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Nero in campo bianco

Creato il 21 ottobre 2010 da Fabry2010

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVIVIIVIIIIXXXIXIIXIII - XIV

Sulle facciate delle case rivolte ad est, di giorno e di notte, il bianco parava le insegne dell’assoluto.
Era il palio di quell’uomo che dentro si portava lampi e tuoni, macigni rotolati da fiumi ed eruttati da vulcani.
Già all’alba annunciava che lì c’era un essere divino, un essere pieno di spazi pieni: dal fegato al cuore, dalle viscere ai reni.
Di notte, in campo nero, non smetteva di spargere quella voce in giro.

Quando venne Ungaretti il paese era così, e l’uomo pure.
Non per niente il primo titolo della poesia che Calitri gli suggerì fu Acquaforte.
Già la registrazione, riportata nell’articolo per la «Gazzetta del Popolo» di Torino il 9 settembre del ‘34, delle case bianche in dissapore muto con il baratro e la frana, ha il carattere dell’acquaforte, fa capire la lotta fatta da quegli uomini per scoprire l’immagine di sé e conquistarsi quell’identità. Lì solo, perciò, tra tutti i paesi in quel viaggio visti, il poeta partorì «un’opera che sfida qualsiasi altra anche per bellezza». Così aveva riferito nell’articolo del 22 agosto di quello stesso anno, e questo ribadì a Giuseppe De Robertis quando nel ‘49 gli inviò Il povero nella città, la sua prima raccolta di poemi in prosa, raccolta in cui ancora oggi è confinata la poesia limata e rititolata Calitri

Deposto dal torrente c’è un macigno
Ancora morso dalla furia
Della sua nascita di fuoco.

Non pecca in bilico sul baratro
Se non con l’emigrare della luce
Muovendo ombre alle case
Sopra la frana ferme.

Attinto il vivere segreto
Col sonno della valle non si sperde;
Da cicatrici ottenebrate
Isola lo spavento, ingigantisce.

Se fosse venuto d’inverno, con tutto il bianco aggiunto della neve e le giornate corte, il paese gli sarebbe potuto sembrare il vanto della morte, e un miserere la donna che passava avvolta nello scialle e nelle sue cose nere.
Se fosse venuto d’inverno non credo che Ungaretti avrebbe visto un’incisione diversa da quella che vide. Nonostante le tracce del corruttibile: le ombre, le cicatrici ottenebrate, il sonno della valle, e le minacce della natura: il baratro, la frana e il terremoto che aveva lasciato quelle cicatrici, attinto il vivere segreto, nella coscienza di quegli uomini era stabilizzata una «chiarezza spirituale». In loro tutto era diviso con punte d’acciaio, il falso dal vero. In loro non c’era equivoco, non c’erano tremori dell’identità. Anche col variare della luce e delle stagioni il bianco era bianco e nero il nero.
D’inverno, sulle facciate delle case rivolte ad est, di giorno e di notte, il bianco sarebbe rimasto il manifesto intatto dell’autarchia, l’autotestimonianza di quegli uomini, della loro altèra autosufficienza.
Il bianco della neve e il nero del vestito e dello scialle avrebbero solo inasprito ai sensi l’acquaforte di quell’uomo tatuata sulle spalle.



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