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“The New Scientist”: quando la scienza si occupa di Dio e della religione

Creato il 28 aprile 2012 da Uccronline

“The New Scientist”: quando la scienza si occupa di Dio e della religioneIl celebre settimanale inglese di divulgazione scientifica, The New Scientist, ha pubblicato in un recente numero una serie di articoli su Dio e la fede religiosa.

Nell’editoriale, sottotitolato “La nuova scienza della religione ci dice dove laicisti vanno male”, viene confutata la teoria anticlericale contro l’educazione religiosa dei bambini (il centro del pensiero di Dawkins, per intenderci), spiegando che «i bambini sono nati pronti a vedere Dio all’opera intorno a loro e non hanno bisogno di essere educati a credere in lui». Questa, si legge, «è solo una delle tante recenti scoperte che stanno sfidando le critiche standard alla credenza religiosa. Conoscendo le radici biologiche della religione, sta diventando chiaro che i laici combattono spesso contro dei mulini a vento». L’altro dato, continua l’articolo, «è che tale credenza in Dio sembra incoraggiare le persone ad essere gentili tra di loro», chiaramente «gli esseri umani non hanno bisogno della religione per essere morali, ma questo aiuta».

«I laicisti», continua l’editoriale, «dovrebbero inoltre riconoscere la distinzione tra “religione popolare”, e la complessa “ginnastica intellettuale” che è la teologia. Attaccare la seconda è facile, ma potrà fare ben poco per minare la presa della religione». Si conclude così: «rivendicazioni religiose meritano un posto speciale nella vita pubblica [...]. La religione è profondamente impressa nella natura umana e non può essere liquidata come un prodotto dell’ignoranza, indottrinamento o stupidità. Occorre riconoscere che i laici stanno combattendo una battaglia persa».

Tra gli articoli più interessanti c’è quello firmato dallo psicologo Justin L. Barrett, il quale scrive: «La stragrande maggioranza degli esseri umani sono nati “credenti”, naturalmente inclini a trovare interessanti affermazioni e spiegazioni religiose. Questo, mentre non ci dice nulla sulla verità o meno delle affermazioni religiose, aiuta a vedere la religione sotto una interessante luce nuova. Appena nati, i bambini iniziano a cercare di dare un senso al mondo che li circonda [...]. Quando si tratta di speculare sulle origini delle cose naturali, i bambini sono molto ricettivi alle spiegazioni che richiamano un design o uno scopo». La semplicità dei bambini li porta a preferire spiegazioni che offrono ragioni per quello che vedono, respingendo spiegazioni basate sulla casualità. Lo psicologo mette in guardia dal fatto che «i bambini non sono nati credenti del Cristianesimo, nell’Islam o qualsiasi altra teologia, ma credenti in quella che io chiamo “religione naturale“: hanno forti tendenze naturali nei confronti della religione, ma queste tendenze non necessariamente li spingeranno verso un qualsiasi credo religioso». Lo psicologo confuta anche la teoria che credere in Dio sia equivalente a credere a Babbo Natale o alla fatina dei denti: «l’analogia comincia a indebolirsi quando ci rendiamo conto che molti adulti arrivano a credere in Dio in età adulta, dopo aver ripensato alle loro credenze infantili. La gente non inizia, o riprendere a credere, in Babbo Natale in età adulta». E’ evidente che non c’è nulla che regga il confronto con il Creatore dell’ordine naturale, oggettivamente percepito da chi ha un’esperienza di fede. Alcuni pensano che credere in Dio sia una cosa infantile, ma -risponde Barrett- anche se fosse, «perché l’etichettatura di idea come “infantile” dovrebbe renderla automaticamente cattiva, pericolosa o sbagliata? E’ vero che i bambini sanno meno degli adulti e fanno più errori di ragionamento, ma questo significa solo che dovremmo esaminare più attentamente le credenze dei bambini rispetto a quelli degli adulti». E conclude: «gli adulti hanno anche altre credenze, come la permanenza di oggetti solidi [cioè che gli oggetti esistono anche se non vengono osservati, Nda], la continuità del tempo, la prevedibilità delle leggi naturali, il fatto che le cause precedono gli effetti, che le persone hanno una mente, che le loro madri li amano e così via. Se credere in una divinità è una cosa infantile, lo stesso vale rispetto a questi tipi di credenze».

Un secondo articolo è firmato da Ara Norenzayan, psicologo sociale presso la University of British Columbia, ed è intitolato: “La religione è la chiave della civilizzazione”. Scrive: fin dai primi uomini, «la religione è stata il collante che ha tenuto insieme le società, spesso composte da stranieri». Lo è stata «per la maggior parte della storia umana», anche se «recentemente alcune società sono riuscite a cooperare con istituzioni secolari come i tribunali, polizia e meccanismi per far rispettare i contratti. In alcune parti del mondo, in particolare Scandinavia, queste istituzioni hanno provocato il declino della religione usurpando le sue funzioni di “community-building”». Il cristianesimo in Occidente ha posto le basi della civiltà, è giusto che siano le istituzioni secolari a proseguire. Non è il compito principale del cristianesimo quello di far “essere più buoni”, ma di dare un senso adeguato alla vita, di rendere felici perché coscienti del mondo.

Infine, nel sommario viene scritto: «nel nostro mondo illuminato, Dio è ancora ovunque. Nel Regno Unito ci sono gli argomenti rabbiosi dell’”ateismo militante” e il posto della religione nella vita pubblica. Negli Stati Uniti, la religione prende ancora una volta il centro della scena nelle elezioni presidenziali [...]. Gli atei vedono spesso Dio e la religione come imposti dall’alto, un po’ come un regime totalitario. Ma la fede religiosa è più sottile e interessante di questo». In questo numero di “New Scientist” si vogliono proprio reimpostare i termini del dibattito: «piaccia o no, il credo religioso è radicato nella natura umana. E’ una cosa buona: senza di essa saremmo ancora a vivere nell’età della pietra [...]. Solo attraverso la comprensione che cos’è la religione e non possiamo mai sperare di andare avanti».


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