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Un gendarme dell’Occidente nel Corno d’Africa

Creato il 17 luglio 2012 da Casarrubea
Ringraziamo Gaspare Sciortino per questo importante contributo alla conoscenza di uno dei Paesi dell’Africa più martoriati dall’Occidente. L’architetto Sciortino ha realizzato in Etiopia un importante Centro culturale, nel quadro dello sviluppo dei Paesi del Sud del mondo, finanziati dal Ciss.
Harar, donna etiope (foto di Gaspare Sciortino)

Harar, donna etiope (foto di Gaspare Sciortino)

Quando per tutto l’arco dell’800 si manifestò il fenomeno delle esplorazioni del continente africano, chi si trovò a percorrere i misteriosi sentieri degli altopiani del Corno d’Africa probabilmente non sospettava che da lì a poco, ed in pochi anni, si sarebbe prodotto un mutamento che nella storia africana vale quello di parecchi millenni.

L’impatto tra il capitalismo borghese-liberale di tipo euro-anglosassone, di cui questi esploratori erano,  consapevolmente o no, agenti, e la dimensione di sussistenza legata all’allevamento, al carattere nomade, o agricolo dei popoli dell’altopiano etiope, in una parola al modo di produzione “domestico”, avrebbe innescato il seme di una vasta accumulazione primaria pre-capitalista  che significherà la dipendenza economica  e l’inizio dell’epoca della fame e delle carestie.

La civiltà stanziale fino ad allora, nella storia dell’Etiopia, conosceva ben pochi esempi e tutti nati in conseguenza di un sistema di produzione che assicurando un sovrappiù, al di fuori dallo smaltimento per i bisogni immediati, costituirà le basi per la produzione mercantile e conseguentemente per la nascita delle città.

Harar, nel sud est dell’Etiopia, ne era l’esempio più antico, ma per ragioni di carattere geografico, etnico e religioso, entrerà a far parte molto tardi della storia della nazione etiope; per il resto solo importanti santuari, come Lalibela, Axum, i monasteri delle isole del lago Tana, oppure Gondar intorno al 500, la più grande e antica capitale dell’Abissinia storica.

I popoli dell’altopiano fino ad allora non avevano costruito città ma insediamenti temporanei e provvisori legati all’andamento della ricchezza dei suoli. Il tipo di insediamento diffuso era quello dei villaggi tribali costituiti da tukul, cioè dalle tipiche costruzioni cilindriche in cikka (terra cruda) con i tetti in paglia.

Tali villaggi vivevano in rapporto di autosufficienza alimentare con le foreste e i territori adiacenti   e si può senz’altro affermare che il tipo di insediamento e il sistema produzione e  riproduzione non doveva essere dissimile da quello ancora assai diffuso in vaste aree del sud del paese; vere e proprie “enclave” autoprotette, che permangono accanto all’avanzare della modernità nei (pochi) centri adiacenti.

Fino alla fondazione di Addis Ababa la nazione abissina, cioè sostanzialmente la regione storica del centro nord, popolata prevalentemente dai tigrini, amhara e scioani (rispettivamente Tigray, Goggiam-Beghemender, Scioa) e in seguito del centro sud, popolata dai “galla”, gli ex schiavi dei territori dell’Oromia cooptati con ruolo subalterno tra le etnie dominanti, aveva conosciuto solo i “ketemas”, cioè piccole città che si erano sviluppate a ridosso di guarnigioni militari.

In tali condizioni protette, e nei casi di possibilità di commercializzazione del surplus della produzione delle campagne, si erano sviluppati piccoli mercati come condizione necessaria per lo sviluppo dell’agglomerato urbano.

