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Ruzzle, Scarabeo, Dixit: giochi di parole senza ambiguità

Creato il 10 gennaio 2013 da Maria Grazia @MGraziaPiem

Sarà la coincidenza astrale di chissà quali pianeti, sarà l’inizio di un nuovo anno che porta con sé potenziali insospettabili… Sarà quel che sarà, fatto sta che da una settimana i giochi di parole non mi danno tregua.

Sabato scorso ho scoperto Dixit, un gioco da tavola il cui scopo è indovinare, attraverso un solo indizio, qual è la carta illustrata scelta dal narratore di turno; poi è stata la volta di Ruzzle ormai immancabile a ogni primo accenno di pausa dal lavoro, dallo shopping, dal dormire, dal cucinare… e aggiungete a piacere i verbi che volete, fatto? (Scusate, momento Muciaccia).
Ci ho preso tanto gusto a scovare parole che ieri ho anche voluto rispolverare Scarabeo, il caro vecchio e rassicurante gioco da tavola.

A questo punto dovrei essere una campionessa pronta per la sarabanda delle parole impossibili, e invece niente, la sconfitta totale. Perché? L’interrogativo della settimana, ossia perché riesco a vivere scrivendo ma non sono brava ai giochi di parole merita una lunga riflessione da parte mia, e forse Ruzzle, Dixit e Scarabeo sono sbucati non a caso attorno a me.

Il punto di questo post voleva in realtà essere un altro: perché sono così tanto di moda i giochi di parola? Prendete Ruzzle per esempio: è l’app più scaricata su Android e Apple. Perché?
Forse abbiamo bisogno di riscoprire nuovi termini per sopravvivere al piattume linguistico, forse giocando ci sentiamo più autorizzati a sfoggiare termini adusi (wow!) che risulterebbero altrimenti fuori luogo; o forse Ruzzle, Scarabeo & Co. sono così semplici e accessibili a tutti che giocarci è uno stimolo continuo alla partecipazione, alla conoscenza e alla riscoperta della lingua italiana tanto complessa quanto completa.
L’unico guaio è il tempo: per intravedere un senso tra tante lettere pescate e messe lì a casaccio servono tempo e riflessione, cose che mancano ai giochi, anche a quelli di parole, perché la mance dev’essere conclusa entro tot minuti.

Ora che ci penso, forse le mie sconfitte si spiegano così: a me piace assaporare le parole, ricercarle, e se ricordo quello che al mattino ho letto sull’e-mail quotidiana di unaparolalgiorno, pronuncio anche l’etimologia. Per questo serve tempo, e io non riesco ancora ad adattarmi ai ritmi di gioco di parole che della riflessione un po’, francamente, se ne infischiano.
Ecco un valido buon proposito per il 2013: diventare brava e vincere i giochi di parole.


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