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Siamo sempre noi (come al bar o alla posta)

Creato il 18 marzo 2012 da Fabio1983
Erano giorni che desideravo scrivere qualcosa di intelligente su Twitter, non fosse altro che in un paio di settimane l'esercizio è stato sperimentato da molti e non volevo dunque essere da meno né restare indietro. Che avessi davvero qualcosa di intelligente da dire, questo è naturalmente tutto da dimostrare. Il punto è che nel frattempo si sono susseguiti diversi avvenimenti e io ho perso l'attimo. Arrivare ultimo è un po' come non arrivare affatto, nell'era di Twitter. In principio ritenevo Twitter un luogo fighissimo, molto più che Facebook. Se mi si chiedesse ora cosa ne penso avrei maggiori difficoltà a rispondere. È accaduto, nel tempo, che Twitter si riempisse di persone di cui non sentivamo l'esigenza, almeno perché gli spazi mediatici di certo loro non mancano. Però era inevitabile, non potevamo pretendere il contrario e magari qualcuno se ne è anche rallegrato. Io no e questo non importa. Mio malgrado mi ritrovai nel mezzo della polemica twittereccia tra Sabina Guzzanti e Fiorello, ricordate? No? Meglio così. Pochi giorni fa ho assistito ad uno scambio di battute poco amichevole tra Claudio Velardi e Mario Adinolfi sulle canzoni romane. Ho avuto la nausea, giuro. Di colleghi giornalisti che parlano in un club esclusivo o con i politici quasi fossero amici al bar ho già scritto, in passato. Tocca ripetermi: non amo il tono autoreferenziale tipico dei social media. Solo che non sono i social media il problema (altrimenti ciò varrebbe tale e quale per la tv e i giornali), ma chi li anima (McLuhan stavolta capirà). Quel tono autoreferenziale è roba nostra, ci sentiamo tutti protagonisti. Chi più chi meno, ognuno con le proprie peculiarità, ognuno con la propria cultura. Ci si copre di ridicolo talvolta, eppure ci si sente dei fighi lo stesso. E abbiamo capito, soprattutto, che siamo a nostro agio in 140 caratteri. Ma siamo sempre noi, in definitiva. Stare a parlare di popolo della rete, di Michele Serra che scrive di Twitter e di Luca Sofri che gli risponde (o di Fabio Chiusi o di Davide Bennato) significa discettare su quisquilie di questo mondo. Siamo sempre noi, su Twitter e al bar. E siamo sempre noi a decidere chi seguire come quando scegliamo il nostro interlocutore in coda alla posta.

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