Vari erano stati i motivi che avevano impedito la costruzione di vere città fino a quel punto:

 il carattere nomade del gruppo predominante (la corte dell’imperatore) che razziava di volta in volta un territorio delle sue risorse alimentari ed energetiche (legna da ardere) fino al suo impoverimento al punto da renderne necessario l’abbandono;

la guerra costante tra capi tribù rivali che accentuava la condizione nomade e l’avvicendamento continuo tra i gruppi dominanti rendendo instabile qualsiasi agglomerazione urbana;

il lungo scontro, dal 1300 al 1700 circa, tra i popoli e le civiltà arabo-islamiche, provenienti prevalentemente da est (Harar) e la penisola arabica, e i popoli di origine cristiano-copta (Habesha) del centro nord;

la grande migrazione nel sedicesimo secolo degli Oromo (Galla) da sud-est verso la regione centrale dell’altopiano etiope;

l’alternanza dell’etnia predominante, dove  veniva prescelto il Re dei Re (Negus Neghesti), tra Scioani, Tigrini e popolazioni del Goggiam,  al seguito di lunghi scontri di successione;

infine l’aggressione straniera: turchi, dervisci, egiziani, italiani.

Si potrebbe dire che la nascita di Addis Ababa segni l’ingresso dell’Etiopia nella “modernità” e quindi nel sistema economico globale regolato dal conflitto geopolitico tra la predominante potenza britannica e gli antagonisti Francia, Germania e Russia.

La dimensione di stallo e fronteggiamento tra le potenze nel Corno d’Africa verrà a creare una dimensione di “interregno” che finirà per favorire il nazionalismo delle aristocrazie feudali etiopi, guidate dall’abile e astuta politica di alternanza nelle alleanze da parte di Menelik II, e la contemporanea affermazione di un protagonismo abissino imperialista a carattere regionale.

A quella data, ai primi del ’900, anche i settori  del capitalismo tecnologicamente più avanzato, ovvero quello dei “cartelli” monopolistici dei trasporti su strada ferrata, faranno la loro comparsa nel continente etiopico. La prima e unica ferrovia mai costruita nel paese fu quella che collegava Addis Ababa con il porto francese di Gibuti, e venne realizzata con una concessione francese.

 La nuova capitale etiope nascerà per effetto della grande vittoria politica ottenuta dall’imperatore Menelik II, sconfiggendo militarmente gli italiani ad Adua nel 1896, che consacrò la vera nascita dello stato etiopico come entità politico militare capace di affermare una potenza a scala regionale.

Addis Ababa nasce attorno al suo grande mercato all’aperto, il più vasto e ricco di tutto il continente africano, al centro dei canali di traffico strategici rispetto al Golfo Persico e l’Oceano Indiano,

al Mediterraneo attraverso il canale di Suez, aperto nel 1869, e il Mar Rosso.

Sarà il più importante centro di smistamento, aperto al mondo, dei prodotti e delle ricchezze di immensi territori africani dell’entroterra “misterioso e selvaggio”.

Inghilterra, Francia, Germania, Russia e Italia, con la costruzione degli edifici delle proprie legazioni, sanciranno lo status eccezionale, per una città africana, di capitale mondiale che avrebbe anche vantato, alla fine del primo conflitto mondiale, anche il proprio seggio presso la “Società delle Nazioni”.

 Troppo lungo in questa sede analizzare i motivi di ordine storico e politico per i quali toccherà in sorte proprio agli italiani “colonizzare” il Corno d’Africa.  Basti soltanto, per il momento sapere che il Corno d’Africa comincia ad essere visto, da una parte del ceto aristocratico-borghese e risorgimentale italiano, come il luogo del compimento di un “destino” di unificazione di terre e “genti diverse ma unite da una comune radice di storia e cultura che parte proprio dal Mediterraneo”.

Il missionario ed esploratore Giuseppe Sapeto con l’acquisto, nel 1869, del porticciolo di Assab nella futura colonia Eritrea, per conto della Società di navigazione Florio-Rubattino (in realtà sin da subito copertura degli interessi del regno d’Italia) sarà uno dei primi costruttori di tale “destino”.

Motivi di opportunità politica legati ai “favori” dei nostri dominanti di riferimento, gli inglesi, porteranno per successivi tentativi l’Italia ad occupare lo scacchiere d’interesse del Corno d’Africa in funzione antifrancese.

