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Non fidarti troppo delle parole

Da Marcofre

La nostra idea è che la lingua scritta sia più efficace del parlato, per questa ragione la preferiamo al racconto orale. Ci sembra che la carta, o meglio la scrittura, abbiano più senso e maggiore peso. Spesso è così infatti: le sentenze dei tribunali sono scritte, mica sono affidate alla voce.
Però non è vero che la scrittura sia più efficace: è più limitata rispetto alla narrazione orale.

E affinché io possa raggiungere l’efficacia, devo per forza impegnarmi al massimo.

Quando si racconta verbalmente, noi possiamo contare su un apparato di tutto rispetto. Per esempio il tono della voce; lo sguardo, la gestualità. Le pause, persino gli abiti ci possono offrire un discreto aiuto. Sono tutti elementi che utilizziamo per farci intendere dal nostro interlocutore.

Tutto questo non lo abbiamo quando scriviamo. Ecco perché diventa essenziale perseguire l’efficacia quando si scrive: lo strumento che usiamo, e che pure ci appassiona così tanto, è limitato.
In questa maniera arriviamo a comprendere l’errore nel quale cascano tanti esordienti, perché costoro sono dei bravi oratori, e questo li convince di essere degli ottimi scrittori.
No.

Si tratta di due piani differenti.  Non è facile abbandonare l’uno per l’altro, eppure è quello che occorre fare. Questo dovrebbe dimostrare una volta di più come conoscere le regole grammaticali, o di sintassi, non sia una perdita di tempo.

Bensì rappresenta uno dei mezzi per prendere confidenza con qualcosa che se gestito male, non è efficace.

L’essere umano ha bisogno di comunicare, se non altro per ragioni (anche) di sopravvivenza. Quando però scrive deve fare a meno di un apparato di strumenti davvero efficace quando usa la voce. Se sei all’estero e non conosci la lingua, proprio i gesti possono essere utili.
Ma sulla pagina è più solo, disarmato in un certo senso. La sua unica possibilità è di studiare, leggere, comprendere come la parola richieda perizia ed estrema attenzione.

Non sono tutte uguali, le parole. Eppure molti questo pensano, basta vedere come scrivono. In un dialogo, in una frase, ci vanno quelle giuste, si capisce. E capire quali siano non è affatto semplice.

Non fidarti troppo delle parole che ti vengono con facilità. Non stare troppo a contatto con quelle della prima ora, quelle cioè che getti sulla pagina grazie all’ispirazione. La parola è potente, ed è facile combinare guai. Per eccesso o per difetto, il risultato può essere catastrofico.

L’eccesso di parole, scritte o dette, è la patologia tipica di chi non ama il silenzio. Non solo è persuaso di avere qualcosa da dire, ma è certo che non deve esistere uno spazio vuoto. Che tutto deve essere riempito. Ecco allora descrizioni snervanti sull’abbigliamento del protagonista; la minuta disamina dei sentimenti che palpitano nel cuore. Questa è la prova tipica di chi, ossessionato dal silenzio, ne ha terrore e per questo ogni minuzia ha il suo posto.

Minuzia e dettagli sono cose differenti e ben distanti. I secondi infatti di solito appartengono a chi tace. Ascolta. In silenzio.


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