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Tutta la verità sul tpl in campania

Creato il 27 aprile 2012 da Ciro_pastore
TUTTA LA VERITÀ SUL TPL IN CAMPANIA NEL TRASPORTO PUBBLICO LA TENUTA DEI LIVELLI OCCUPAZIONALI SI PERSEGUE CON FORTI RECUPERI DI PRODUTTIVITÀ E CON UN SEVERO CONTROLLO DELLA SPESA TUTTA LA VERITÀ SUL TPL IN CAMPANIA Anche nel TPL le vacche obese del passato hanno prodotto un sistema insostenibile che può portare all'estinzione
L'attuale crisi del Trasporto Pubblico Locale è stato causata dal periodo delle “vacche obese”, che è durato per circa 20 anni (dal 1985 al 2005). Durante quel fatidico “ventennio”, si è prodotto il substrato su cui si è innestata la fallimentare situazione attuale delle aziende del TPL, particolarmente in Campania, ma non solo. Abbiamo attraversato anni in cui le ingenti risorse economiche a disposizione, piuttosto che produrre un progressivo miglioramento della qualità del servizio, hanno determinato un clima generale di sprechi e di corruzione diffusa, a tutti i livelli.
Gli sprechi si sono manifestati fondamentalmente in una spesa fuori controllo ed improduttiva. Faccendieri, travestiti da imprenditori, si sono accalcati come iene inferocite sul ventre molle di aziende tanto obese da non avere la forza di reagire. In questo, le aziende del TPL sono state lo specchio fedele dell'intero Paese. In Italia, attraverso il debito pubblico si sono “finanziati” sprechi che hanno illuso molti che fossimo diventati tutti ricchi. Ma la spesa improduttiva, o peggio quella frutto della corruzione, non crea ricchezza. Lo spreco – di qualsiasi natura sia - posticipa soltanto i problemi di un'economia che ha perso produttività, non solo nei confronti dei paesi emergenti. L'Italia intera (e il TPL non fa di certo eccezione) è un Paese in declino che, grazie al debito pubblico, ha vissuto per qualche decennio al di sopra delle proprie possibilità reali.
In questo clima generale, l'inchiesta sulla produttività dei lavoratori del TPL, pubblicata stamane da IL MATTINO, può stupire solo le “anime belle” che fingono di non vedere lo sfascio (di cui personalmente scrivo da più di cinque anni). La scarsa produttività, infatti, è figlia di quello scellerato patto creatosi nel famigerato ventennio delle “vacche obese”. I termini del patto, seppure mai dichiarati apertamente, erano semplici: da una parte politica e manager liberi di “spendere e spandere” e dall'altra sindacati che, sfondando porte spalancate, garantivano ai lavoratori del settore aumenti retributivi e forte riduzione della produttività reale, acquisendo un consenso malato e senza prospettive di lungo termine.
Questo sistema, infatti, funzionava egregiamente solo grazie ai finanziamenti pubblici che ripianavano i bilanci “a piè di lista”. Lentamente, però, tali finanziamenti si sono sempre più ridotti. Parallelamente, però, non ci fu un pari decremento della spesa per retribuzioni. La spesa per acquisti di materiali o l'effettuazione di lavori da parte di ditte esterne prese a correre a folle velocità: inspiegabilmente (o forse comprensibilmente) gli sprechi aumentarono a dismisura. In poco tempo, perciò, si passo dalle vacche obese alla crisi finanziaria che sta determinando i problemi di questo ultimo periodo. Fornitori da troppo tempo “a secco”, hanno chiuso i rubinetti delle forniture, per cui il materiale rotabile resta inesorabilmente senza manutenzione, sia piccola che grande.
Nello stesso tempo, nonostante la costante e consistente riduzione del personale, il costo del lavoro pro capite non accennava a diminuire, anzi. La riduzione della forza, rispetto agli organici ipertrofici previsti, faceva sì che le prestazioni straordinarie scorressero a fiumi, diventando, in molti casi, fisse e continuative. Ora “l'inchiesta” del Mattino rende pubblici dati che tutti nell'ambiente conoscevano benissimo, ma di cui mai concretamente si era parlato per provare a darvi una soluzione: la produttività generale langue. E questo dato sconfortante non riguarda soltanto il personale viaggiante, ma si estende a tutte le altre categorie di lavoratori del TPL (amministrativi e manutenzione compresi). E ciò, si badi bene, non per scarsa attitudine al lavoro del personale, ma per semplice ossequio a quel “patto scellerato” di cui parlavo poc'anzi.
Ora, finalmente, comincia ad essere chiaro a tutti che la legittima e sacrosanta difesa dei livelli occupazionali deve passare attraverso un congruo aumento della produttività ed una drastica riduzione della spesa improduttiva. Come vado dicendo da tempo, infatti, finite le vacche obese, si deve riorganizzare le aziende in maniera radicale. I problemi finanziari attuali hanno origine nel passato e per risolverli fa bene la Regione a chiedere un piano di rientro pluriennale, come già avvenuto per la sanità (così come più volte modestamente avevo suggerito). Ma se non si procede ad un efficientamento serio, che renda equilibrata la gestione corrente, la fine sarebbe comunque inevitabile. Peraltro, le recenti dichiarazioni della Regione non lasciano prevedere, invece, radicali cambiamenti organizzativi ma semplici interventi “ragionieristici” che posticipano, ma non risolvono i problemi strutturali.
Non sono i tagli ai servizi la soluzione, anche se in questa fase emergenziale appaiono inevitabili. I servizi vanno, invece, aumentati ma razionalizzandoli. Aumento di produttività, ma anche “delocalizzazione” delle risorse umane. In sostanza, spostare i lavoratori là dove servono, riducendo il più possibile le diffuse aree di sottoutilizzo. Quanti amministrativi (me compreso) potrebbero essere utilizzati meglio e più proficuamente? Quanti turni del personale viaggiante, opportunamente ottimizzati, potrebbero generare nuovi servizi ed eliminare (o ridurre fortemente) le prestazioni straordinarie? Quante stazioni/fermate andrebbero videosorvegliate in remoto, eliminando turni di bigliettazioni improduttivi? Quanta premialità per quadri e dirigenti potrebbe essere potenziata da obiettivi seri?
Insomma, se l'obiettivo comune deve essere mantenere i livelli occupazionali attuali e difendere il più possibile lo standard retributivo, non possiamo più arroccarci sulla cieca difesa di privilegi insostenibili e, perfino, poco congrui con il clima di sobrietà che il momento economico richiede. Difendere i privilegi accumulati, sarebbe addirittura un delitto verso noi stessi. Occorre, invece, offrire una proposta alternativa alla sterile politica dei tagli orizzontali. È un dovere da adempiere da parte di sindacati che non possono limitarsi a “fare opposizione”, senza offrire soluzioni alternative ed innovative.
Ciro Pastore

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