Quando l’insieme informale di suggestioni culturali, alla base del colonialismo liberale, diverrà un’ideologia ben strutturata e parte fondamentale del progetto di prosecuzione del Risorgimento fuori dai confini della Nazione, Curzio Malaparte, giornalista al quale il Corriere della Sera affida il compito di produrre un reportage sulla colonia più importante dell’impero dell’ A.O.I. affermerà che …”Chi percorresse l’altopiano abissino, le alte terre degli Amara, senza accorgersi di porre il piede sullo stesso substrato storico, sociale e morale sulla quale è fondata la civiltà cristiana d’Europa, (o meglio, attraverso Bisanzio, Gerusalemme e l’Arabia, la civiltà dell’Europa mediterranea), non potrebbe capire che dal punto di vista storico e morale, l’Etiopia è già matura per servir da fondamento alla creazione di una grande Civiltà Bianca, né potrebbe, perciò, rendersi conto dell’enorme importanza che il suo possesso rappresenta non soltanto per l’Italia ma per il destino della civiltà bianca in Africa e nel prossimo Oriente. Poiché non si tratta di far dell’Impero una copia “coloniale” dell’Italia: bensì un paese assolutamente nuovo, che avrà senza dubbio in tutta l’Africa e nel bacino del Mar Rosso, se non forse più oltre, la stessa funzione dell’America del Nord nell’Atlantico e nel Pacifico, e del Giappone nell’Asia estrema. (Curzio Malaparte, “Città d’Impero bianco”, Corriere della Sera 13 maggio 1939)

A queste affermazione, che corrispondono al substrato ideologico funzionale al progetto di “colonizzazione demografica” del fascismo (per la verità soltanto avviato in Etiopia, al contrario della Libia dove raggiunse traguardi ben più avanzati), fanno eco gli studi archeologici, storici e architettonici (1939) di Alessandro Augusto Monti Della Corte e Lino Bianchi Barriviera sulle chiese di Lalibela scavate nella roccia (e l’insediamento dei castelli “portoghesi” di Gondar, la storica capitale cinquecentesca degli abissini) tendenti a dimostrare con motivi di ordine storico, archeologico e architettonico le ragioni di una predestinazione italiana al possesso dell’Impero d’Oltremare.

Si sceglie di restaurare il centro di diffusione, del 400 d.C., della cristianità in terra abissina.

Si celebra la “radice cristiana”, mediterranea,  trasportata in terra abissina dal suo nucleo originario di cristianesimo greco bizantino, diventato copto in Egitto, nutrito, al passaggio verso la sorgente del Nilo Azzurro, dal culto di Iside.

Ma non meno importante sarà, per gli ideologi del colonialiamo italiano,  la “scoperta” della permanenza dell’influsso culturale delle genti della penisola arabica. Questo retaggio era del tutto evidente per chi avesse percorso al seguito delle truppe di occupazione  la direttrice di penetrazione da Assab e Massaua, nel Mar Rosso, lungo Axum – Adua.

Ciò non deve stupire più di tanto. E’ una costante della politica del ventennio la ricerca dell’amico alleato nei territori stranieri dell’Africa Orientale e nelle regioni limitrofe,quando le contraddizioni con l’Inghilterra segneranno i punti di massimo attrito. E le popolazioni di origine arabo-islamica costituiscono la maggioranza della popolazione delle colonie inglesi.

Contemporaneamente è utile precisare, a scanso delle troppe falsificazioni storiche fatte in tal proposito, che non viene quasi mai disdegnato, per lo meno fino alla promulgazione delle leggi sulla razza, il contemporaneo dialogo con il Sionismo nascente che più di una volta si farà latore della richiesta allo stesso Duce di essere garante del nuovo stato ebraico nella vicina regione del Medio Oriente.

Cultura e propaganda  “liberalfascista” verranno a narrare la (ri)scoperta di una civiltà molto antica a fronte di una dimensione odierna ancora selvaggia, ma nella quale possono essere messi a dimora i semi di una nuova grande civiltà.

Così gli ideologismi del “classicismo neoromano e mediterraneo”, presi a pretesto dagli intellettuali del razionalismo architettonico per sperimentarsi nella forma della città libica, “sintesi” d’incontro  con la civiltà arabo islamica “anch’essa derivazione del grande impero di Roma”, in Etiopia prenderanno a pretesto la “radice greco cristiana e quindi pur sempre romana”.

