. È andata comunque così, che farci?

E’ pure importante ricordare che quando due ministri aprono bocca su una questione operativa importante, come fu la missione militare in Iraq, lo fanno sulla base di valutazioni ben approfondite e fondate sulle informazioni di intelligence, vagliate dai sapienti consiglieri di quei ministri.

I ministri di Esteri e Difesa ai tempi di Nassirya, Franco Frattini e Antonio Martino, andavano assicurando il carattere umanitario della missione, non solo nelle loro comunicazioni al parlamento, anche e ripetutamente alla stampa, fino a poche ore prima della strage. Nessuno può immaginare che i due ministri fossero degli sconsiderati. 

Se la missione fu dunque umanitaria, come assicurarono ripetutamente i due ministri, fu conseguentemente logico che i carabinieri si schierassero nel centro di Nassirya, dove però poi furono facile bersaglio. Eppure tutti erano convinti che non vi fosse alcun pericolo. Lo stato maggiore della Difesa autorizzò infatti una troupe di cineasti a fare delle riprese proprio su base Maestrale, dove i poveretti furono coinvolti nell’esplosione.

Mai una tale autorizzazione sarebbe stata concessa ai cineasti se a Roma avessero sospettato il benché minimo pericolo.

Chi autorizzò la troupe a fare le riprese quel mattino su base Maestrale?

Su quali informazioni e valutazioni costui assunse la sua decisione?

Perché non è stato interrogato?

Non di meno la procura militare sostenne che i tre comandanti ricevettero un credibile preavviso dell’attentato dal servizio informazioni, diretto da Pollari. Tale circostanza rimase indimostrata e Pollari non fu mai interrogato.

D’altro canto se fosse vero quanto asserito dalla procura militare circa l’esistenza di una tale informativa allarmante – e non vi sarebbe motivo alcuno di dubitarne – la dritta sull’attentato sarebbe dovuta arrivare ai “direttori di cantiere”, ai comandanti sul terreno,  da almeno tre canali: il Sismi, lo stato maggiore della difesa, il comando della divisione inglese che aveva giurisdizione sul territorio di Nassirya.

Difficile negare che la qualità dell’attentato renderebbe sconcertante la triplice cecità di quei canali di intelligence. Posto quindi che tale informativa esiste – altrimenti la procura militare non ne avrebbe parlato – vi sono solo due alternative: o l’informativa partì e non arrivò, oppure non partì affatto.

Occorre quindi capire tuttora «se, come e perché» una delle due alternative si realizzò.

Eppure nessuno dei responsabili dei tre canali di intelligence fu interpellato sul punto, sebbene non sembri una curiosità di poco conto.

Un altro dettaglio importante è che solo un razzo controcarro avrebbe arrestato la cisterna con 4 tonnellate di esplosivo prima che arrivasse troppo vicino a Base Maestrale. I carabinieri a Nassirya  non avevano razzi controcarro ma solo delle armi leggere e, alla prova dei fatti, rivelatesi inadatte.

La qualità e la quantità delle armi era stabilita dall’ordine di operazioni, scritto a Roma da Mosca Moschini e da Cecchi, non dai comandanti operativi agenti sul terreno D’altro canto, perché schierare delle armi contro carro se si trattava di una missione umanitaria?

E’ dunque certo e alla prova dei fatti: qualcuno toppò in pieno circa gli equipaggiamenti e le valutazioni a monte che li determinarono, ma nessuno ha cercato i responsabili. Curioso, non vi pare?

Il fatto più inspiegabile di tutti. La procura militare non dispose alcuna perizia scientifica sull’evento centrale: l’esplosione. Persino per un incidente stradale si fa una perizia.

Forse una spiegazione c’è. La procura militare congetturò 400 chili di esplosivo per l’esplosione. Vi domanderete se si può formulare un capo di accusa su una congettura. La procura militare fu illuminata da due inchieste, commissionate dal ministro Martino. Di solito, in casi analoghi, il ministro della Difesa dispone una sola inchiesta, i cui esiti poi mette a disposizione della magistratura. Martino fu più scrupoloso e volle due inchieste, affidate a due generali di corpo d’armata, uno dei carabinieri e l’altro dell’esercito; meglio abbondare, si disse.

Ambedue  le inchieste stabilirono che la quantità di esplosivo era “circa  400 chili di tritolo”, cioé un decimo della quantità reale, per ”una devastante esplosione” scrissero “che investe persone e cose nel raggio di molte decine di metri”.

Decine di metri? Le due basi distavano, come s’è detto, 400 metri.

Colpo di scena. Fu stabilito scientificamente, due anni dopo l’inizio dei processi, che a Nassirya esplosero 4 tonnellate di tritolo e non 4 quintali.

Lo stabilirono il prof. Adolfo Bacci e l’ammiraglio Roberto Vassale, periti di vaglia, già impiegati dalla magistratura ordinaria per le stragi siciliane di Capaci, via D’amelio, e a Firenze, in via dei Georgofili (la perizia di Bacci e Vassale puoi leggerla qui).

Nessuno domandò mai ai due generali di corpo d’armata, uno dell’esercito e l’altro dei carabinieri, quelli che avevano condotto l’inchiesta, come mai avevano toppato così clamorosamente sulla quantità di esplosivo, 4 quintali invece di 4 tonnellate, scientificamente certificate.

Se la magistratura militare non fa le domande che ci siamo posti, a che cosa serve? 


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