Gentile Signor XXX, le chiedo di prestare il Suo Consenso al trattamento dei dati clinici relativi a questo ricovero (età, coronarie malate, tipo di procedura che è stata fatta etc etc) per metterli in un registro di pazienti che, come lei, sono stati trattati con lo stent XXX. Verrà contattato telefonicamente direttamente da XXX tra 3 mesi, 6 mesi ed un anno per avere informazioni riguardo al suo stato di salute e alla terapia che sta prendendo.
Riempio gli spazi in maniera corretta e il gioco è fatto.Lui prende la penna e, a pochi millimetri dalla punta del mio indice che gli mostra dove scrivere, comincia a vergare la prima lettera del suo cognome. La M, ovviamente. Scritta in maiuscolo, non in quel corsivo un po' maldestro con cui, secondo dopo secondo, finisce di scrivere tutto il suo nome. Un paio di dita sopra c'è la firma del medico sperimentatore, ovvero il sottoscritto. Guardo bene e noto come si assomiglino parecchio. Brividi.
Ho sempre pensato che la questione della firma fosse qualcosa di molto strano. Per esempio non ho mai pensato a costruirmene una artificiosa e studiata, ma ho lasciato al caso, lasciando che le prime volte in cui ne avevo bisogno fosse l'inconscio a guidare la penna. Eppure, quando guardo le ricette firmate da papà o scopro la sua calligrafia un po' in disordine all'interno di qualche vecchio libro di medicina, non posso non notare moltissimi elementi familiari. Eppure sono certo che la sua firma, per me, fosse pressoché sconosciuta quando ho dovuto, per necessità, scovarne una per me.Ho chiesto al al mio omonimo paziente di dove fosse, tentando di capire se avessimo almeno un parente alla lontana in comune. Niente, del resto "quel cognome è molto comune dalle nostre parti". Da dove mi venga, questa mia firma, non lo so proprio, ma forse è una di quelle cose che, in qualche modo, ci fanno rendere orgogliosi di essere così complicati da non essere ancora stati capiti del tutto.






