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Silvio e la sua strana idea di libertà. Condizionale

Creato il 25 maggio 2011 da Massimoconsorti @massimoconsorti
Silvio e la sua strana idea di libertà. CondizionaleGnazio esclamerebbe: “Digiamolo”. Ma oltre che mostrare in televisione il ritratto di Lukashenko, il triumviro non può. Tutto il resto rappresenterebbe l’ulteriore dimostrazione della conclamata incapacità di intendere e di volere della reincarnazione di Satanasso, attestazione che lo rende quanto mai funzionale alla logica del partito delle libertà condizionali o vigilate che dir si voglia. Perché, cari fratelli, amici e compagni di fede bolscevica e bombarola, ormai è chiaro a tutti che il senso di Silvio per la libertà non è affatto uguale a quello di Smilla per la neve. Berlusconi è convinto che esista una sola libertà: la sua. E chi prova a metterla in discussione viene sottoposto ai riti celtici della purificazione, quelli che vanno dallo spernacchiamento all’impalamento senza alcuna possibilità di mediare una pena meno imbarazzante. E quando qualcuno prova a dirgli che la sua libertà è un diritto inalienabile come il rispetto di quella degli altri, Silvio da un po’ di matto e provoca. Danni. E per rafforzare la provocazione inventa, fantastica, legge la realtà a modo suo, scambia il codice penale per l’autobiografia di Mike Buongiorno, la Costituzione per l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e i dati statistici dell’Istat per la Settimana Enigmistica. Sono queste le ragioni per le quali, dopo aver invaso l’etere italiano, del Canton Ticino, dell’Albania, della Croazia, della Tunisia e della Libia a reti unificate per 24 minuti di fila (che sono più del discorso di fine anno del presidente della repubblica), nel momento in cui l’Agcom gli spiega che non è possibile, lui s’indigna: “Cribbio non mi vogliono far parlare”. Quando lo ha sentito, la nostra casalinga di Abbiategrasso ha perso il suo proverbiale aplomb settentrionale e, rivolta al marito, se n’è uscita con un “Ma che cazzo sta dicendo” che ha invaso l’angolo tinello della sua villetta a schiera facendo fuggire il gatto dalla finestra. Ovvio che la strana idea che Silvio ha della libertà, in tutti questi anni di potere incontrastato, ha fatto più di un proselito. In molti si sono resi conto che è il modo migliore per avere sempre ragione, per mentire con la licenza di farlo, per ridurre financo le statistiche a pericoloso strumento di sovvertimento dell’ordine costituito. È quello che succede se l’Istat certifica che gli italiani sono sempre più poveri. Dando la dimostrazione che ai numeri si può dar torto, Giulietto Tremonti ha detto “Non è vero”, forse riferendosi alla sua condizione economica e non a quella dei 2500 operai di Fincantieri che stanno rischiando di perdere il posto di lavoro, al 25 per cento dei giovani in cerca di occupazione e a quel milione e duecentomila ragazzi che non studiano e non vanno a scuola e che costituiscono un pericolosissimo bacino di utenza per il malaffare spicciolo e per quello organizzato. In Italia basta dire “non è vero” e sembra che il problema si risolva da solo o, semplicemente, che non esiste. E questa è la nazione nella quale l’ormai irrefrenabile voglia di moneta e di privilegi ha infettato tutti, perfino gli alti prelati come il cardinale Sepe che finisce sotto inchiesta perché figura, insieme con Bertolaso, nel libro paga di Anemone. A proposito di Anemone, i magistrati di Perugia, chiedendo a quelli romani il rinvio a giudizio per Claudio Scajola accusato di peculato, hanno scoperto che all’ex ministro il costruttore romano acquistava anche il frullatore, la terra per i vasi e un trasformatore portatile per l’appartamento davanti al Colosseo: la libertà, per i berluschini, è anche quella di ricevere regali a loro insaputa e di metterlo a verbale davanti a un giudice sperando che, come purtroppo accade spesso, il giudice ci creda. Nell’Italia berlusconianamente modificata può accadere di tutto, basta pronunciare parole che “forse” potrebbero essere fraintese a favore dell’avversario politico, per essere immediatamente aggrediti dagli house-organ del Capo, in primis Il Giornale. Alessandro Sallusti d’altronde è stato chiarissimo. Nell’intervista rilasciata a Vanity Fair ha dichiarato senza usare mezze parole che le idee che Il Giornale scrive sono quelle dell’editore di riferimento vero, e cioè di Silvio Berlusconi, perché quello legale (Paolo) tutto ha meno che idee. Ed è seguendo questa logica che il premio Hemingway (sic!) ha attaccato a testa bassa il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, colpevole di aver taciuto sotto campagna elettorale, su alcuni temi sensibili quali la famiglia, la vita, la lotta alla droga glissando però elegantemente sulla prostituzione di esclusiva pertinenza del padrone. Eppure sarebbe bastato prendere una frase che il cardinale Tettamanzi ha pronunciato a Roma a margine di una udienza con il Papa, per gettargli addosso tutti gli insulti possibili invece di attaccarlo sui presunti, colpevoli “silenzi”. Ha detto il cardinale: “Milano è in una fase di cambiamento e credo che resterà degna della sua storia. La città è chiamata oggi ad essere coraggiosa e a camminare in termini positivi, restando sempre fedele alla sua tradizione, con la presenza di persone sagge e forti che non avvieranno la città verso il viale del tramonto, ma verso il viale della primavera”. Sallusti però non lo ha capito né ha capito il richiamo all’Ecclesiaste fatto dallo stesso Tettamanzi all’indomani dell’attacco scriteriato della Moratti a Pisapia nel faccia a faccia televisivo: “C’è un tempo per parlare e uno per tacere”. Se Olindo avesse compreso la “grazia” e la “forza” delle parole del successore di Sant’Ambrogio, avrebbe sicuramente scritto cose diverse e gli attacchi sarebbero stati ancora più feroci. Ma il problema di fondo sta tutto in una parola: capire.

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