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“Quasi ninna quasi nanna” di Mariana Chiesa, Orecchio Acerbo

Da Federicapizzi @LibriMarmellata

quasininnacop“Quando canto a mia figlia, canta mia madre, cantano le nonne, e io aggiungo altre voci.
La ninnananna è meticcia e viaggiatrice.
Dal Mediterraneo all’Atlantico, dalla lingua madre a quella acquisita.
La ninnananna possiede un doppio incanto:
è tagliente e tenera, è dolcezza e crudezza, senso e nonsenso.
E’ un dialogo con mia figlia, e insieme con me stessa, con la terra e con la notte.
Come fossi un animale dalle multiple sorgenti, che offre il suo latte nel canto,
prima di dar le spalle al mondo e andarsene.
In un continuo viavai a un’altra riva, fino alla grande casa del sogno”

Vorrei partire da qui, dalle parole che l’autrice – Mariana Chiesa – sceglie di porre dietro uno dei risguardi di copertina del suo “Quasi ninna quasi nanna”, raffinatissimo, suggestivo e, oserei dire, complesso albo pubblicato dalla casa editrice Orecchio Acerbo.

Questi versi quasi nascosti, posti in maniera discreta sotto la bellissima dedica ai familiari, rischiano di passare inosservati e invece sono, a mio parere, un preziosa guida conduttrice, un biglietto da visita già ricchissimo di significati e immagini emotive che prepara il lettore a ciò che tra le pagine incontrerà.
E cioè un viaggio sospeso tra la realtà e il sogno, tra il presente e il passato, tra l’anima e la terra, la carne e l’evanescenza del pensiero.

Non vi attendete le rime, non aspettatevi cantilene, né, nelle illustrazioni, lettini e camerette, placide nuvolette, graziose copertine.
Qui tutto è tagliente, impressivo, vivido e onirico allo stesso tempo.
Al sonno vi si porta tramite la meraviglia, attraverso lo stupore e insieme la placida accettazione che nel sogno tutto rende possibile, in quel territorio profondissimo dove l’inconscio fa della solitudine possibilità di conoscere, esplorare, offrirsi ogni notte a una diversa verità.

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La ninnananna diventa allora accompagnamento, guida, in un momento ibrido che non è più veglia ma non è ancora rapimento, nei minuti segnati dall’andirivieni tra ciò che ci sarà di là e quel che è stato di qua, tra la rassicurazione del noto e il fascino, a volte spaventoso, dell’ignoto.
Le presenze conosciute sono lucenti, la mamma è ancora capanna, ma oltre la porta della notte ci sono boschi e selve, creature e paure, ali che si aprono ad accogliere e mille possibilità di essere e diventare.
Le stesse, forse, che ci sono nella vita e nella crescita.

Ed ecco che il passaggio tra veglia e sonno diventa una metafora per un altro viaggio: il viaggio della nascita.
Allora l’albo si fa potente, quasi ancestrale. La ninna nanna non è più solo il canto di chi culla un figlio ma è la nenia stessa che sottende all’esistenza. Un richiamo che giunge da lontano, che unisce, appunto, nonne e nipoti, terre vicine e lontane, che contiene in sé il dolce e l’amaro, il senso e non senso.

Tutto si confonde, nelle tavole dell’albo e il gioco che era sogno si fa prova di vita, si costruisce e si cresce. Alla guerra si gioca ma poi è la stessa che mutila e il mondo altro non è che una palla e tutto ciò che gira, come il mondo, ha il suo rovescio.
Si impara a cambiare, a tornare dalle esperienze, ad ascoltare la propria voce interiore, a far propri sogni, i desideri, a vedere la bellezza e lo splendore e le chiavi misteriose dell’amore.

E come in un cerchio si torna al grande miracolo del concepimento e del venire alla luce.

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Cos’è in fondo la nascita se non – come i minuti della “quasi ninna quasi nanna” – un varco tra due dimensioni dell’essere? Da quale parte sia il reale e dove il regno dell’irrealtà poco importa, e la chiusa rassicurante del libro manda messaggi dolci di accoglienza.
Come al termine della notte, quando le luci dell’alba fanno capolino, e la mamma ritrova il suo bimbo.

Un albo fitto, denso di richiami – all’universo naturale, ai miti, alle fiabe, alle profondità insondabili dell’universo, ai misteri del cosmo, alla natura umana, all’inconscio, alla psiche…perfino alla fisicità del rapporto d’amore, all’istinto materno che è quasi animale.
E alle paure, alle tenerezze, alla crudeltà, al dolore, ai regni incantati dell’immaginazione…
Ogni tavola è un profluvio di suggestioni, contiene in sé l’inquietudine e l’armonia, l’accoglienza e la solitudine, la malinconia e l’amore.

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Una lettura quasi psicanalitica, nei boschi fitti dell’inconscio che si risvegliano quando si diventa mamme. Nel momento in cui si tendono in noi tutti i fili, magari dimenticati, che ci collegano alle nostra infanzia, alle nostre genitrici, ai nostri ricordi e, insieme, si preparano le trame che su questi si costruiranno per tessere il legame con la nuova creatura che si affaccia alla vita.

Più che ai bambini consiglio questo albo alle madri, coloro che già lo sono e coloro che lo diverranno. Pagine che, oltre che da fruire nell’immediato, sono da lasciar areare e decantare, messe in condizione di rivelare, ad ogni nuova lettura e osservazione, verità diverse e forse illuminanti.

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