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Tutta colpa del Grande Fratello?

Creato il 11 marzo 2014 da Lundici @lundici_it
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Se glielo avessero detto, a George Orwell, cosa ne sarebbe stato del suo Grande Fratello (termine in se cazzuto e originale, ammettiamolo), penso che un annetto di terapia in cura da un plurilaureato di Stanford non gliel’avrebbe tolto nessuno.

George Orwell, autore del romanzo '1984' in una copertina del

George Orwell, autore del romanzo ’1984′ in una copertina del “Time” del novembre 1983

Dal 1948 (anno in cui fu scritto il romanzo) al 2014 questo termine ne ha fatta di strada, e tutta inesorabilmente in discesa. Da sinonimo di “romanzo nato sulla robusta base di un’idea originale e mirata ad aprire una breccia nella riflessione del lettore sulla deriva degli autoritarismi “ a sinonimo di deriva e basta.

Fermi tutti, premessa di rito. Nella distinzione fra chi lo guarda e chi si astiene con ribrezzo, io mi colloco nel mezzo: una terza categoria che accoglie tutti quelli che, stuzzicati dall’idea di vedere un branco di scimmie inseguire un obiettivo ridicolo in nome di un’ambizione inesistente attraverso lo scorrere di giornate al limite del paranormale, non resistono e vivono il lunedì sera come un’occasione per: ridere, ma ridere proprio di gusto, ridere di una risata sonora e grassa, tipo quella che ti prende quando il presuntuoso di turno prende un abbaglio e, nel tentativo goffo di rimediare con spocchia, perpetra solo nella sua lenta autodistruzione; riflettere su quanto sono fortunato a vivere in un mondo in cui, esemplari come i fratelli papillon o la borgatara dal trucco marcato, me li ritrovo in tv – a distanza di sicurezza e con un paio di satelliti che fanno da filtro -,  e non a casa, in ufficio o fra gli amici; pensare anche, però, a come sia facile creare il nemico debole su cui scaricare la responsabilità per tutti i mali di questo mondo.

Si, siamo onesti. Svestiamoci per un attimo degli abiti del moralizzatore barzotto, del Renzi dalla scintillante armatura di ‘sta cippa, e proviamo a ragionare sul fatto che alcuni dei problemi attuali che affliggono la società hanno origini ben più radicate e lontane rispetto a quel 1999 in cui la timida voce da zanzara di Daria Bignardi entrò nelle nostre case. E per fortuna.

Se arrivassimo ad ammettere che basta un programma televisivo per scagliare un anatema sulla nostra società, sui suoi costumi e sulle sue tendenze, allora dovremmo autoproclamarci burattini senza spina dorsale che, come scadenti spugne in svendita al discount, assorbono ogni tipo di cellula degenerativa fuoriesca dal tubo catodico; una sorta di zombie senza storia, valori o facoltà di decidere, solo vestiti meglio e col tablet da 500 € in borsa. Io, almeno, non ci sto.

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Non voglio riscoprirmi tanto ingenuo, facilmente manipolabile e influenzabile perché ho troppo rispetto e considerazione di me stesso e di voi (o almeno di parte di voi, mica stiamo qui a fare beneficenza con gli elogi). Il problema della 13enne che sceglie di vendere il suo corpo piuttosto che la vecchia maglietta rosso porpora per ricaricarsi il cellulare, non nasce col confessionale o con Veronica la coatta che si bacia 12 concorrenti su 7.


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