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Osservare, vedere e autobiografismo

Da Marcofre

Sembra proprio che i romanzi autobiografici godano di ottima salute.

Come forse ho già detto in passato, per darmi un tono acquisto il venerdì “Le Monde” che contiene l’inserto dedicato ai libri. Nel numero della scorsa settimana si parla di un libro (di un autore olandese mi pare) che è definito autobiografico. Non ricordo nemmeno il titolo, ma non è di questo che desidero scrivere.

Spesso l’esordiente leggendo queste recensioni e le considerazioni che portano con sé, è condotto a credere che parlare delle proprie esperienze, sia l’arma segreta per costruire una buona storia (e evitare la fatica di crearne una ex novo, aggiungerei).

Prima di tutto: anche Le Monde può scrivere delle sciocchezze, non ha certo il monopolio della verità. In questo caso non credo che abbia scritto proprio una sciocchezza, bensì una semplificazione: giornalistica, mi sembra ovvio.

Ci sono persone che guardano, e quelle che osservano; ma quest’ultime sono poche. Se entrambi i verbi hanno a che fare con un atto che coinvolge l’occhio, il metodo grazie al quale l’atto si dispiega è un po’ differente.

Ho già ricordato che “osservare” deriva dal latino, e vuol dire scegliere, fare la cernita. Chi scrive osserva dunque, però non è sufficiente. Non basta avere un blocco di marmo per cavarne il David. Né scovare dallo sfasciacarrozze la carcassa di una magnifica Lancia Delta grigio metallizzato priva però del motore, ci può convincere che torneremo a sfrecciare sull’Aurelia col vento nei (pochi) capelli.
Diventa necessario rimboccarsi le maniche e lavorare duro.

Aver scelto non significa che è fatta, ma solo che sei all’inizio della tua impresa. La vecchia idea che basti chinarsi sulla propria vita, prenderla e ficcarla nella pagina non tiene conto della difficoltà che la scrittura impone.

Prima di tutto, non esiste un metodo sicuro, facile, oppure una scorciatoia per arrivare a scrivere qualcosa di almeno interessante. Certo, esiste Marcel Proust e la sua opera che sembra ancora una volta smentire questo povero post e confermare l’opinione del quotidiano francese. Al contrario: se è autobiografia quella dello scrittore francese, è soprattutto manipolazione. Parte quindi da una scelta (questo, non quello), e poi si lavora duro.

Sì, manipolazione.
Credo che sia il solo modo per raccontare storie con onestà. La fedele ricostruzione dei fatti non esiste. Anche un episodio qualunque al quale assistiamo viene reso e quindi raccontato agli altri grazie alla nostra sensibilità, cultura. Un fulmine che colpisce un albero, per un greco di duemila anni fa era un segno divino. Per noi è un fenomeno del tutto naturale, e così via. Semplificazione? Certo, ma non solo.

L’onestà, che dovrebbe condurre chi scrive a perseguire efficacia e valore, impone di prendere gli eventi, i personaggi, la relazione tra i primi e i secondi, e mostrarne non la superficie. Bensì la profondità, la follia e il mistero.
Si scrive non per svelare, ma per celebrare il mistero.

 


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