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Perché mi riesce bene

Da Marcofre

“Perché scrive, signorina O’Connor?”

“Perché mi riesce bene”.

 

Come si dice? Ci sono mille risposte possibili, ma solo una è quella giusta. E quella di zia Flannery è quella giusta. Già, un’altra persona nei suoi panni, si sarebbe sentita in dovere di rispondere in maniera differente.

Di “scusarsi” perché scrive e allora occorre rispondere: “Lo faccio per denunciare i mali dell’umanità”; “Per illuminare” e via discorrendo. Ho già scritto vero, che ormai la letteratura o sposa nobili ideali, oppure viene guardata storta? Deve essere utile, altrimenti a che serve?

La risposta è paradossale perché la scrittrice statunitense proclama qualcosa che in apparenza è banale, e uccide il mito della nobiltà della scrittura. Siccome è nobile, non si possono dare delle risposte tanto semplici quando si viene interpellati sul perché si scribacchia.

Invece zia Flannery riesce in un piccolo capolavoro. Da una parte toglie l’aurea che buona parte dei lettori costruisce attorno alla scrittura per continuare a ignorarne l’autentico valore. Educa all’arte.

E dopo aver fatto piazza pulita delle scemenze, parte lancia in resta, e spinge su un piano più alto la scrittura, il senso che porta con sé.

Chiunque scriva narrativa di pubblico consumo non ha altra giustificazione se non l’essere stato chiamato a farlo dalla presenza di un dono.

Due aspetti. Il primo, là dove parla di “narrativa di pubblico consumo”. Benché la zia scrivesse storie “difficili”, violente, non rifuggiva il rapporto con il pubblico. Lo cercava. Sapeva di deluderlo perché non scriveva nulla di edificante, ma storie di banditi che massacrano famiglie, o di venditori di bibbie che scappano con una gamba di legno. Però ne tiene in conto eccome.

Il secondo aspetto, che pare gettato lì, ma in verità è una bomba, è il concetto di dono.

Ora. Parlare di dono in questi tempi non è una bella cosa, perché le labbra di tanti si piegano verso il basso, gli occhi diventano tristi, e in certi casi si riempiono di lacrime.

“Ma non siamo tutti uguali?”

No.

Alcuni hanno il dono. E tutti gli altri? Facciano quello che vogliono, nessuno impedirà loro di scrivere, ci mancherebbe altro.
È tuttavia essenziale distinguere, separare e riconoscere che ci sono scritture che restano, e altre che sono un puro esercizio di riempimento pagine.

 


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