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NBA, sempre un terzo tempo avanti

Creato il 16 ottobre 2014 da Retrò Online Magazine @retr_online

Spesso, per sentito dire e per gli immancabili luoghi comuni, siamo spinti a credere che al di là dell’Atlantico tutto vada meglio. E, forse, questa leggenda non è del tutto infondata, almeno per quanto concerne la più famosa lega di pallacanestro del mondo, l’NBA. Ma andiamo a vedere perché.

Come prima questione, tutti si ricorderanno del bacio che Alessandro Florenzi era andato a dare alla propria nonna, entrata in uno stadio per la prima volta nella sua vita, per festeggiare la rete del 2-0 contro il Cagliari, scavalcando le barriere per raggiungerla in tribuna; allo stesso modo, tutti si ricorderanno anche dell’ammonizione patita dal centrocampista giallorosso come punizione per l’eccessiva esultanza, nonostante l’atto fosse più che nobile. E altrettanto nobili, oltre l’oceano, erano stati i gesti di LeBron James e di Kevin Durant: i campioni di Cavs (al tempo Heat) e Thunder, seppur concedendo affetti a persone sedute a bordo del campo, naturalmente a un metro dal parquet, senza barriera alcuna, non sono mai stati puniti in alcuna maniera, ma anzi i benefattori di tali azioni sono sempre stati applauditi ed acclamati dal resto del pubblico, senza badare a colori e stemmi.

Ma in NBA non ci si è fermati ad un bacio: infatti, nella recente sfida in casa Utah Jazz, tra bianchi blu, con gli spalti gremiti come se fosse una finale di conference, il gioco è stato interrotto per la più bella delle sostituzioni. Un giovanissimo JP Gibson, 5 anni per lui, affetto dalla rarissima leucemia linfoblastica acuta, fa il suo esordio in campo con la maglia della franchigia di Salt Lake City: dopo aver saltato tutti gli avversari, viene preso in braccio da un compagno di squadra e arriva al ferro per schiacciare e dimenticare per un attimo la patologia che lo affligge.

Venendo ad un tema più burocratico, invece, si può notare come la pianificazione della Regular Season di NBA sia nettamente più oculata rispetto a quella relativa della Serie B, per rimanere nell’ambito del calcio nostrano. Il confronto è eclatante: il campionato cadetto 2014/2015 ha rischiato di non partire in ritardo o, peggio, di non farlo proprio, causa la volontà di portare a 21 il numero di club partecipanti (considerato il fallimento del Siena), salvo, poi, tornare sulla vecchia strada e ripristinare la 22esima squadra; la lega americana, al contrario, programma con anticipo e sperimenta possibili nuovi scenari prima di procedere con modifiche ufficiali: nella serata di domenica, Brooklyn e Boston si affronteranno in una amichevole dall’inedita durata di 44 minuti, riducendo di 60 secondi ogni quarto di gara e diminuendo, dunque, il tempo di gioco dai 48 minuti canonici. Il motivo? Osservare come verranno influenzati il flusso del gioco, le strategie, le sostituzioni.

Altro ambito caldo, inoltre, è quello legato al razzismo: di sicuro le parole proferite ai danni di Magic Johnson da parte di Donald Sterling, ormai ex proprietario dei Clippers, hanno ricevuto la giusta sanzione (esclusione da ogni manifestazione organizzata dalla NBA e multa più che salata) e sono state condannate unanimemente da tutto l’ambiente, compresi gli stessi atleti in quel di Los Angeles, come dimostrato in un riscaldamento effettuato con le tute al contrario per non mostrare il nome della franchigia. In Italia, non è difficile trovare parallelismi: basti pensare a Carlo Tavecchio che, nonostante sia stato protagonista in negativo per una frase infelice sugli stranieri nel Belpaese (definiti “mangiabanane”, n.d.r.) in piena campagna elettorale, ha ottenuto la maggioranza dei voti e ha conquistato la carica di Presidente della FIGC; adesso, però, è costretto a scontare 6 mesi di sospensione da parte dell’UEFA, obbligando il nostro movimento calcistico a rimanere fuori da ogni congresso internazionale, in quanto non è stato fatto ricorso per una diminuzione della pena.

Per concludere, infine, è doveroso concedere una parentesi alla Green Week proposta dalla NBA, un progetto volto a sensibilizzare grandi e piccini nel campo ambientale: la associazione di basket, in collaborazione con la società Sprint, nel 2014 ha mostrato, mediante più di 17000 certificati, la quantità di energia rinnovabile utilizzata per gli eventi più importanti della stagione (come, ad esempio, la All-Star Game) e della 49 partite disputate nel corso della Green Week, energia sufficiente per il fabbisogno di quasi 1600 famiglie ogni anno. Inoltre, la lega di pallacanestro ha introdotto Mosaic, un progetto per cui ogni squadra è costantemente aggiornata sul dispendio energetico, in modo tale che sia messa nelle condizioni di diminuire i consumi per un minore impatto ambientale.

Con questo, tuttavia, non si vuol dire che l’NBA sia un modello di perfezione da seguire ciecamente, come dimostrano i contratti faraonici delle stelle più brillanti nella lega, ma di sicuro rappresenta un’ottima base di partenza, su cui ricominciare a costruire un movimento sportivo e culturale che, in Italia, è andato sgretolandosi nell’ultimo decennio.


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