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Recensione de Le macerie di Haiti su ValigiaBlu.It

Creato il 03 febbraio 2013 da Vfabris @FabrizioLorusso

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Foto: Romina Vinci – Recensione di Matteo Pascoletti

Pensare Haiti – tra i paesi più poveri in occidente – dopo il catastrofico terremoto del 2010, è come pensare a una terra dopo la fine del mondo: è l’impensabile per eccellenza. Eppure quella terra e i suoi abitanti esistono ancora, anche se la disperazione sembra essere l’unica costante, e la povertà estrema il paesaggio dominante.

Le macerie di Haiti, (ed. l’Erudita, 2013) scritto da Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, è un doppio diario che racconta il soggiorno nei luoghi del disastro: Lorusso è andato ad Haiti nel febbraio del 2010, poco dopo il terremoto, Vinci nell’ottobre del 2011, «nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione, mai cominciata, della capitale». La catena cominciata con i primi reportage di Lorusso e terminata con il libro è raccontata nell’introduzione. Centrale è il ruolo dell’Aumohd(Association des Unités Motivées pour une Haiti de Droits), associazione haitiana cui gli autori hanno deciso di devolvere i proventi del libro:

È stata una catena. Dai reportage e dagli appelli pubblicati da Fabrizio nel 2010, e grazie alla collaborazione con Aumohd, ne sono nati altri importanti nel 2011, come quello di Silvestro Montanaro per C’era una volta su RaiTre. Poi Italo Cassa della Scuola di Pace ha costruito il sito HaitiEmergency.Org, portando il sorriso e il Carnevale da Roma a L’Aquila e a Port-au-Prince. Poi l’amico  Evel  Fanfan  è  stato  in  Italia,  ben  due  volte. L’informazione, la rete, le persone hanno fatto sorgere la collaborazione anche con l’avvocato Massimo Vaggi, con la FIOM e con Nova OnLusAdozioni internazionali, per esempio. Alla fine della catena il cerchio si chiude con Romina, il suo viaggio ad Haiti e questo doppio diario.

Una volta sul posto, la devastazione lasciata dal terremoto è nell’odore dei cadaveri che non possono essere portati via, perché, come scrive Lorusso, «non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi, nei mattoni doloranti». Mentre allo sguardo la capitale Port-au-Prince si rivela una «metropoli ormai senza legge e senza tempo. O meglio, senza Stato».

Entro questo panorama, in cui la speranza è quasi una declinazione della follia, il diario dà spazio ad alcuni haitiani attraverso cui passano le contraddizioni e le lotte quotidiane di chi vive quella realtà. Conosciamo così Evel Fanfan, presidente dell’Aumohd che cerca di espandere i confini dei diritti riconosciuti: una figura carismatica che ha qualcosa dell’avvocato, del sindacalista, del politico e del sognatore. Vinci lo trova impegnato nel progetto di una radio che dia voce ai lavoratori haitiani: nella visione di Fanfan questo potrà diminuire i reati minori e gli abusi di polizia grazie alla diffusione di informazioni.

Altra figura centrale è Padre Rick, che dirige l’ospedale Nuestros Pequeños Hermanos. La visita all’obitorio, «un mucchio di macerie fatte di uomini» che il sacerdote vuole e deve benedire, è una scena che resta impressa anche dopo aver chiuso il libro. Padre Rick ha bisogno delle sigarette per sostenere la vista e l’odore, pur non essendo un fumatore. Dai suoi racconti, dai suoi sforzi per distribuire cibo e aiuti negli slums, nonostante il rischio costante di aggressioni o peggio, emerge tutta la ferocia che la miseria impone agli uomini. La stessa Vinci, accompagnando gli uomini di Padre Rick, è circondata e aggredita col resto del convoglio senza nemmeno poter capire sul momento il perché. Scoprirà solo in seguito, a pericolo scampato, che il convoglio è stato circondato e i componenti aggrediti perché nei giorni scorsi gli uomini di Padre Rick non avevano dato abbastanza riso.

