Quinto potere è un film molto duro: e, tuttavia, la regia misurata di Sidney Lumet e la scrittura molto intellettuale e spesso ironica di Paddy Chayefsky raffreddano la tensione attorno ai temi scottanti di cosa voglia dire vivere di fronte a uno schermo che si proietta sulle brame più intime per carpirle tutte e trasformarle in affari. Non è il medium, lo strumento che in Quarto potere indagava sulla vita di Kane e la ricomponeva sotto forma di film, a interessare qui, in Network: bensì quello che accade quando questo processo viene mediato dalla visione economicista (Il mondo è un insieme di corporazioni, il mondo è un businness), cinica e piuttosto deprimente del cannibalismo senza epica e senza religione, visioni senza Dio, predicatori senza buone novelle. Tutto è suggestione, perfino - e anzi ancora più - quando è la suggestione stessa a ribellarsi:
Ascoltate: siete voialtri la realtà. Noi siamo le illusioni.
Quinto potere di Sidney Lumet è la storia dell'Howard Beale's Show all'interno del suo network, dei meccanismi che l'hanno determinato, prodotto, poi rinnegato, sfruttato; è la storia di una compresenza sciattamente estranea ad altre polarità esistenziali che non siano profitto-non profitto. Il successo non viene neanche rivisto come canale di comunicazione, perché non c'è messaggio che non sia il profittare delle bramosie del pubblico per soddisfare la propria. Non ci sono strategie di marketing, leadership, non c'è la competetività delle aziende nell'arena della globalizzazione: il linguaggio economico è l'unico che consenta a persone sole di "capirsi", di superare in riunioni di lavoro la distanza che li separa, è l'unico che consenta loro di decodificare il mondo e di trarne profitto. Ma non di interpretarlo, di farsene intelligenti.
