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Partinico, l’esercito elettorale

Creato il 15 maggio 2013 da Casarrubea
Partinico, la fontana marmorea del XVIII sec.

Partinico, la fontana marmorea del XVIII sec.

Partinico è un paese che dovrebbe essere di moda di questi tempi. La sua migliore qualità è l’isolamento, specialmente  in momenti difficili come quelli che viviamo. Come vanno bene i conventi che fanno venire idee e  senso dell’appartenenza. Ha una piccola stazione ferroviaria, ma non è collegata con il centro urbano; è vicino a un aeroporto, quello di Falcone e Borsellino, ma non c’è alcun servizio che conduca il viaggiatore alla partenza e viceversa; non ha collegamenti urbani e neanche una biblioteca degna di questo nome. Si leggono pochi giornali e non c’è una sola libreria. Nessun punto di ritrovo per i giovani, nessun archivio pubblico, nessun progetto culturale e formativo, nessun ritrovo dove si possano trascorrere cinque minuti in santa pace. Insomma Partinico è un paese che ti interroga e ti chiede continuamente chi sei e cosa vuoi. Ma anche: – che ci fai qui? – Quello che accade nel mondo arriva come una notizia sorda e lontana, come fosse un’eco da un altro pianeta. Praticamente non ha industrie, tranne qualcuna; vive di commercio e ha perduto i suoi primati in agricoltura: quello di più antica tradizione vitivinicola della Sicilia (già dal XV sec.), di grande produttore di canapa, lino e sommacco; di centro specializzato nella produzione della carta, e in imprese agrumicole. Per non parlare dei suoi monumenti che davano al luogo il carattere di un centro dalla forte identità, seppur in mano ad una borghesia spregiudacata e mafiosa.

Insomma è un paese che, per l’eccessiva fatica del passato, si è messo a riposo e oggi dorme, come i ghiri abituati a passare il loro tempo a testa in giù per intere stagioni. Se ne sta, pago della sua condizione, nel privilegio della sua oscurità notturna ed è contento di beneficiarne. Gli unici periodi di risveglio li ritrova nei momenti elettorali, quando fanno la loro comparsa i candidati a deputati nazionali, regionali, provinciali, al senato della Repubblica.  O a sindaci. Allora salta fuori la sua natura primordiale.

In vista delle future elezioni amministrative Partinico ha raggiunto il primato delle candidature con ventiquattro liste in corsa, seicentocinquanta aspiranti al consiglio comunale, pari a un candidato ogni quarantasei abitanti, otto concorrenti alla carica di sindaco. Corrono e si affannano tutti senza le consuete liste politiche, ma esibendo appartenenze che hanno l’ardire di definirsi ‘civiche’. Pare che in questo grande affollamento di candidati e di teste, l’unica cosa che la comunità vuole dimostrare è che esiste, con i suoi circuiti amicali e familiari, gli unici in grado di determinare la vittoria di un “partito”. Perché nessuno ragiona sugli ideali e sui progetti, sul futuro che sogna per sé e per i suoi concittadini. Ma attenzione: tutti dicono di avere progetti e programmi e di essere capaci di cambiare il mondo intero in quattro e quattro otto.

Anche il M5S segue l’andazzo e l’altro ieri i suoi militanti hanno passato la notte davanti al municipio. Per cosa? Per essere i primi a presentare la lista, i primi nella calca generale, i primi nel dire che c’è un’opposizione, non si sa bene a che cosa, e per dimostrare che quello che conta non è risolvere i problemi del paese, ma partecipare. Poco conta che la signora Lady alcool è lì da sempre a intossicare il paese, che l’immondizia si accumuli a tonnellate, che all’ultimo spunti per gli allocchi una strada asfaltata e qualche aiuola con dei fiori appassiti; che nessuno abbia mai fatto la raccolta differenziata prevista dalla legge o che le tasse siano alle stelle e i disoccupati altrettanto.

 C’è la lista del Pd e quella dell’Udc, il cui candidato è un medico che ha deciso di invecchiare dentro i palazzi della provincia o del comune alla faccia del rinnovamento e dello slogan ‘largo ai giovani’. C’è il partito di Berlusconi sostenuto dal Pdl e da una lista civica, e c’è un ex sindaco che l’unica cosa che sapeva fare era di dire che amava il paese, e che se il paese era sporco era perché le massaie  non pulivano le strade facendo così felici i netturbini.  Ci sono due avvocati e un signore riccioluto, in politica dai tempi di Nino Bixio. C’è persino l’attuale sindaco appoggiato da ben otto liste civiche che sembrano fatte apposta per portare la guerra nelle case, e c’è anche un ingegnere palermitano. Dice che vuole essere il portavoce di Grillo in questo paese dove si cammina sempre dentro una galleria.

 È, insomma, tutto quello che serve a dare l’idea che questa non può essere una comunità da salvare, ma un feudo da spartire. E così, senza futuro, ogni candidato ha un progetto recondito nella testa. Poco conta che non corrisponda al programma che la legge impone ai futuri sindaci. Del resto guardatele le facce di questi candidati: quella del sindaco in carica che si ricandida, è comparsa per prima, naturalmente fuori posto: fa finta di guardarti, ma il suo sguardo è diretto altrove, come a tradire un inganno. Quella di un avvocato che se ne sta perplesso mentre la mano gli regge la testa. Non ti guarda proprio. Ha l’aspetto dell’alunno distratto e annoiato. Tutti incontrano preti e parrocchiani, associazioni e singoli cittadini. Tutti hanno progetti e grandi idee per la testa. Ma nessuno ci dice cosa farà in concreto, perché a vincere, come si sa, sarà comunque il fascino dell’ignoto. Quello che aiuta a ricominciare e a guardare avanti all’infinito, senza mai vedere nulla.

GC


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