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Perché a volte conviene avere Monet al posto del tetto di casa

Creato il 24 agosto 2012 da Theartship

Paola Pluchino. Tre grandi istituiti: il Nomisma – centro di ricerche di mercato – IlSole 24ore, e l’Università Lum, hanno in luglio pubblicato i report dell’andamento di mercato delle aste londinesi.

Il progetto di monitoraggio segnala un incremento del valore dell’opera e una tensione di mercato che sembra non risentire affatto delle oscillazioni delle borse, ponendosi, e questo è il dato su cui anche le maggiori agenzie stampa segnano l’indice, con valori di profitto superiori agli investimenti sull’oro stesso (4,06 per cento contro 4,65 percento).

La ricerca che vede coinvolti Guido Candela (Università di Bologna), Marco Marcatili (nomisma), Antonio Salvi (Università LUM “Jean Monnet”), Massimo Esposti (Plus – Il sole 24 Ore), Marilena Pirrelli (Plus – Il Sole 24 Ore) come responsabili e Massimiliano Castellani, Simone Giannerini, Francesca Marini, Francesca Pagnini, Barbare Ravagli, Eulalia Rifè, Antonello Eugenio Scorcu come team del progetto, ha voluto fotografare  l’andamento del mercato dell’arte negli ultimi anni,  decretando l’arte  - specialmente quella contemporanea che non ha subito rincari nel valore di mercato –  come terreno sicuro per investimenti a medio termine.

Prima dello studio condotto da questo team di ricercatori già Michael Moses, professore alla Stern School of Business di New York e studioso di investimenti nel campo dell’arte, intuì che gli acquisti più redditizi fossero quelli al di sotto degli 80.000 euro, con tassi di guadagno anche oltre il 6% appunto.

Un investimento  che appare più stabile di quelle speculazioni monetarie giocate su ambienti anche alternativi ai mercati azionari canonici (come il forex online trading ossia compravendita di valute con alto rischio), e che promettono una sicurezza fino a poco tempo di esclusiva competenza dell’oro e del mercato edilizio.

In tutto questo vociare, dove esperti economisti si rivendono abili mercanti d’asta,  il valore estetico , ossia la predominanza pura e indiscutibile del fascino eterno dell’opera sugli occhi dello spettatore,  si  vela e cede al  gusto grottesco e villano della determinazione del prezzo, risibile pantomima dell’etichettare ogni cosa in termini monetari. Col risultato che anche l’arte perde parte della sua aura, e così anche del suo valore.

 


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