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Sabato 15 giugno presso la sede dell'Associazione culturale "Amici della Vecchia Talpa" di Fidenza in anteprima presentazione del libro sul '68 del Prof. Franco Nardella.

Creato il 10 giugno 2013 da Bernardrieux @pierrebarilli1
Certo... la straordinaria  pagina di storia vissuta dalla mia generazione, quella che nel sessantotto e dintorni non aveva ancora vent'anni, nel libro di Franco Nardella  “Quel giorno in via Calzaiuoli...” edito da “Amici della Vecchia Talpa”, diventa diario di una quotidianità e di una presa di coscienza che testimonia quando e come ci si è resi conto di ciò che in quegli anni stava accadendo, come si è vissuto quella esperienza, quali ripercussione ha avuto nella cultura, nel comportamento politico, persino nelle vicende personali.
Acqua passata. Oggi ho la sensazione che se riuscissimo in tempo reale a riflettere e a scrivere sull'ambiguità del potere (e del contropotere), se riuscissimo a carpire le confidenze di chi lo esercita, cogliendo dietro la crosta della ufficialità qualche frammento della loro autentica natura, solo allora riusciremmo a penetrare, sia pure per poco, nel mistero del potere che, sia chiaro non è l'immaginazione al potere ma è consolidata struttura  congegnata in modo tale da condizionare quel tanto di libertà e di benessere di cui ognuno di noi può godere.
Nardella è testimone, “incallito sognatore... comprimario leale e gregario mai domo.... nonostante reflussi e sconfitte”, che ricorda, mette in fila  “un altro '68, fatto di ordinaria quotidianità, di routine, di normalissima vita di un giovane libertario...”. Ecco che, anche se “la battaglia di Valle Giulia è lontana”,  al paese arrivano di rimbalzo le notizie delle prime occupazioni e allora, nonostante la Preside “zia Michelina” e “il bidello tuttofare” cercano di convince gli studenti ad entrare in classe, ecco lo sciopero con corteo... comincia così il sessantotto di Franco Nardella, un pugliese trapiantato a Fidenza, già insegnante di Storia e Filosofia nei Licei parmensi, ora in pensione.
Il libro, la narrazione, rende bene il clima di quegli anni: slogan, linguaggi, leader, gruppi, canzoni, manie....l'esproprio proletario, le “molotov”,   quel giorno in via Calzaiuoli... e ancora, Togliatti, i fascisti, la fine dei tabù sessuali, Mao, i primi amori, la bandiera rossa con “falce e martello, in sostituzione del tricolore (troppo fascista!)”, il tutto in un crescendo dove trova casa anche il delirio,  ad esempio, quello dell'assassinio di Calabresi dove, ecco il pugno nello stomaco: “ebbri di gioia...esultammo, un nemico di classe eliminato”.
Da quel tempo, sono trascorsi oltre quarant'anni, ed ecco, così, dal niente, ogni tanto riemergono episodi nostri, fidentini, figli di quegli anni: sessantotto e dintorni. Ricordo bene l'energia e il clima del tempo. Certo, il mio sessantotto di liberale ha ricordi spettinati, non in linea con gli umori della mia generazione, quella che alzava nei cortei, dopo aver fatto a botte per prenderne la testa, le immagini di Marx, Lenin, Stalin, Mao Tse Tung e dove "basco nero" faceva rima con "cimitero".
A Fidenza,  il sessantotto arriva di rimbalzo e, mentre a livello nazionale alcuni intellettuali firmano a favore della lotta armata , qui a Fidenza le firme sono contro il reato di vilipendio e di solidarietà per Cesare Delnevo e Giorgio Monteverdi, etrambi denunciati per il testo di un volantino, credo dal contenuto antimilitarista.
A conclusione, lasciando correre la memoria, il mio sessantotto inizia prima. Inizia con l"Ich bin ein Berliner" di John F.Kennedy e le rivolte razziali negli Stati Uniti; la colonna sonora di quegli anni porta le firme di Mick Jagger, Jhon Lennon, Blowing in the wind; al cinema Corso arrivano "Fragole e Sangue", "Easy Rider", "Indovina chi viene a cena"  e l'avanspettacolo con le donnine non ancora senza veli, e poi, ancora, disordinatamente, la guerra del Vietnam, On the Road, Fernanda Pivano,  l'invasione di Praga, bandiera gialla di Renzo Arbore, Valle Giulia, le festine, Pier Paolo Pasolini, la Cederna, il Borghese,  Sofia  Loren  per 15 giorni  barricata in un albergo di Salsomaggiore per una delicata cura ginecologica, Rita Pavone  sposa  Teddy Reno,  e ancora, Carmelo Bene esordisce al cinema con “Nostra Signora dei Turchi”, Marcuse è in vacanza a Venezia, lo Statuto dei lavoratori è legge dello Stato, quelli del Manifesto vengono espulsi dal PCI, Michelangelo Antonioni si divide da Monica Vitti, Montale nominato senatore a vita, Paolo VI promulga l'enciclica Humanae Vitae, Bunuel gira “La via lattea”, Bertolucci “La strategia del ragno”, Tamara Baroni  legge Pavese, Solzenitzyn prende il Nobel, e poi Martin Luther King, lo sbarco sulla luna, i frikettoni, la legge sul divorzio, il Teatro Magnani occupato, la tenda in piazza Verdi, Woodstock, i fumogeni a Miss Italia, piazza Fontana, Valpreda e Pinelli, i figli dei fiori, Marco Pannella, la nonviolenza, i diritti civili... e tanto d'altro ancora.
Mi fermo qui. Voi andate avanti.. e, comunque la pensiate, cercate di esserci  sabato prossimo,  15 giugno presso la sede dell'Associazione culturale "Amici della Vecchia Talpa" di Fidenza in anteprima presentazione del libro sul '68 del Prof. Franco Nardella. Sarà presente l'autore.
(CP)
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PER SAPERNE DI PIU':
Luigi CALABRESI

