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Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parte

Da Stanford @stanfordissimo

Senza neanche uno straccio di parola, posò la sua borsa di pelle nera con le borchie sul banco di quella maledetta prima liceo, il mio banco, si voltò verso di me e da sotto un ciuffo riccio  rosso semaforo, due occhietti azzurri  mi fissarono inespressivi ma brillanti. Ciao- dissi incantato dal suo trucco insufficiente a coprire un acne abbastanza vistosa-  vuoi sederti?  Come se una così aspettasse il mio permesso. Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parteLa Simona rispecchiava follemente gli anni ottanta a differenza mia che al massimo sembravo un profugo dell'Est pachistano, in quanto tutto di lei, trasmetteva il desiderio di libertà individuale tipico di quegli anni. Credo che quella ragazza fosse, con quel suo fare lento e la voce che non superò mai la soglia acustica del sussurro, la persona più menefreghista delle convenzioni che avessi mai visto. Quindi la amai. Lei sembrava ricambiare la mia predilezione, e mi insegnò tutto ciò che una cattiva ragazza può insegnare al suo stupido bambolotto, come  fumare, bere whisky mischiato alla cenere di sigaretta ( droga da poveri che mi fece rifuggire gli alcolici a vita) da un thermos, depilarsi le sopracciglia, vestirsi dark, e ascoltare i Culture Club,  solo per dirne alcuni. Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parte Per lei avrei fatto di tutto, infatti mi depilai le sopracciglia e mi feci truccare tipo Boy George. Ma Do you really want to hurt me, dovetti chiederlo al Preside che mi sospese. Fui rimandato quell'anno ma con la Simona scoprii il fascino del centro storico e dei negozi che vendevano le Creeper il primo oggetto del desiderio di ogni dark, le famose scarpe appuntite con la suola di gomma rigata alta una spanna! La mia svolta dark andò pari passo con la follia mistica di mia madre “come se fosse mia madre”, quindi mentre lei imparava qualcosa su Satana il Diavolo dai suoi fratelli di fede, io cominciai (per non deluderla) a impersonarne l'aspetto, incorrendo così anche in una sorta di “segnalazione” presso gli anziani della comunità religiosa che credo mi considerassero prossimo alla “possessione diabolica”. A me giravano solo le palle, e come ogni adolescente mi tenevo tutto dentro, ma l'impressione in quegli anni fu che mia madre “come se fosse mia madre” cominciasse a non considerarmi più “come se fossi suo figlio” ma piuttosto come se fossi una pietra d'inciampo. Fa niente se il primo a farmi sgambetto fu proprio mio fratello “come se fosse mio fratello” il giorno che per umiliarmi mi fece entrare in camera sua abbassandosi i pantaloni,  fatto che poi fu del tutto nascosto proprio da mia madre, la quale passò gli anni successivi ad esorcizzarmi facendomi credere di essermelo inventato. Non fu quello a farmi diventare gay, ma direi che quello avrebbe reso  il mio futuro coming out, una perfetta scusa per tutti! Ormai ero quello strano, il ragazzo sbagliato. Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parte Era il 1985 quando mi ritirai dagli studi, vuoi perché la bocciatura della Simona ci divise, vuoi perché data la fine imminente del mondo anche la Marialuisa non era propensa a farmi diventare un genio, ma di fatto rimasi a casa e mio padre fu chiaro: se non volevo studiare dovevo fare qualcos'altro. Non fosse altro che per ripararmi dai rischi che avrei corso bighellonando in quegli anni. Rischi che allora si chiamavano Eroina! Siccome ero minorenne non potevo essere assunto, quindi per non marcire in casa nella “stanzetta”( un ripostiglio adibito a stanza dei giochi quand'ero bambino) tipo Harry Potter, quei Babbani dei miei mi mandarono dalla nipote di mio padre a fare l'apprendista pasticciere. La famiglia di mio padre era una famiglia normale in cui si lavorava di giorno, la notte  si giocava a carte a soldi, e si faceva sesso prima del matrimonio, e fu un sollievo stare un po' in loro compagnia... Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parteIn centro, paninari e dark se le suonavano di santa ragione, e aprivano i primi Fast Food in stile americano. La mia vita era un vero casino, in settimana tentavo di essere dark ma dovevo leggere la Bibbia e andare con mia madre dalla nonna, la domenica ascoltavo la “Superclassifica show alla radio per sentire i Culture Club di Boy George e mentre Cindy Lauper cantava “Time after time” il tempo sembrava non finire mai alla funzione domenicale obbligata, vestito come un impiegato in giacca e cravatta. Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parteCamminavo come un equilibrista tra sacro e profano, in un sottile filo che mi separava dal vuoto. Io volevo compiacere mia madre, ma una sorta di insofferenza nel non riuscirci mai abbastanza mi squilibrava più dell'adolescenza stessa. Mio padre ci considerava tutti degli scemi e aveva ragione ma non poteva opporsi alla “illuminazione” della Marialuisa, né tanto meno mettere una bomba sulla via di Damasco che lei aveva intenzione di farci intraprendere tutti “per il nostro bene” ma soprattutto per la sua tranquillità e il suo bisogno di sentirsi giusta. Comunque di fatto lui non si convertì nemmeno in punto di morte cosa che me ne rende il ricordo un fulgido esempio di vera integrità. Negli anni Ottanta, tutte le ideologie precedenti vennero messe in discussione e il guadagno e la realizzazione personale divennero il nuovo oppio dei popoli, non a caso la conversione fondamentalista in atto a casa nostra rispecchiava la lentezza con cui gli esseri umani si adattano ai cambiamenti in atto, e il loro patetico rifugio in regole più rigide ancora. La società si trasformava più velocemente di come le famiglie erano in grado di fare, men che meno la mia, che di famiglia aveva già poco. Noi eravamo più che altro una amalgama di persone incompatibili che cercavano di fondersi come l'acqua e l'olio. Pur essendo entrambi simili si separano e noi pur essendo due ragazzi e due genitori non potevamo che “sembrare”una famiglia. Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parte A sedici anni, il mio corpo esile e lungo era oggetto di molta attenzione, perché posso dirlo ero proprio un bel ragazzino. Avevo anche i capelli che persi verso i vent'anni  credo per l'esaurimento che inconsapevolmente mi venne nel tentativo di essere amato da una “santa”, ma a parte i dettagli mi rendevo conto di piacere e questo dato che piacevo alle ragazze ma anche agli uomini, fu un altro passaggio difficile da gestire. Con  quale dei due fare la propria prima volta?  Ne avrei avute due di prime volte, entrambe piuttosto deludenti come tutte le prime volte. Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parteFinito il tempo della pasticceria e dei pasticci, mi iscrissi ad un tristissimo corso regionale blablabla, e conobbi li altre due icone della mia gioventù: La Cinzia e L'Armanda. Cinzia era bionda bellissima con un seno minuscolo che pur  non necessitando di sostegni sapeva farsi notare da sotto i suoi maglioncini a v altrettanto minuscoli, capelli biondi e risatina, completavano il quadretto della perfetta ochetta ma in realtà la ragazza era una personificazione della moderna emancipazione femminile. Fumatrice accanita e indipendente abitava da sola e aveva l'aria di chi sapeva cavarsela. L'Armanda invece era la sorella maggiore e filiforme della famosa Gilda della terza media, ma a differenza della sorella vestiva new wave che era la versione glamour dei dark( Un dark per ricchi). Così alle otto del mattino la vedevi arrivare con l'immancabile gonna a sirena, calze a rete e tacchi di vernice nera, con capelli ricci  naturali e voluminosi unghie nere e trucco pesantissimo, eppure la sensazione era quella di vederla uscita da una copertina di avanguardia. Quarant'anni nell'armadio di mamma: gli anni ottanta seconda parteFormammo subito un trio inviolabile anche se non ho idea di cosa ci facessi tra Calamity Jane e Elvira la Vampira, visto che il mio aspetto continuava ad essere più simile a un incrocio tra Capitan Harlock e gatto Silvestro! A quel corso di recupero per sfigati non avevamo tutti la stessa età ma la stessa confusione mentale, infatti, c'era pure Simone un uomo di una trentina d'anni moro con gli occhi blu che nel vano tentativo di concupire la Cinzia dispensava qualche manata anche a me, con mia grande soddisfazione, ma che ci tengo a dirlo,  andò in bianco con entrambi. Con loro ottenni di andare al mio primo concerto rock. Gli Europe cantavano “The final countdown” (il conto alla rovescia finale), e mia madre “come se fosse mia madre” cedette solo perché ci andavo con ben due ragazze, e penso perché il titolo di quel concerto si abbinava in modo ipnotico alle sue recenti convinzioni! Fu stupendo anche se non ricordo nulla tranne la sensazione di enorme liberazione che provai saltando e cantando a squarciagola con la birra in mano! Gioie da poco, il corso finì, la Cinzia tentò di sedurmi fingendosi malata a casa e invitandomi ad andare da lei che era poco vestita quando mi aprì la porta, ed io, risolsi il tutto gettandole una coperta addosso e facendole mille discorsi sui rischi della polmonite. Non ci sarebbe più stato un periodo in cui cose tanto stupefacenti sarebbero accadute tutte insieme e con lo stupore e i drammi che le cose nuove portano con se. Di questo ne sarei stato consapevole molto tempo dopo. Del resto la fine degli anni ottanta avrebbe segnato una svolta epocale per il “ragazzo strano”. Avrei raggiunto la maggiore età dopo averla immaginata in mille modi diversi, come diverso fu il modo in cui la raggiunsi.
Segue....

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