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Recensione: Ciò che inferno non è di Alessandro D’Avenia

Creato il 21 dicembre 2014 da Coilibriinparadiso @daliciampa

Buona domenica! Come vi avevo anticipato, Venerdì ho finito di leggere Ciò che inferno non è, e non vedevo l’ora di parlarvene, quindi ecco a voi la recensione! Nel frattempo, ho iniziato, e anche quasi finito date la lunghezza, Tutte le cose al loro posto di Chiara Dell’Uomo, quindi arriverà presto anche una seconda recensione :)

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  • Titolo: Ciò che inferno non è

  • Autore: Alessandro D’Avenia

  • Casa Editrice: Mondadori
  • Data pubblicazione: 28 Ottobre 2014
  • Pagine: 317
  • Genere: Drammatico
  • Trama: 23 maggio 1992, la scuola sta per finire: un gruppo di liceali palermitani sta festeggiando in piscina, quando dalla tv giungono le immagini della strage di Capaci. Federico è uno di quei ragazzi. Porta il nome di un sovrano antico, e come lui ama la letteratura e la sua terra. Mesi dopo, alla fine di un nuovo anno scolastico, proprio mentre si prepara ad andare a Oxford per un mese di studio, Federico incontra “3P”, il prof di religione: lo chiamano così perché il suo nome intero è Padre Pino Puglisi, e lui non se la prende, sorride. 3P lancia al ragazzo l’invito ad andare a Brancaccio a dargli una mano con i bambini del centro Padre Nostro, che don Pino ha inaugurato per strapparli alla ai “padrini” del quartiere, parodia violenta della paternità. Quando Federico attraversa il passaggio a livello che porta a Brancaccio, ancora non sa che in quel preciso istante comincia la sua nuova vita, quella vera. Quella sera tornerà a casa senza bici – gliela rubano –, con il labbro spaccato da un pugno e con la sensazione di dover ricominciare da capo: dal buio dei vicoli controllati da uomini senza scrupoli come il Cacciatore, ‘U turco, Nuccio; dalle vite spesso disperate, sempre durissime, ma talora felici di Francesco, Maria, Dario, Serena e tanti altri; ma anche da Lucia, ragazza dagli occhi pieni di coraggio e limpidezza… Fino al 15 settembre 1993: il giorno del cinquantaseiesimo compleanno di padre Pino, lo stesso in cui viene ucciso. Il giorno in cui la bellezza e la speranza per Palermo restano affidate alle sue mani di ragazzo, chiamato a cercare e difendere ciò che, in mezzo all’inferno, inferno non è.

Opinione personale:

Ciò che inferno non è è un viaggio struggente, forte. È il ritratto di un quartiere, Brancaccio, logorato dalla mafia, ma è più che altro il ritratto delle persone che ci vivono, e più di ogni cosa, dei bambini che ne soffrono.  

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Leggendo la trama, ho cominciato il libro convinta che quella fosse la storia di Federico: me l’ero immaginato come un ragazzo normale, proveniente dalla Palermo che la mafia la sente distante quanto noi. Un ragazzo che entra in contatto con quel mondo lontano grazie a Don Pino e che dopo la sua morte si fa carico della sua missione. Sbagliato. Questa è la storia di Don Pino, che non è un personaggio inventato dalla fantasia di D’Avenia, che non è solo verosimile, ma terribilmente vero. (Ho scoperto dieci minuti fa che l’autore lo ha avuto come insegnante di religione alle scuole superiori). E vera è tutta la sua storia. Così andando avanti con le pagine, mi chiedevo perché non succedesse niente, perché (bruttissimo da dire) Don Pino non morisse, ma c’era scritto nella trama, pensavo che da lì sarebbe cominciata la storia vera, le avventure di Federico. Invece la morte di Don Pino è la fine. Federico con i suoi occhi da diciassettenne che cresce racconta la storia, ne prende parte, ma non ne è il vero protagonista. Ho amato il fatto che Federico abbia la mia stessa età, perché come nei suoi romanzi precedenti, D’Avenia è riuscito a ritrarre perfettamente l’adolescenza, che da professore riesce a capire meglio di tutti i miei insegnanti. Tutti forse tranne una, che è la mia professoressa di religione, e che parla di tutto, anche di Dio, certo, ma parla della vita. Rompe le scatole, anche lei, e penso che alcune frasi dal libro gliele scriverò e gliele farò leggere, perché mi hanno fatto pensare a lei.

Mi ricordo ancora la prima lezione con lui. Si era presentato con una scatola di cartone. L’aveva messa al centro dell’aule e aveva chiesto cosa si fosse dentro. Nessuno aveva azzeccato la risposta. Poi era saltato sulla scatola e l’aveva sfondata. “Non c’è niente. Ci sono io. Che sono un rompiscatole”. Ed era vero. Uno che rompe le scatole in cui ti nascondi, le scatole in cui ti ingabbiano

Federico ha accompagnato me, nell’entrare in un mondo duro da accettare e da capire, ma a cui appartiene Lucia, il suo Amore, con la A maius

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cola. È un mondo da cui non si può scappare, che ti rimane dentro. Mi ha ricordato la Fortezza della D’Urbano. E Federico proverà a cambiare qualcosa, urlerà ai suoi amici, a suo fratello e ai suoi genitori. Alcuni di loro capiranno, altri no.
Padre Pino cerca di aiutare tutti nel quartiere, fino alla fine, anche solo con un sorriso: dal Cacciatore, al fratello di Nuccio, coloro che dovrebbero essere i nemici sono i suoi figli. Lo sono i traditori, anche se solo bambini, anche se probabilmente non sanno quello che fanno; lo sono le prostitute; lo sono le ragazze madri, spesso violentate, che tutto il resto della società addita e respinge. Lui cerca di dare un futuro e un presente a tutti loro, e tutto ciò che non hanno è una sofferenza che lo logora dentro, che non capisce. È l’inferno che tanto teme, è l’acqua alta, l’assenza di amore. 