Naturalmente nel territorio etiope, nel quale gli agglomerati urbani non hanno una grande rilevanza d’insediamento, saranno lasciati molti più margini di libertà espressiva senza la mediazione delle forme di “mimesi” con l’architettura esistente: il “costruttivismo” keynesiano fascista degli anni ’30 sarà molto più “romano” in Africa orientale che non in Libia.

Il concetto di “impero bianco” venne anticipato con minori ipocrisie ed edulcorazioni intellettuali da altri poco avvezzi alle “romanticherie dei colonizzatori da salotto”.

Scriveva  Ferdinando Martini , governatore dell’Eritrea ed ex ministro delle colonie, nel 1895: “…Chi dice s’ha da incivilire l’Etiopia dice una bugia o una sciocchezza. Bisogna sostituire razza a razza: o questo o niente…All’opera nostra l’indigeno è un impiccio. Bisogna rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse, con tutti i mezzi che la civiltà, odiata da tutti per istinto, fornisce: il cannone intermittente e l’acquavite diuturna. I colonizzatori sentimentali si facciano coraggio: fata trahunt, noi abbiamo cominciato, le generazioni a venire seguiranno a spopolare l’Africa dai suoi abitatori fino al penultimo. L’ultimo no: lo addestreremo in collegio a lodarci in musica, dell’avere, distruggendo i negri, trovato finalmente il modo per abolire la tratta” (Ferdinando Martini, Nell’Africa italiana; impressioni e ricordi, Treves, Milano 1895).

“Abolire la tratta” ! Ferdinando Martini fa qui riferimento ad un leitmotiv che successivamente verrà agitato dalla propaganda di regime e tornerà utile in sede di “Società delle Nazioni” quando l’Italia, nel ’35 , unilateralmente,  decide di occupare l’Etiopia.

Abolire la tratta degli schiavi…dal momento che il sistema feudale etiopico faceva largo uso del “lavoro coatto”. Per altro proprio in sede europea era stato da non molto tempo stigmatizzato il “sistema schiavistico” in terra d’Africa.

Un po come oggi si va ad esportare “democrazia e civilta” presso i paesi politicamente ed economicamente non assoggettati alla potenza predominante !

Solo gli effetti del secondo conflitto mondiale,  uniti ai “costi umani” della guerra d’Africa, comincieranno a fare breccia nella retorica.

Poche battute del soldato Ennio Flaiano in Africa Orientale”…Ma sì, l’Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza” (Ennio Flaiano, Tempo di uccidere)

La fine della retorica coloniale comincia a lasciare spazio, a fatica, alla ricerca sugli “effetti collaterali” dell’occupazione italiana.

L’altra faccia della medaglia “dell’Impero Bianco” nell’Africa Orientale, quella inconfessabile e prevista perfettamente da Martini, le circa 200.000 vittime tra soldati e civili etiopi dei quali un rilevante quantitativo “gasati” con iprite e fosgene da parte delle colonne d’occupazione di Badoglio e Graziani.

Parlare dell’Etiopia odierna significa parlare essenzialmente di ciò che avviene nella sua capitale vero cuore politico e motore economico dell’intero paese.

Addis Ababa, all’inizio del III millennio, è dominata dall’oligarchia tigrina del presidente Meles Zenawi.

Meles è l’ex leader del Fronte di Liberazione del Tigray  che, in alleanza con il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo di Isaias Afewerki , alla fine di una lunga e sanguinosa guerra civile tra gli anni ’80 e l’inizio del ’90, sconfisse il regime filosovietico del Derg e costrinse alla fuga il suo presidente Menghistu Haile Mariam. Uno dei primi capovolgimenti dei rapporti di forza in Africa al seguito del crollo dell’URSS e dell’instaurazione del nuovo sistema geopolitico globale.

Vent’anni fa, gli attuali leader dell’Etiopia e dell’Eritrea, con quel conflitto condotto da alleati, avevano trovato un’intesa per una separazione consensuale tra le due ex colonie italiane.

Di fatto oggi all’Etiopia è stato affidato il compito di “gendarme” contro “gli stati canaglia”, della vecchia dottrina Bush, ben piantato proprio al centro di un settore strategico.

Nell’aereoporto meridionale di Arba Minch sono istallati i potenti droni “Reaper” forniti dall’amministrazione americana.

