Oggi avrei preferito non incontrarmi

Creato il 29 settembre 2011 da Sulromanzo

«Sono convocata. Giovedì alle dieci in punto. Vengo convocata sempre più spesso: martedì alle dieci in punto, sabato alle dieci in punto, mercoledì o lunedì. Come se gli anni fossero una settimana, mi stupisco che dopo la tarda estate già torni l'inverno». 

Si apre così Heute wär ich mir lieber nicht begegnet, romanzo del premio Nobel 2009 Herta Müller, edito nel 1997 e di recente pubblicato in Italia (ed. Feltrinelli, traduzione di Martina Carbonaro). Si apre con la convocazione, la routine e la percezione del tempo che si sfalda e trascina ogni cosa, in un costante presente senza presente e in un tempo senza tempo. Un oggi che è anche ieri e domani. Un oggi che rischia di trasformarsi in un "per sempre" in cui l'io narrante può perdersi e sgretolarsi, forse anche dividersi in due.

La traduzione italiana del titolo, fedele all'originale, Oggi avrei preferito non incontrarmi, rimarca quest'aspetto; oggi preferisco non incontrarmi perché oggi potrei non essere me stesso, oggi potrei essere solo immagine di me stesso, oggi potrei scoprire di non esistere più, di non essere mai esistito («In città dovevo stare in guardia per non sfuggirmi, come il respiro d'inverno, o quando sbadigliavo dovevo stare attenta a non ingoiare me stessa»). La versione inglese del titolo, molto più sintetica e lontana dall'originale, The Appointment, sottolinea invece l'elemento di rottura nella vita e nell'esistenza della protagonista, la causa della sua scissione: l'appuntamento con «il maggiore Albu», la "convocazione". La convocazione è il punto di inizio e di arrivo di un viaggio metaforico che non può che rimanere sospeso; il viaggio che l'Es realistico deve intraprende e che il Super-io letterario tenta di censurare, creando il cortocircuito. Un viaggio che, come scopriamo presto, non può essere più spostamento, ma solo costante immobilità, spaesato soggiorno nella propria carne e nel passato, permanenza asfissiante nella propria destabilizzata condizione; la condizione di "convocati". La convocazione è inizio e fine, non di un viaggio lineare, ma di uno statico e circolare girare su se stessi e in se stessi («Io non sono nulla, oltre a essere convocata»), uno straniato volteggiare, monotono e sperduto, in quello di stato di sradicati e di spossessati che è tipico di chi vive sotto dittatura.

Non a caso, quando nel 2009 Herta Müller è stata insignita del premio Nobel, la motivazione fornita dall'Accademia di Stoccolma fu proprio che la scrittrice rumena di lingua tedesca era riuscita «con la densità della sua poesia e la franchezza della sua prosa, a rappresentare lo scenario degli espropriati...». Sono temi che ricorrono spesso nella sua letteratura, presenti anche in altri suoi romanzi come Il Paese delle prugne verdi (ed. Keller, traduzione di Alessandra Henke) o L'altalena del respiro (ed. Feltrinelli, traduzione di Martina Carbonaro). Il racconto della Romania post Seconda Guerra Mondiale e dell'assurdo scenario della dittatura di Nicolae Ceaușescu, la vita grigia ed asfittica sotto un regime per certi versi anche più subdolo di quello sovietico. Anni nei quali anche la giovane Herta Müller, la cui famiglia apparteneva alla minoranza di lingua tedesca residente nella regione del Banat, subì umiliazioni e sequestri (la madre fu deportata per cinque anni in un campo di concentramento sovietico). Negli anni Settanta la scrittrice entrò a far parte di un gruppo di opposizione al regime e, dopo il rifiuto di collaborare con la Securitate, fu costretta a vivere in prima persona la condizione degradante di "convocata".

Oggi avrei preferito non incontrarmiracconta di quegli anni e fa i conti con quella condizione, attraverso i ricordi, i flashback, i rimpianti di un personaggio femminile la cui identità non è mai nettamente delineata. Durante il percorso in tram che la separa dalla sua "convocazione", mentre siede accanto alla classe proletaria della Romania, ripensa alla sua vita, al primo matrimonio fallito, all'amore mai dichiarato per il padre, alle avances del suocero, alla morte della sua migliore amica Lilli, al rapporto con Paul, il compagno alcolizzato. Cerca di riannodare i fili della sua vita, ma i fili di una vita vissuta sotto dittatura non possono essere riannodati. Sotto dittatura non si ha una vita. Sotto una dittatura si è costretti ad abbandonare la propria vita e ad abbandonare la propria carne, a diventare stranieri a se stessi, per non soccombere, per impedire alla mente di vedere la mortificazione subita dal corpo («Da quando vengo convocata, separo la vita dalla felicità. Quando vado all'interrogatorio devo lasciare a casa la felicità fin dal principio»). E quando la corsa in tram finisce la protagonista sembra allora non essere arrivata da nessuna parte, sembra essere tornata indietro al punto di partenza. Perché quando hai lasciato la tua vita tutto è inutile e privo di scopo e non si può andare da nessuna parte. Quando hai rinunciato a te stessa anche il ricordo si accartoccia su di se. La risata che chiude il romanzo, fredda e glaciale, quasi folle ci dice questo; ci dice che quando abbiamo abbandonato la nostra esistenza, quando siamo costretti a dismettere la nostra felicità, allora non ci resta nulla da fare se non abbandonarsi alla vita, stringere i pugni e «non impazzire». Non ci resta che accettare la sconfitta («Il fallimento della felicità procede liscio, e ci ha piegati. La felicità è diventata una pretesa assurda, e la mia felicità rovesciata è un tranello. Se vogliamo proteggerci a vicenda, falliamo»). Non ci resta che sperare di non incontrare se stessi.

In un'intervista a Radio Free Europe/Radio Liberty, Herta Müller, ha dichiarato che «c'è un tipo di letteratura che attraversa il mondo, la letteratura di certe biografie, che corre in parallelo con avvenimenti estremi, in parallelo con le epoche in cui gli autori vivono». E la sua è sicuramente tra quelle.

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