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Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di Dakar

Creato il 02 maggio 2010 da Kindlerya

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Venite / soprattutto non chiudete gli occhi / venite a vedere
Diallo Faleme
Nonostante il Senegal sia un Paese povero, la sua situazione è nettamente migliore rispetto ai paesi vicini: la cultura del lavoro e la maggiore stabilità politica fanno sì che anche la sua economia sia più sviluppata. Si vive soprattutto di pesca, di coltura di arachidi, cotone e zucchero, oltre che dell’allevamento di bovini, caprini e ovini. I mercati di Dakar sono interminabili e assorbono ogni cosa: colorati ed eccessivi, sembrano ovunque e senza fine all’orizzonte. Mercati in distese di terra al sole, mercati su strade trafficate e viali alberati, mercati dietro l’angolo e oltre porte anguste, mercati dentro le baraccopoli, mercati addosso alla gente.
Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di Dakar
Qui, dove l’assurdo regna sovrano in una quotidianità sempre identica, niente ha un prezzo univoco: un passaggio, un pasto o un abito sono lo spunto per una lunghissima trattativa tra chi vende e chi compra. Qualsiasi cosa è contrattabile perché il prezzo non lo fa il valore del bene, ma la possibilità di chi ne ha bisogno e la disponibilità di chi lo possiede.
Bidonville di frutta e materassini, collane colorate e pesce essiccato, uova, biancheria intima, ciotole, patate, profumi, biscotti…
Dakar è una centrifuga di tinte forti e passi lenti, un mosaico fatto con i rumori e i movimenti sempre costanti di cantieri eterni che montano e smontano ogni giorno la fisionomia della città. I centri abitati pullulano e crescono senza criterio, senza un piano o un ordine, ogni angolo è stracolmo di ruspe, pale, mattoni e piccole montagne di sabbia che attendono solo di entrare nel folle meccanismo dell’edilizia senegalese.
Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di Dakar
A parte i residui coloniali, l’architettura è così sregolata e intricata da far venire il capogiro, con pezzi di geometrie impensabili e lavori di ampliamento sempre incompleti. Tetti a metà e crepe nei muri fanno il resto, in una scenografia decadente in cui ogni singolo centimetro quadrato risale ad almeno un secolo fa e non è mai stato modificato né ristrutturato. A ogni angolo c’è un cimelio che ricorda vagamente il biliardino e uno sciame di bambini che ci giocano sopra, scalzi e vocianti. Per le vie e nei cortili, indisturbate, vivono delle pecore altissime mentre i calessi, rallentati dalla loro stessa frenesia, sono portati da cavalli molto piccoli.
Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarNelle strade più battute, specialmente quelle che portano alle altre principali località del Paese, i veicoli sono riempiti fino ai limiti dell’immaginabile, vanno a passo d’uomo e fanno pause che durano parecchio, imbottigliati per la felicità dei venditori ambulanti. I pulmini del trasporto pubblico, per esempio, chiamati ndiaga ndiaye dal nome di colui che per primo li mise in circolazione, da fuori appaiono mucchi di braccia e visi ingarbugliati. Nonostante cadano a pezzi, abbiano i vetri spaccati e la carrozzeria sia arrugginita, sono decorati con disegni, adesivi e scritte di tutti i colori, addobbati con pendenti e bandiere. L’autista guida senza battere ciglio con rumorose audiocassette a tutto volume e comunica con il suo aiutante - un ragazzino sveglio che sta sul retro attaccato al portellone che raramente si chiude – attraverso colpi secchi sul tetto. La grande scritta sul cofano “Alhamdoulilahi”, che sta per “ringraziamo Dio”, è la premessa di ogni viaggio e in questo modo, tra il chiasso dei passeggeri, le note della musica senegalese e i colpi eloquenti dell’autista, si procede per distese di smog, puzza di pesce marcio e odore di sporca umidità, con sfondi di deserto, alberi di neem e baobab.
Un altro elemento che fa l’economia senegalese è la bellezza delle donne: la loro cura del corpo è un’ossessione che va ben oltre il semplice concetto dell’apparenza. Per loro ogni gioiello è un messaggio, ogni ciocca di capelli una garanzia, in un dialogo di corpi che esprimono tutta la loro femminilità e il loro valore. È un percorso importante e impegnativo che ogni bambina inizia molto presto, indossando abiti colorati, orecchini e bin bin, collane di perline da mettere intorno alla vita.
Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarPiacere agli uomini è allo stesso tempo una necessità esistenziale e uno scopo primario nella vita delle donne e si può dire che tutta la società senegalese, in realtà, si fondi su questa dinamica che ha le sue origini nell’antica vita tribale. Trattandosi di una società che permette la poliginia, cioè il matrimonio di uno stesso uomo con più donne, voler sorprendere il marito è una costante nella vita di una donna anche dopo il matrimonio. L’eleganza è la prima virtù in assoluto: il portamento e il sorriso, gli abiti, i capelli e i gioielli ne sono i punti fermi, ma altri accorgimenti completano il quadro, come l’olio per rendere la pelle più morbida e i tatuaggi neri sulle gengive, dolorosissimi ed effettuati per risaltare al massimo il bianco dei denti.
Le trecce hanno molta importanza e a seconda di come vengono fatte e della complessità del loro “tessuto” possono dire molto sulla condizione sociale ed economica di chi le porta. Il lato più triste di questa perenne corsa verso la bellezza è la concezione che la pelle bianca sia più bella di quella nera. Questo porta in alcuni casi le ragazze a utilizzare dei prodotti farmaceutici sbiancanti, estremamente tossici, che rendono la pelle fragile e possono causare forme di cancro epidermico; nel peggiore dei casi, cioè quando non hanno i soldi per comprare questi prodotti, le ragazze ricorrono a candeggina o soda caustica.
Non tanto diverse dalle nostre docce solari e i nostri prodotti abbronzanti, che predispongono ai tumori cutanei, hanno controindicazioni a livello cardiaco e circolatorio e possono causare gravi danni agli occhi. Da una parte all’altra del mondo, non siamo mai contente. “Soffrire per imbellire”…
Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di Dakar
fotografie e testo di Valeria Gentile
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