Il Negus Neghesti è diventato il gendarme dell’Africa Orientale ma non senza contraddizioni che cominciano a manifestarsi da qualche anno nel rafforzamento del rapporto di interscambio con i colossi cinese e indiano.

Ad Ovest dell’Etiopia c’è il Sudan di Bashir, ricco di petrolio e nell’orbita degli interessi strategici della Cina. Non a caso recentemente gli USA hanno fomentato la separazione del Sud Sudan al fine di infliggere un colpo letale alla strategia cinese sancita a Bandung nel lontano 1955.

Da quella data il colosso asiatico ha inteso stravolgere la tradizionale strategia di approccio alle risorse africane tipica delle potenze occidentali.

La Cina si mostra del tutto disinteressata alla natura politica dei governi con i quali stipula contratti di partnership al fine di acquisire le risorse primarie (petrolio ecc.), mentre l’approccio americano continua ad essere mediato essenzialmente dal fattore politico dell’adesione al modello di democrazia occidentale ed al livello dei diritti umani, cui gli USA si ergono a misuratori unici mondiali e giudici sanzionatori anche attraverso “guerre umanitarie”.

La Cina, viceversa, scambia tecnologie contro materie prime e non interviene all’interno della sfera politica. A distanza di 50 anni da Bandung tale approccio, molto apprezzato generalmente in territorio africano, è diventata la vera forza di penetrazione economica cinese.

A nord dell’Etiopia c’è il piccolo stato eritreo di Isaias con il quale l’Etiopia è in guerra dal 1998,  poi conclusa nel 2000, con un trattato di pace sottoscritto ad Algeri ma mai ratificato.

Si potrebbe dire che l’Eritrea costituisce un problema non risolto sin dalla nascita della moderna nazione.

Pragmaticamente Hailè Selassiè, nel ’41, con il favore del protettorato inglese sull’ex colonia italiana, annettè l’Eritrea.  Oggi l’Eritrea è considerata dall’Etiopia uno dei principali finaziatori della guerriglia somala e oromo. L’Eritrea, come il Sudan e la Somalia è a maggioranza musulmana.

Infine a sud esiste il problema della Somalia.

Un conflitto che trascinandosi dagli anni ’70, in quel periodo vedeva contrapposti i due stati “socialisti” di Siad Barre e Menghistu.

Al seguito del fallimento della mediazione tentata da Fidel Castro in persona, l’Urss scelse di privilegiare l’alleato etiope (Menghistu) e la Somalia si affidò all’orbita USA e italiana.

Negli anni 90 il fallimentare intervento dell’esercito Usa in Somalia creò la recrudescenza del fenomeno delle “corti islamiche” e il rinfocolare del separatismo delle regioni abitate da popolazione somala in territorio etiope.

Oggi c’è chi giurerebbe che al centro della strategia della pirateria somala nel Golfo Persico c’è una politica di logoramento dei traffici commerciali cinesi nell’area. Non a caso la Cina ha rafforzato la presenza della propria flotta militare nell’area.

Addis Ababa- Algeria street (foto Sciortino)

Addis Ababa- Algeria street (foto Sciortino)

Nel maggio 2010 si sono svolte le ultime elezioni politiche per il rinnovo del parlamento bicamerale di Addis Ababa ancora vinte da Meles e dal suo partito il Fronte democratico rivoluzionario d’Etiopia (Frdpe) che si è assicurato la schiacciante maggioranza dei seggi (meno due). Anche stavolta il fronte d’opposizione al partito del presidente, il Medrek, ha parlato di brogli e irregolarità con il conforto attivo degli osservatori europei.

Il Medrek è una coalizione formata da quattro partiti e alcune singole personalità fondato nel 2008:

lo United Ethiopian Democratic Forces, l’ Oromo Federalist Democratic Movement,  il Somali Democratic Alliance Forces, l’Union of Tigrians for Democracy and Sovereignty,  Negasso Gidada, ex Presidente dell’Etiopia e Siye Abraha, ex Ministro della Difesa.

Gia da una pura analisi nominale di tali forze in campo ci si accorge che esiste un nodo del contendere legato a alle spinte centrifughe originate da storiche e mai sopite rivalse etnico religiose e da ben altri interessi di ordine economico-politico. E’ il caso della vasta regione Oromo a maggioranza musulmana oltrechè la più popolosa dell’Etiopia.

