Magazine Diario personale

Naturale e idilliaco

Da Lanterna
Come ormai sanno anche i muri, io vivo immersa nella natura. Quando c'è la nebbia o le zanzare premono sulle nostre finestre o devo prendere l'auto per andare a prendere il pane, preferirei vivere in piazza del Duomo, di qualsiasi città. Quando invece il tempo è piacevole, c'è il sole e i miei figli giocano felici insieme ai vitelli, mi sembra il posto migliore del mondo.
La verità è che io sono sempre vissuta in posti poco più civilizzati della cascina: sì, la strada era asfaltata, ma bastava arrivare alla fine della via e lì si apriva la campagna. Oltretutto, il mio nonno preferito (ma non ditelo all'altro, se no si offende) era nato e vissuto in campagna fino a 45 anni, in una cascina sperduta nella Lomellina, di cui mi dispiace molto di non conoscere l'esatta ubicazione. Da lui ho imparato ad addomesticare una gazza, per esempio. Il resto l'hanno fatto i libri: quanti di voi sanno che i bruchi di macaone, che si nascondono in mezzo alle carote, se minacciati, tirano fuori due cornini che sanno di carota, per depistare gli aggressori? Io li ho visti con i miei occhi, e mi dispiace tanto che mio nonno (l'altro) non coltivi più le carote.
Questo per dire che, anche se sarei più comoda e felice di vivere in città, sotto sotto sono fiera delle mie competenze di campagnola.
Proprio perché la campagna l'ho sempre vissuta, odio che ne venga tessuto l'elogio in modo astratto. In particolare, non sopporto chi cerca di applicare le proprie categorie mentali alla realtà che io conosco bene.
Per esempio, chi tesse le lodi della natura provvida e materna dovrebbe ascoltare le urla delle manze che partoriscono, soprattutto se si tratta del loro primo nato. Molte sono spaventate e doloranti, non hanno più la forza di spingere. In chi cercano conforto? Nell'uomo, che ficca tutto un braccio dentro di loro e risolve situazioni che in natura sarebbero state mortali. Lo stesso uomo che poi separerà la madre dal figlio, che altrimenti si berrebbe tutto il latte che invece vogliamo berci noi. Lo stesso uomo che, sentendo la madre e il figlio che si chiamano, va a fare una carezza a entrambi perché si sente in colpa ed esorta i miei bambini a tenere compagnia al nuovo nato.
A chi mi dice che la televisione veicola immagini cruente, rispondo che è molto peggio vedere di persona un vitello neonato morto, con la madre legata accanto, che attende il macellaio perché il parto l'ha rovinata e quindi non potrà più figliare. Ma dico anche che intorno alla vacca da macello gira l'uomo che l'ha fatta partorire, che si assicura che la povera bestia non soffra mentre aspetta.
Vivere in una cascina significa spiegare ai tuoi figli perché i vitellini non possono vedere le loro mamme, e fa sì che i tuoi figli non colleghino i topi da cartone animato con i resti sanguinolenti sul pavimento della cucina, perché c'è troppa differenza. Significa anche che i tuoi figli, se vedono un vitello immobile sulla paglia, ti chiedono se è morto, perché sanno che è possibile.
Vivere in campagna significa capire bene la legge del più forte, perché la vedi applicata ogni giorno da chi ti circonda: dagli umani sugli animali, dai predatori sulle prede, negli scazzi gerarchici all'interno di ogni specie. E, che tu sia adulto o bambino, ti senti in bilico tra l'abbandonarti al tuo istinto e il rispettare le regole del vivere civile che ti hanno inculcato.
Vivere in campagna ti aiuta però anche a liberarti dalle ipocrisie: i miei figli sanno perfettamente che cosa mangiano, in casa mia non girerà mai la pietosa bugia del coniglietto che però non è lui o cose del genere. Certo, se dovessi uccidere io le mucche che mangio, lo farei piangendo, perché queste mucche mi hanno fatto compagnia quando i miei figli erano piccolissimi e mi rispecchio in loro, oltre al fatto che sono animali bellissimi. Difficilmente ucciderò una gallina, perché spennarla e mondarla è una menata pazzesca (il coniglio molto meno, ma non ne abbiamo e non mi piace!), ma ricordo senza nessun trauma mia zia che tirava il collo alle galline quando ero piccola.
Ecco, una cosa che a ricordarmela mi fa un po' impressione (ma forse mi incuriosisce più che disgustarmi) è mia zia che pelava le rane: staccava la testa con un coltello e poi toglieva la pelle con un solo movimento abile. Poi le buttava in un mastello, dove la rana morta e scuoiata si agitava ancora un po'. Vi sembra idilliaca questa visione? Ciononostante, le rane stufate mi piacciono molto (quelle fritte dei baracchini un po' meno, ma temo che sia perché si tratta di rane cinesi, di scarsa qualità).
Questo non vuol dire che io sia una donna da corpo dei marines, tutta d'un pezzo: se una serpe mi attraversa la strada, salto in braccio al primo che ho accanto.
E questo non vuol nemmeno dire che io non accolga le istanze dei vegetariani. Solo, mi limito a dire che do più ragione ai vegani: in un allevamento per la produzione di latte, la morte è parte integrante del meccanismo. Di più: anche se i vitelli maschi venissero liberati in natura anziché essere mandati al macello da grandi (tranne i più fortunati, che finiranno a fare gli inseminatori), il meccanismo di riproduzione a comando e di separazione delle madri dai vitelli sarebbe comunque crudele e doloroso. E badate che parlo di un allevamento "umano", non intensivo.
Mi fanno un po' di tenerezza, invece, coloro che a Pasqua si battono contro la mattanza degli agnelli. Sono d'accordo con loro sul fatto che mangiare un animale più adulto sarebbe più etico ed economico, ma teniamo conto del fatto che per un animale in natura è normalissimo che il suo piccolo abbia poche possibilità di diventare adulto: gli agnelli sono lenti e incerti, e i lupi li mangiano per primi, se il gregge non è in grado di proteggerli.
Del resto, appena fuori dalla nostra campagna umanizzata, le volpi e i gatti continuano a cacciare i più deboli e malati, i cinghiali attaccano tutto ciò che si muove e gli aironi si contendono rane e pesci con i cormorani.
Ed è giusto così: siamo noi, con la nostra etica e le nostre sovrastrutture, a complicare tutto. Per fortuna, mi vien da dire.

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