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Pompei: l'impossibile poesia delle rovine

Creato il 01 luglio 2013 da Athenae Noctua @AthenaeNoctua
«Dov'è la tua mirabile bellezza, / o dorica Corinto? E le corone / delle tue torri e le antiche ricchezze, / i templi degli Dèi, i tuoi palazzi? Dove le tue donne, / dove le folle immense del tuo popolo? /Nemmeno un segno rimane di te, / infelicissima! Divorò tutto / a rapina la guerra. Solo noi / Nereidi, figlie di Oceano, immortali, / come alcioni, siamo rimaste a piangere / le tue sventure.»
Inizia con questi versi, che il poeta greco Antipatro di Sidone ha dedicato a Corinto (distrutta dai Romani nel 146 a.C.), la poesia delle rovine, che ha avuto le sue maggiori espressioni nel Settecento, per mano degli artisti e dei poeti che hanno immortalato nelle loro opere le vedute e le sensazioni provate di fronte alle vestigia della civiltà greco-romana.

Pompei: l'impossibile poesia delle rovine

G. B. Piranesi, Veduta del Tempio di Giove Tonante (1756)

Sembra che questi versi si possano oggi applicare ad un'elegia moderna per i siti archeologici e architettonici del nostro Paese che versano in uno stato di rovina, incuria e abbandono senza troppe distinzioni di età: accanto ai più noti esempi di Pompei o della Domus Aurea neroniana, soffrono le ville medicee toscane e la Reggia di Caserta; l'elenco, volendo approfondire, potrebbe diventare talmente lungo da richiedere, più che un post, un intero libro.
La situazione dei beni culturali e artistici in Italia, si sa, è disastrosa: accanto al degrado materiale, riscontriamo la pessima scelta, portata avanti ormai da anni, di non investire nella manutenzione e della promozione di un patrimonio che il mondo ci invidia e che dimostra di avere ancora una grande attrattiva per i turisti, evidenziando così importanti potenzialità ai fini della tanto evocata ripresa. Il mancato flusso di finanziamenti fa sì che spesso i siti ambientali, archeologici e museali non siano adeguatamente forniti di personale e che i lavoratori del settore siano sottoposti, come in questi giorni, a pressioni su aumenti dell'orario di servizio in mancanza di una corrispettiva crescita della retribuzione.
Non intendo entrare nel merito delle questioni sindacali che riguardano questa categoria, ma il cattivo stato di conservazione dei monumenti, l'inadeguatezza dei servizi e la mancanza di personale sono i motivi che hanno spinto l'UNESCO a redigere una relazione[1] non troppo lusinghiera nei confronti dell'amministrazione del patrimonio culturale italiano. Il riferimento specifico è a Pompei, ma penso che, uscendo dall'ambito dei siti dichiarati Patrimoni dell'Umanità, potremmo riscontrare numerosi casi di analoghe carenze.
Il comunicato UNESCO, che viene costantemente chiamato ultimatum, mette in luce la situazione degli scavi di Pompei con dettagliate descrizioni corredate da un desolante apparato di immagini:
«La missione ha osservato ulteriori collassi e individuato altre tredici case di Pompei che sono considerate a rischio. C'è ancora preoccupazione per il cattivo stato di manutenzione di parti di Pompei e per il numero di strutture che necessitano di importanti lavori di conservazione, oltre che per il graduale deterioramento di dipinti, pavimenti a mosaico e altri elementi decorativi. Se il decadimento è inevitabile per le rovine esposte, le condizioni sono rese estreme dall’eccessiva umidità e dalla mancanza di manutenzione»[2].

Pompei: l'impossibile poesia delle rovine

Cubiculum nella Domus della Venere in conchiglia

Il rapporto si chiude con la dichiarazione che in mancanza di significativi interventi di recupero, l'UNESCO toglierà al sito la qualifica di Patrimonio dell'Umanità[3].
Chiaramente, nessuna delle immagini che ci arrivano da Pompei - ma, ripeto, considerazioni simili valgono per tanti altri luoghi d'arte - ci può far provare le suggestioni della vivace vita pompeiana descritte da Goethe[4] e men che meno potremmo condividere il piacere di Diderot di fronte al valore delle rovine:
«L’effetto di queste composizioni, buone o cattive che siano, è di lasciarvi in uno stato di dolce melanconia. Portiamo il nostro sguardo sui frammenti di un arco di trionfo, di un portico, di una piramide, di un tempio, di un palazzo e ritorniamo comunque sempre a noi stessi. Anticipiamo il flusso del tempo, e la nostra immaginazione si disperde sulla terra e sugli edifici stessi che abitiamo. Di colpo, la solitudine e il silenzio regnano intorno a noi. Siamo soli, orfani di tutta una generazione che non c’è più»[5]
Le premesse sono diverse: noi non possiamo soffermarci a pensare alla rovina del tempo, alla piccolezza dell'uomo di fronte al crollo di intere civiltà, ma dobbiamo confrontarci con la decisione di ignorare l'enorme ricchezza che quelle civiltà ci hanno lasciato in eredità, rendendoci prova della desolante situazione notata già da Alphonse de Sade, che nel 1776, proprio di fronte alle rovine della città sepolta dall'eruzione del Vesuvio, esclamava: «Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?».

Pompei: l'impossibile poesia delle rovine

L'hortus di una villa pompeiana in una mia foto del marzo 2005

Mi auguro che il monito dell'UNESCO venga accolto per non dover assistere all'ennesimo sfregio alla cultura e al patrimonio artistico italiani, perché la vera poesia delle rovine che vorrei condividere è quella che si esprime nello sguardo nostalgico di un passato da custodire e nutre la consapevolezza del carattere effimero e per questo prezioso dell'esistenza:
«Le idee che le rovine risvegliano in me sono grandiose. Tutto passa, tutto perisce. Soltanto il mondo resiste. Soltanto il tempo continua a durare. Io cammino tra due eternità. Ovunque io guardi, gli oggetti che mi circondano, mi annunciano la fine, e mi mettono in guardia rispetto a ciò che mi attende»[6]
C.M.
NOTE:
[1] Il comunicato risale alla metà di maggio, nonostante i media abbiano reso noto il rapporto dell'UNESCO solo negli ultimi giorni, in occasione dello sciopero degli impiegati del sito pompeiano. In contemporanea a questa manifestazione si è svolta la protesta dei colleghi di numerosi siti e musei (Galleria degli Uffizi e Colosseo in primis); nonostante le proteste e le accuse di abbandono dei turisti curiosi di visitare tali luoghi, va specificato che l'indizione dello sciopero è avvenuta in tempi tali da renderne possibile la comunicazione.
[2] Cap. 1, p. 5.
[3] Cap. 5, p. 33.
[4] Goethe, nel suo diario Viaggio in Italia, scrive: «E la desolazione che oggi si stende su una città sepolta dapprima da una pioggia di lapilli e di cenere, e poi saccheggiata dagli scavatori, pure attesta ancora il gusto artistico a la gioia di vivere d’un intero popolo».
[5] D. Diderot, Rovine e paesaggi (1767) p. 335.
[6] Ibid. p. 338.
[7] Per un esauriente excursus sulla poesia delle rovine, rimando all'articolo Chateaubriand: le rovine come paesaggio affettivo di Elena Mazzoleni.

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