Il 5 aprile 2010, in un intervento in parlamento, Meles ha espresso la volontà di aiutare il popolo eritreo a sbarazzarsi del regime dittatoriale di Isaias Afwerki, al potere ad Asmara dal 1993. Meles ha accusato l’Eritrea di voler destabilizzare l’Etiopia, sostenendo i gruppi ribelli del Fronte di Liberazione Oromo (Olf) e del Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden (Onlf), come pure i movimenti fondamentalisti in Somalia. Se finora la difesa è stata “passiva”, spingendo sull’acceleratore dello sviluppo del paese, oggi Meles giudica che sia giunto il momento di rovesciare il regime vicino. Ha precisato: «Non abbiamo intenzione di invadere il paese, ma dobbiamo estendervi la nostra influenza». In caso di attacco eritreo, ha promesso «una risposta proporzionale».

Il Medrek per parte sua getta benzina sul fuoco rivendicando lo scarso protagonismo di Meles verso il secolare problema dell’accesso al mare, individuato nello storico porto di Assab in territorio eritreo.

L’opposizione non è estranea dal tentare la carta del nazionalismo in combutta con forme di “integralismo religioso” secondo un copione già collaudato nelle cosiddette primavere arabe.

Il Medrek appare inoltre più allineato ai modelli occidentali di “sviluppo economico” come quello relativo alla richiesta di privatizzazione delle terre, di proprietà pubblica dall’epoca della statalizzazione operata da Menghistu, che incentiverebbe lo “sviluppo del libero mercato”.

Anche le forme della protesta sociale appaiono collaudate.

La rivolta in Oromia viene periodicamente stimolata da una martellante campagna sui social network, per quanto fino ad adesso con  scarsa rispondenza di massa, e accompagnata da una campagna di denuncia sulla repressione del dissenso rilanciata dalla multinazionale dei diritti umani, Human Rights Watch, del magnate americano George Soros ideologo delle “rivoluzioni colorate” del decennio scorso.

Non si può, inoltre, non notare che l’azione delle opposizioni (ed la sua eco in occidente) si è andata intensificando mano a mano che l’Etiopia ha contratto importanti patti economici con la Cina, come ad esempio quello sulla modernizzazione della rete elettrica del paese e la prevista costruzione del più grande distretto industriale, a capitale cinese, del Corno d’Africa, alla periferia di Addis Ababa.

Insomma, a soffiare sul fuoco ci si guadagna sempre. Il “caos” risulta alla fine produttivo, e  il suo esercizio in un paese già sotto l’egemonia statunitense alla lunga indebolisce o annulla qualsiasi residuo di sovranità economica e nazionale, secondo gli insegnamenti di Zbigniew Brzezinski, consigliere alla sicurezza del Presidente Jimmy Carter, rendendo il paese che ne è soggetto più docile quale pedina dello scacchiere.

La popolazione del paese, ed in particolar modo quella della capitale, purtuttavia, non appare particolarmente attratta da questi richiami dell’opposizione. Ha ben altri problemi di ordine economico cui far fronte.

Il piano di investimenti nelle costruzioni, che sta cambiando il volto della capitale, e la modernizzazione dell’agricoltura attraverso l’affitto delle terre agli investitori stranieri non portano i loro frutti se non a una porzione marginale della popolazione, mentre si accrescono disparità, diseguaglianze e una classe di nuovi poveri si aggiunge alla storica indigenza delle masse  metropolitane. Tutto ciò nonostante a volte, negli ultimi anni, il PIL abbia viaggiato a due cifre.

A metà aprile 2010, è stato reso noto il tasso ufficiale d’inflazione: 25% annuo. Un tasso alto, dovuto anche ai forti aumenti dei prezzi degli alimenti. L’Etiopia continua a rimanere agli ultimi posti nella classifica dei paesi in termini di Indice di sviluppo umano (Isu).

Oggi Addis Ababa mostra i segni della frenetica e in taluni casi faraonica attività edilizia, che continua a non risparmiare importantissime emergenze architettoniche dell’età di Menelik, cominciata a ridosso dei festeggiamenti del “millennio” (anno 2007 secondo il calendario  etiope). L’attuazione del nuovo piano regolatore rischia di avere un effetto devastante per il tessuto urbano della città.