…ma inferno e fuoco non c’entrano niente, l’inferno è pura sottrazione, è togliere tutta la vita e tutto l’amore da dentro le cose

Lo stile dell’autore lo conoscevo già, quasi a memoria oserei dire. E lo amavo già. Ma questa volta è riuscito ad essere ancora più intenso, se possibile, più pesante. Ma non una pesantezza che preme sulla testa, ma sul cuore e ti lascia a fissare il prato del parco per minuti interi, dopo che hai finito di leggere. Ammetto che alcune volte ho dovuto rileggere più volte dei pezzi per capirne il senso, è complicato, e altre volte ho pensato “Ma proprio adesso deve fare il filosofo, proprio sul più bello?!”. Ma è pur

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vero che le sue riflessioni, anche se al momento meno opportuno, lasciano i brividi; e le parti difficili in fin dei conti sono le più belle.
Insieme a Donpino, sì scritto tutto attaccato, i protagonisti sono i bambini, che soffrono tanto, troppo. Bambini a cui stanno tentando di togliere i sogni, che si aggrappano a tutto per cercare di evadere, di scappare: alla speranza di ali che non li facciano precipitare, alla speranza che all’orizzonte, dove cielo e mare si incontrano, finiscono tutti i binari e i morti si incontrano con i vivi. E così vedere i loro sogni spezzati, sfracellati al suolo, è stato ancora più doloroso, perché a nessun bambino dovrebbe essere negata la possibilità di sognare (vi confesso che quest’ultima frase l’ho rubata al libro che sto leggendo ora!). Ma nella città dei paradossi, i loro spasimi sono destinati a morire; anche se preferirebbero solo non dover uccidere polipi e poter invece costruire castelli di sabbia, non dover uccidere un cane, diventare direttore d’orchestra o imparare a suonare la chitarra.
Palermo è ritratta più e più volte sotto vari punti di vista, e a volte questo rientra nelle parti noiose. È il secondo libro
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di seguito che leggo ambientato a Palermo, e scritto da una autore palermitano, e se in Il Sentiero della mano sinistra, la città era bella, triste a volte, e il suo dialetto forte e presente, qui è una signora, con una storia lunghissima e formata da mosaici di cultura diverse. I bambini parlano in un modo da far sorridere, e sembra quasi di sentirli: “Miii”
E poi la fine del libro: volevo piangere, volevo lasciar andare tutta quella tensione, ma non ce la facevo. Forse era la rabbia, perché è tutto così ingiusto e perché l’ultima parola in assoluto è Donpino, ma lui è morto, e tutti sembrano ora così soli. E tuto sembra così perso, così infernale.
Non so, mi sembra di poter continuare a scrivere all’infinito, senza mai riuscire a dire tutto quello che ci sarebbe da dire. Vi prego leggetelo. Ne resterete sconvolti ma ammaliati. L’ho immaginato come l’effetto che probabilmente fa Palermo…

L’inferno non esiste. E se esiste è vuoto. Dicono.
Vivono forse in quartieri con giardini e scuole. Ignorano. 
Inferno sono gli enormi palazzi di cemento, alveari screpolati e abbandonati dalla bellezza, che fanno di cemento l’anima che li abita. L’inferno si annida nei sotterranei di questi palazzi stipati di polvere bianca tagliata alla meglio e carne umana in saldo.
L’inferno è fame mai soddisfatta di pane e di parole. Inferno è un bambino sfregiato da fuori verso dentro, dalla pelle fino al cuore. Inferno è il lamento degli agnelli accerchiati dai lupi. Inferno è il silenzio degli agnelli sopravvissuti. Inferno è Maria madre a sedici anni, prostituta a ventidue. Inferno è Salvatore che ha poco pane per i figli e per la vergogna quel poco se lo beve, Inferno sono le vie senza alberi e scuole e panchine su cui parlare. Inferno è quando le cose non si compiono. Inferno è ogni seme che non diventa rosa. Inferno è quando la rosa si convince che non profuma.

Il mio voto:

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L’autore:
Alessandro D’Avenia: Scrittore, insegnate e sceneggiatore. Laureato nel 2000 alla sapienza di Roma in Letteratura Greca, consegue il dottorato di ricerca in Lettere Classiche, e poi insegna Greco e Latino al Liceo. Il suo romanzo d’esordio è Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori, 2010), da cui viene tratto l’omonimo film prodotto da Rai Cinema, per il quale collabora a scrivere la sceneggiatura. Nel 2011 viene pubblicato Cose che nessuno sa, mentre del 2014 è Ciò che inferno non è. I suoi romanzi sono tradotti in più di venti paesi, e il 6 dicembre 2012 ha ricevuto il Premio Internazionale padre Pino Puglisi per «l’impegno mostrato a favore dei giovani».


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