Luigi Calabresi

«Da due anni vivo sotto questa tempesta. Lei non può immaginare che cosa ho passato e che cosa sto passando. Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio non saprei come resistere...». Parlava così il commissario Luigi Calabresi qualche settimana prima di essere ucciso. Come era successo altre volte, lo avevo incontrato nell'ufficio di Antonino Allegra, il capo della sezione politica della questura milanese. Eravamo all'inizio del 1972, lavoravo da inviato della Stampa a Milano. E dalla strage di piazza Fontana in poi, scrivevo di continuo su quella folle stagione di bombe, di morti, di linciaggi. Domandai a Calabresi se avesse paura. Lui rispose: «Paura no perché ho la coscienza tranquilla. Ma quel che mi fanno è terribile. Potrei farmi trasferire da Milano, però non voglio andarmene. Comunque non ho paura. Ogni mattina esco di casa e vado al lavoro sulla mia Cinquecento,  senza pistola e senza la protezione di una scorta. Perché dovrei proteggermi? Sono un commissario di polizia e il mio compito è di  proteggere gli altri, i cittadini». Ero convinto di non dover più scrivere su una storia vecchia di quarant'anni. Ma certe vicende non passano mai. Riemergono di continuo come fantasmi testardi che ti obbligano a guardarli in faccia di nuovo. Accade così per il mattatoio di piazza Fontana, che oggi ha ispirato un film di Mario Tullio Giordana, Romanzo di una strage, nelle sale dal 30 marzo.
Il figlio del commissario, Mario Calabresi, direttore della Stampa, l'ha già visto. E ha osservato che nel film è sparita la campagna di linciaggio contro il padre. Fu un'aggressione schifosa, durata mesi e mesi. Un veleno cucinato e diffuso dalle teste d'uovo della sinistra italiana: il meglio del meglio della cultura, dell'accademia, del giornalismo, del cinema. Signore e signori che per anni ci hanno spacciato un mare di bugie. Forti di un'arroganza che quanti di loro sono ancora in vita seguitano a scagliarci addosso.
Il linciaggio si fondava su una convinzione senza prove: il commissario Calabresi era il torturatore e l'assassino di Giuseppe Pinelli. L'anarchico fermato la sera del 12 dicembre 1969 e morto tre sere dopo, cadendo da una finestra dell'ufficio politico della questura milanese. Il corpo di Pinelli non era ancora stato sepolto, quando su Calabresi cominciò a cadere una grandinata di falsità senza vergogna.
Si disse che il commissario gli aveva inflitto un colpo mortale di karate, ma non c'era mai stato nessun colpo. Poi si sostenne Calabresi era un agente della Cia addestrato in America, ma lui non era mai andato negli Stati Uniti. Infine si raccontò che a Pinelli era stato iniettato il siero della verità, ma si trattava soltanto della flebo usata dai barellieri nella speranza di rianimare l'anarchico. Non era ancora niente rispetto alla tempesta che venne scatenata poco dopo. Oggi si parla spesso di macchine del fango a danno di politici o di big dell'economia. Ma sono scherzi goliardici rispetto a quella allestita contro Calabresi. Fu un congegno mostruoso, destinato a durare più di due anni. Per poi concludersi con l'assassinio. Al contrario di quel che si crede, il primo passo non venne compiuto dal giornale di Lotta continua. Bensì da due quotidiani della sinistra storica: l'Avanti! del Psi e l'Unità del Pci, affiancati dal settimanale comunista Vie Nuove. Poi entrò in scena un pezzo da novanta: l'Espresso con la sua firma più famosa, Camilla Cederna. Subito dopo si mossero i lottacontinua di Adriano Sofri e da quel momento la vita del commissario diventò un inferno. Calabresi querelò Lotta continua, ma ricevette una replica brutale.  Sofri & C. spiegarono che a loro non importava nulla del verdetto di un tribunale. Il proletariato avrebbe emesso la propria sentenza, per poi eseguirla in piazza: "Sappiamo che l'eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma è questa, sicuramente, una tappa fondamentale dell'assalto dei proletari contro lo Stato assassino". Nel frattempo, il commissario e la sua famiglia venivano inchiodati a una via crucis orrenda. Manifesti su tutti i muri di Milano e di molte città italiane gridavano: Calabresi wanted, ricercato, con l'indicazione della somma da saldare a chi l'avesse catturato. Promesse di morte urlate nei cortei: Calabresi sarai suicidato! Insulti carogna: il commissario Finestra, il commissario Cavalcioni. Vignette bestiali: Calabresi insegna alla figlia piccola come tagliare la testa alla bambola anarchica con una ghigliottina giocattolo. E poi una bufera di lettere anonime, spedite all'indirizzo di casa. Telefonate orrende.

