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Teatro, poesia, sconfitta: la canzone di O'Connor

Creato il 08 luglio 2011 da Alesan
Teatro, poesia, sconfitta: la canzone di O'ConnorSe Sinead O'Connor avesse mantenuto le premesse, oggi sarebbe forse una star di fama internazionale e Joseph verrebbe citato ogni volta come "il fratello di Sinead". Caso vuole che se anche Joseph non è oggi lo scrittore irlandese più famoso al mondo e nemmeno in Italia, probabilmente, è tra i più letti, chi ha portato avanti l'arte in casa è stato il maschietto. La scrittura, nel suo caso. Ho appena terminato la non facile lettura di Una canzone che ti strappa il cuore (Guanda, 2010) e ho avuto la conferma di quanto già si intravedeva nelle ultime opere, soprattutto nel mediocre La moglie del generale. O'Connor ha abbandonato definitivamente la via giovane, fresca e spumeggiante degli esordi, le storie di giovani sbandati e non, di avventure strane in giro per il mondo, dal Nicaragua agli Stati Uniti, tra passaggi autobiografici e storie inventate. Non esiste nemmeno più quello sfiorare il giallo che ne Il rappresentante e in Stella del mare si infilava in storie di irlandesi, di vendette e di viaggi, per lavoro o per fuga dalle carestie. L'intrattenimento puro dei suoi romanzi ha lasciato spazio a temi sempre più profondi e oscuri, a grandi storie, a novelle impegnate anche se da dopo il suo magnifico La fine della strada le storie cominciavano a perdere qualcosa come se il passaggio da un momento all'altro della propria storia di scrittore, della propria narrazione, della propria maturità artistica fosse più difficile del previsto. Meno istintivo, troppo ragionato. Si vedevano le idee, si percepiva la forza dello scritto, una capacità narrativa profonda, ma mancava qualcosa. Mancava sempre qualcosa anche se è difficile dire cosa.
Una canzone che ti strappa il cuore non fa differenza per certi aspetti a quanto detto sopra, ma si appropria di uno stile eccellente, tortuoso, poetico. Un'opera che lascia a bocca aperta perché ti avvolge con una storia che può non colpire, ma lo fa raccontandola in un modo sublime. Su aNobii non ho lesinato sulle stelle del voto (4 su 5), pur rimanendo in dubbio proprio a causa di una trama che, raccontata in mille altri modi, non avrebbe sortito alcun effetto. Ecco qui, rivista e corretta, la breve recensione che ho lasciato su aNobii, di un libro che riesce a dare qualcosa.
Sono stato molto combattuto sull'attribuzione del voto, l'assenza dei decimali nei giudizi obbliga a scelte forti in un senso o nell'altro. Si passa da "così così" a "bello" in un niente e con questa ultima fatica di O'Connor la decisione è stata ardua. Perché la storia in sé, struggente e paranoica, allucinata e drammatica, è una storia che può anche non appassionare fino in fondo. Il vecchio O'Connor ormai è perduto, non c'è modo di recuperare il frizzante autore di Indians & Cowboys o il leggero e talvolta improvvisato giallista-noir di Il rappresentante o Stella del mare. Storie e racconti della provincia irlandese ormai passano attraverso una ricerca dello scritto impegnativa e poetica, è l'anima del racconto che è sembrata via via scemare da La fine della strada a oggi.
Se anche la storia del drammaturgo Synge e della sua Molly, amante ed attrice, rialza il livello rispetto a La moglie del generale (piuttosto mediocre, secondo me) rimanendo comunque appassionante solo in piccoli passaggi, quelli del dolore della perdita, del rimpianto e dell'oblio. Imperdibili, ma confusi in mezzo ad una vicenda non esaltante. Lo scritto, invece, è superlativo. Pesante, difficile, un miscuglio di narrazione e pensieri propri della protagonista, di tempo, luoghi e persone che si avvinghiano tra loro togliendo il lettore dai cardini spazio-temporali cui si è abituati, togliendo quei punti di riferimento che le scritture più lineari, diciamo anche convenzionali, ci abituano a seguire.
Ci si perde in confronti ed introspezione, in nazioni e giorni diversi tra loro e dal mondo, ci si confonde nell'amore e nel peccato, nel successo e nel fallimento fino alla decadenza totale dell'essere umano, perso nell'abbandono e nel distacco della morte. Un libro difficile, complesso, più di quanto appaia, memorabile per alcuni passaggi, per alcune frasi che rimangono impresse nell'inconscio ma che, davanti agli occhi, svaniscono nel buoi in cui si viene gettati dalla schizofrenia dello scritto che, di fatto, è lo specchio della protagonista. Un libro che difficilmente può essere letto come solo intrattenimento, come solo interesse, ma nel quale serve vincere la diffidenza e la difficoltà iniziale per lasciarsi trasportare dalle parole. Che descrivono un lato nero dell'animo dentro il quale si vuol far vivere l'amore che poi svanirà. Che descrive l'uomo, in fin dei conti, con i suoi effimeri successi ed i roboanti, inevitabili, fallimenti.

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