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Tutto con un telescopio da 2.5 metri

Creato il 07 gennaio 2015 da Media Inaf

Mezzo miliardo di stelle e galassie per oltre cento terabytes di dati. Raccolti nel corso di duemila notti, dal 2008 al 2014, e ora disponibili a tutti. Questa l’eredità finale della terza campagna osservativa della Sloan Digital Sky Survey, la SDSS-III, presentata martedì a Seattle durante il 225esimo meeting dell’American Astronomical Society. Sei anni di misure spettroscopiche confluite sullo Sky Server, un giacimento digitale divenuto ormai leggendario fra gli astronomi e non solo – vi attinge anche Google Sky per costruire il suo cielo virtuale.

«La caratteristica più straordinaria di questa raccolta», osserva il direttore della SDSS-III, Daniel Eisenstein, dello Smithsonian Center for Astrophysics di Harvard, «è la gamma di ricerche innovative che si potranno compiere grazie a essa. Siamo andati in cerca di pianeti nelle stelle più vicine, abbiamo sondato l’intera storia della Via Lattea e misurato nove miliardi di anni di espansione accelerata nel nostro universo».

L’inizio delle osservazioni della SDSS risale al 1998, quando, dopo un decennio fra progettazione e costruzione, lo Sloan Foundation Telescope – l’occhio da 2.5 metri con il quale la SDSS ha mappato l’intero cosmo – entrò in funzione presso l’osservatorio di Apache Point, nel New Mexico. Finanziata con 45 milioni di dollari, la terza campagna osservativa (la SDSS-III, appunto) ha coinvolto 51 istituzioni e un migliaio di scienziati di tutto il mondo.

Duemila notti d’osservazioni dedicate perlopiù a misure spettroscopiche di stelle e galassie. «Per ogni oggetto che osserviamo, vengono compiute migliaia di misure a diverse lunghezze d’onda. Questo ci permette di rilevare l’emissione luminosa caratteristica di molecole e atomi specifici», spiega Jon Holtzman della New Mexico State University, «consentendoci così di misurare i movimenti e la composizione chimica di stelle e galassie».

«Individuare gli elementi di una stella è come leggere il suo DNA, e ciò che stiamo facendo è sfruttare queste letture per ricostruire, dalle stelle che possiamo osservare oggi, la storia della Via Lattea», dice Steve Majewski, della University of Virginia, responsabile di APOGEE (Experiment Apache Point Observatory Galactic Evolution), una delle quattro survey – le altre sono BOSS, MARVELS e SEGUE – della SDSS-III. Osservando nel vicino infrarosso al di là delle nubi di polvere opache, APOGEE ha tracciato la distribuzione di 15 elementi chimici in oltre 100mila stelle, sondando tutte le regioni della Via Lattea. «È una quantità d’informazioni spaventosa», continua Majewski, «ogni elemento ha la sua piccola storia da raccontare per questa sceneggiatura galattica. E talvolta le interazioni fra i personaggi sono piuttosto sorprendenti».

Un altro risultato della DR12 (questo il nome dell’ultima release della SDSS-III) è la serie di mappe in 3D, prodotte dalla Baryon Oscillation Spectroscopic Survey (BOSS), della struttura cosmica tracciata dalle galassie e dall’idrogeno intergalattico. «Mappe che ci hanno consentito di rilevare le impronte fossili delle onde acustiche che attraversavano l’universo primordiale durante il primo mezzo milione dopo il Big Bang», spiega il responsabile di BOSS David Schlegel, del Lawrence Berkeley National Laboratory. Impronte che consentono di ripercorre l’espansione dell’universo lungo nove miliardi di anni di storia cosmica, e che con l’analisi che verrà completata entro la fine dell’anno, promette Schlegel, «costituiranno il test più severo di sempre per le teorie sull’energia oscura e sull’accelerazione dell’espansione dell’universo».

La terza stagione è dunque conclusa, ma le attività proseguono a pieno ritmo con SDSS-IV, che ha raccolto il testimone nel luglio scorso per altri sei anni di osservazioni. «Tagliare il traguardo della DR12 è stato un grande risultato per centinaia di persone», conclude Eisenstein, «ma c’è un grande universo là fuori, ed è pieno di altre cose da osservare».

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Malaspina


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