P.zza Fontana, bomba alla BNA

Centinaia di articoli per indicarlo al disprezzo e alla vendetta. Calabresi era diventato l'ebreo di una truppa ideologica generata da un incrocio bastardo: il neocomunismo movimentista e una nevrosi persecutoria di impronta nazista. Nulla gli fu risparmiato. Quando lo promossero commissario capo, Milano venne tappezzata di nuovi manifesti che lo mostravano con le mani grondanti sangue. Lo slogan gridava: "Così lo Stato assassino premia i suoi sicari". Ma il culmine dell'infamia fu toccato con la parata firmaiola che dilagò sulle pagine dell'Espresso per tre settimane, a partire dal 13  giugno 1971. Ben ottocento eccellenze di sinistra: filosofi, registi, scienziati, editori, storici, architetti, pittori, scrittori, politici, sindacalisti e un buon numero di giornalisti. Tutti in preda alla certezza che Calabresi fosse un torturatore e un omicida. Rileggere oggi quell'elenco mi provoca un disgusto profondo per chi l'ha sottoscritto. Mi ero ben guardato dal firmarlo, anche se le insistenze dei promotori mi pungolavano a farlo. Avevo scritto su piazza Fontana sin dal primo giorno. E in qualche modo rappresentavo la Stampa a Milano. Però mi ripugnava il ritratto che veniva dipinto di Calabresi. Lo ritenevo falso da cima a fondo. Inoltre volevo sottrarmi all'aria pessima che tirava a Milano. Era un'aria che puzzava di faziosità sfrenata, di furibondo partito preso, di certezze proclamate con il sangue agli occhi, di dubbi rifiutati con disprezzo. In quel clima, se non partecipavi al linciaggio di Calabresi una penale la pagavi. Ti accusavano di schierarti con i fascisti, cercavi i favori della polizia, facevi un giornalismo prezzolato, stavi al servizio della Direzione affari riservati del Viminale. Un altro che, strano a dirsi, non firmò fu Adriano Sofri. Tanti anni  dopo, nel libro La notte che Pinelli, pubblicato nel 2009 da Sellerio, spiegò la faccenda così: «Io non ero tra i firmatari. Nessuno me lo chiese, e con la boria e la faziosità di allora me ne sarei guardato. Era un testo molto duro e si pronunciava con indebita sicurezza». In calce a quel libro, con sottile perfidia, Sofri ha pubblicato l'elenco delle ottocento firme. Scorrerle una per una, ti induce a pensare che la "meglio gioventù" partorita dal Sessantotto aveva alle spalle il peggio del vippume di sinistra. Molte di quelle eccellenze sono scomparse, a cominciare da Norberto Bobbio per finire a Giorgio Bocca. Ma tanti big sono ancora in vita. E da ben poco venerati maestri seguitano a impartirci lezioni burbanzose. Qualche nome? Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Dario Fo, Furio Colombo, Lucio Villari, Bernardo Bertolucci, Toni Negri, Dacia Maraini... Basta, mi fermo qui. Forse è vero che stiamo diventando un paese per vecchi, a cominciare da me. Ma un po' di pudore non farebbe male a nessuno. (Giampaolo Pansa per "Libero") http://feeds.feedburner.com/BlogFidentino-CronacheMarziane

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