Le contraddizioni di Haiti sono invece Daphney – «è Haiti, luce in mezzo alla morte» – in cui povertà e leggerezza convivono in un equilibrio indecifrabile. Si resta colpiti dal fatto che Daphney e i suoi coetanei delle bidonville abbiano quasi tutti un profilo Facebook – i social network per i giovani haitiani sono il web – e che spendano molto di ciò che guadagnano per connettersi nei cyber caffè e chattare di frivolezze. La tecnologia, non permettendo in alcun modo di emanciparsi sul piano economico o sociale, diventa l’ennesimo giogo da sopportare: con la differenza di essere un giogo divertente, in apparenza meno pesante. E questo è uno dei dettagli che porta a uno dei temi centrali del libro: il ruolo ambiguo delle Ong straniere e delle Nazioni Unite, e più in generale il rapporto tra le potenze straniere e Haiti. A dispetto della forma dichiarata, gli «aiuti umanitari» o «le missioni di pace» mantengono immutati i fattori di disuguaglianza sociale, impedendo un’effetiva emancipazione degli haitiani. La «famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”» – scrive Lorusso – svolge anche funzioni di polizia e controllo militare. Una situazione ormai malvista, complice anche la quasi ventennale presenza dei caschi blu ad Haiti (dal 1993):

sono venuti [i militari dell'Onu] ad assumere funzioni di polizia e difesa militare in compartecipazione (a volte in contrapposizione) con i corrispondenti apparati nazionali. Perciò non mancano settori importanti della società civile di Haiti che rifiutano categoricamente la presenza di truppe  straniere,  definendole  come  il  “braccio  armato  della democrazia” o semplicemente come corpi estranei per giunta anticostituzionali.

Le organizzazioni umanitarie straniere, più organizzate e a proprio agio con la burocrazia rispetto alle associazioni del posto, incarnano il sistema welfare haitiano. Complice lo stato di necessità in cui si trova la popolazione, sortiscono però un’ulteriore funzione: plasmano la società in modo unilaterale mentre l’aiutano a sopravvivere. Scrive ancora Lorusso:

Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e d’immagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario  per  la  quadratura  del  cerchio  della  politica  estera  delle potenze straniere coinvolte, [...] che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi “beneficiari”. Anche la solidarietà è condizionata da politiche specifiche e da preferenze stabilite dall’agenzia che la elargisce.

Recensione de Le macerie di Haiti su ValigiaBlu.It

Foto: Romina Vinci

Gli stili degli autori evidenziano differenti approcci al contesto, risultando complementari. Lorusso lascia in secondo piano le impressioni sul posto, inquadrando ciò che vede in una cornice di relazioni economiche e politiche. È uno stile fortemente analitico che distanzia da sé gli avvenimenti: ma è il risultato di uno sforzo teso a comprendere meglio la realtà haitiana. Lo si vede per contrasto in alcuni passi, come la descrizioni di Daphney o la poesia  in chiusura del libro, dove si coglie la consapevolezza di quanto Haiti sia rimasta dentro.

Vinci dà voce allo spaesamento di chi si trova catapultato in un Altrove caotico, violento e indecifrabile, scoprendosi straniero. Ciò fa presa sui meccanismi difensivi, e si vede soprattutto nella lente dell’etnocentrismo con cui talvolta filtra gli eventi. Il suo stile trasmette con efficacia gli avvenimenti e i particolari più impressionanti, offrendo un punto di vista più vicino al lettore estraneo alla realtà haitiana:

Al  termine  di  questo  mini  tour  siamo  ritornati  a  casa  di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa non hanno bisogno loro? È tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti.

Ma, al netto dei contrasti vissuti, la giornalista mostra quanto siano forti le motivazioni che l’hanno spinta a quel viaggio, e successivamente a questo libro:

Quando un giornalista valica i confini, penetra in questi posti, occupa spazi, incrocia sguardi e persone raccogliendone le storie, ha il dovere morale di raccontare quel di cui è stato testimone.

Una frase che vale come manifesto di deontologia professionale e che, a giudicare dai reportage dall’Afghanistan realizzati nel 2012, Vinci sa applicare con coerenza.

Link alla recensione originale qui

Link al libro: qui

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