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Se Maroni è Sandokan, chi è Yanez? E Tremal Naik?

Creato il 18 novembre 2010 da Massimoconsorti @massimoconsorti
Se Maroni è Sandokan, chi è Yanez? E Tremal Naik?E poi uno dice che volano gli stracci! La disputa tra Roberto Saviano e l’altro Roberto, Maroni, ministro dell’Interno della Lega, aveva raggiunto in questo ore il calor bianco. Come in molti ricorderanno (almeno 9 milioni di italiani), lunedì scorso Saviano aveva affrontato l’argomento che conosce meglio (rispetto a molti altri sui quali dovrebbe applicarsi di più) e cioè quello sulla criminalità organizzata. La performance sulle origini della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra ci aveva affascinato. Storicizzarle come ha fatto lui, spiegandone nei particolari riti, cerimoniali e psicologie profonde, l’abbiamo presa come una lezione che ci porteremo appresso per parecchio tempo dando ragione a Giovanni Falcone che affermava: “Per combatterla, la mafia bisogna conoscerla bene, dal di dentro”. Saviano, a un certo punto, aveva fatto quello che qualsiasi giornalista che si possa definire tale farebbe in un articolo di approfondimento, aveva contestualizzato la criminalità organizzata oggi, in questo momento, definendone ambiti, azioni, collocazioni fisiche e temporali. La stretta connessione fra la ‘ndrangheta e Milano, ad esempio, non era figlia delle elucubrazioni notturne di uno scortato a vista in crisi d’aria, ma il risultato di una serie di esplorazioni, di indagini, di analisi che altri avevano fatto, e stanno facendo, sulla diffusione delle ‘ndrine nel tessuto sociale ed economico della Lombardia. Anche se quello che dovrebbe contare di più, specie agli occhi del ministro Maroni, è il rapporto della Dia che conferma parola per parola quanto affermato da Saviano, ci sono in giro parecchi documenti, indagini e inchieste che propendono a favore della tesi della penetrazione profonda (penetrare non è un verbo usato solo dal Nano²) della ‘ndrangheta a Milano e zone limitrofe. C’è anche l’inchiesta puntigliosa e incrociata che hanno fatto Ilda Bocassini e Giuseppe Pignatone, e qualche altro libro che circola ormai da tempo e che se “l’insonne di Lecco” Castelli li avesse letti al suo collega di partito, probabilmente Maroni non si sarebbe incazzato così tanto: “Mafia export” di Francesco Forgione, “Ne valeva la pena” di Armando Spataro e “Mafie invisibili” di Guido Salvini su tutti, come ci ricorda Pino Corrias sul Fatto. I leghisti sanno che i libri non li legge nessuno, a partire da loro, mentre invece parecchia gente guarda la tivvù, altrimenti Berlusconi non starebbe dove si trova. Quando Maroni ha letto i dati Auditel e visto che 9 milioni di italiani avevano seguito Saviano mentre diceva che la ‘ndrangheta colloquiava con la Lega, non ci ha visto più e ha iniziato a interpretare il ruolo del ferito nell’onore scomodando tutti, dal Capo dello Stato al presidente della Rai fino al suo salumiere di fiducia per avere il diritto di replica alle affermazioni “gravi e ingiuriose” di Roberto Saviano. Immediatamente supportato dai colleghi di governo, che hanno inanellato idiozie e bestialità a più non posso ricorrendo al dileggio, alle minacce e alle cartelle cliniche di Saviano, Maroni ha rifiutato il palcoscenico (oddio, il palchetto!) televisivo che Bruno Vespa, Pierluigi Paragone e Alessio Vinci gli avevano offerto su un piatto d’argento. Pretendeva di essere ospitato da Vieni via con me e di "guardare Roberto Saviano negli occhi" mentre confutava parola per parola quello che lo scrittore aveva detto lunedì scorso. Resosi conto che nessuno in Rai (meno che Masi) lo aveva preso sul serio, Maroni è stato anche costretto a leggere la risposta che Saviano gli ha inviato dalle colonne di Repubblica: “La risposta del ministro Maroni mi ha ricordato un altro episodio, quello in cui dopo aver scritto una lettera al boss della camorra ‘SandokanSchiavone, l’avvocato di questi rispose: ‘Voglio vedere se Saviano ha il coraggio di dire queste cose guardando Sandokan negli occhi’. Per la prima volta da allora ho riascoltato questa espressione. E sulla bocca del ministro dell'Interno certe parole sono davvero inquietanti”. A stretto giro di nota d’agenzia la risposta piccata di Maroni: “Se dovessero invitarmi, andrò vestito da Sandokan” dimostrando, qualora ce ne fosse bisogno, l’alto grado di sensibilità che il “rosicchiatore di polpacci di poliziotti” ha nel suo dna. Ma poi: colpo di scena! Gli agenti della squadra mobile di Napoli acchiappano Antonio Iovine detto ‘o ninno’, delfino del “Sandokan” vero, quel Francesco Schiavone che da tempo è stato assicurato alla giustizia. Iovine è un boss di quelli veri e il suo arresto, avvenuto in una villetta di Casal di Principe (mica di Ibiza) è l’ulteriore dimostrazione del fatto che un capo è tale fino a quando “governa” anche fisicamente il suo territorio. L’arresto della “mente economico-affaristica” della camorra è salutato da mille tappi di champagne saltati tutti insieme e nello stesso momento nelle questure, negli studi della Rai, al Viminale perché all’improvviso il clima si è rasserenato. Saviano ha subito detto: “Sono 14 anni che aspetto questo momento”, mentre Maroni ha invitato lo scrittore a combattere insieme con lui la camorra. La cattura di Iovine, insomma, ha fatto molto di più di quanto avessero fatto tutti quelli che invece di buttare acqua sul fuoco, sbagliando tanica, hanno gettato benzina. Per Bossi (“Maroni fa bene a querelare Saviano”), fino ai presunti giornalisti invidiosi che avevano invitato Maroni per attaccare l’autore di Gomorra, l’evolversi dei fatti è stata una iattura, un frapporsi del caso e degli avvenimenti alla loro voglia irriducibile di scoop inverosimili. A questo punto resta solo una domanda alla quale, se volete, potete aiutarmi a trovare una risposta: ma se Maroni è Sandokan, Tremal Naik chi è? E Yanez?

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