E’ in corso una vera e propria colata di cemento che avrà l’effetto di sradicare i ceti poveri dal centro urbano a vantaggio di programmi di “edilizia convenzionata” alias drammatici condomini (parecchi già in costruzione) per il nuovo ceto medio.

Addis Ababa sembra percorrere un modello di capitalismo urbano, intreccio tra speculazione-rendita e sviluppo dei consumi, che nella vecchia Europa è in via di eliminazione da parte degli  strateghi del “neoliberismo” e dei demolitori del welfare nell’attuale nuova era di ristrutturazione capitalistica globale.

La fase di espansione del capitalismo nel paese africano si deve grazie all’effetto ancora attenuato, nel paese,  della crisi economica che attanaglia l’occidente.

Ma a questo punto il volto di Addis Abeba, variante africana “sui generis” e per certi versi spontaneo del prototipo di città giardino, rischia di essere definitivamente e irrimediabilmente trasfigurato.

Il tema delle risorse idriche e dell’energia rimane uno dei punti prioritari nell’agenda politica.

Il problema della ripartizione delle acque del Nilo Azzurro, tra i suoi 10 stati rivieraschi, ma in particolare con Egitto e Sudan che, in base ad un trattato del 1926, si assicurarono l’86 % delle acque continua ad essere una fonte di attriti.

Sullo sfondo c’è il grande affare della Diga del Millennio sul Nilo Azzurro, progetto affidato alla ditta italiana Salini che, per altro ha in fase avanzata di realizzazione l’altro grande colosso idraulico nel sud del paese, nella valle del fiume Omo: la diga Gibe III che tante polemiche ha suscitato, ma esclusivamente in Europa, per il presunto sconvolgimento dell’habitat delle popolazioni che vivono sull’Omo.

Secondo un copione ben collaudato, per la propaganda nel vecchio continente circa i paesi in via di sviluppo, Ong e ambientalisti sono stati i primi a mettere in guardia dai presunti disastri ambientali che saranno provocati dalle opere previste !

Il progetto prevede uno sbarramento sul corso del Nilo Azzurro, nella regione del Benishangul-Gumaz, a 700 km a nord-ovest di Addis Abeba, ai confini con il Sudan, e due centrali idroelettriche in grado di produrre 15.000 Gwh all’anno, l’equivalente di sei centrali nucleari. Il valore della commessa è di 3.350 milioni di euro.

 L’invaso raccoglierà 62 miliardi di metri cubi d’acqua, il doppio del lago Tana, il più grande del paese e sorgente del Nilo Azzurro.

Sullo sfondo dei problemi attuali sopra menzionati si staglia minacciosa l’ombra di una carestia  , a carattere ciclico nella storia dell’Etiopia, come quella che afflisse il paese negli anni ’70 e che contribuì alla spallata finale al regime feudale di Hailè Sellassie.

Quella stagione portò alla vittoria della rivoluzione socialista, tramite lo smantellamento dell’ordine feudale ancora vigente, alla costruzione di uno stato sociale, di una vera struttura statale,  dell’istruzione pubblica di massa e alla modernizzazione complessiva delle infrastrutture di base del paese.

Ancora oggi la gran parte della rete dell’istruzione, da quella primaria a quella universitaria diffusa anche nelle zone remote del paese, si deve a quella fase storica.

Anima della rivoluzione socialista fu la gerarchia militare filosovietica del Derg il cui sistema di potere restò in carica dal 1974 al 1991, ma in una dimensione di guerra civile permanente contro gruppi politici di guerriglia evidentemente eterodiretti da potenze straniere che mal vedevano il rafforzamento in Africa del campo socialista.

Il nome Derg deriva dalla lingua Ge’ez (il Ge’ez è per l’amarico ciò che il latino costituisce per la lingua italiana) e significa consiglio, ed è l’abbreviazione di Consiglio di Coordinazione delle Forze Armate, della Polizia e delle Forze Territoriali. Nel febbraio del 1974 un gruppo di ufficiali dell’esercito etiope occupò Addis Ababa e portò a termine la presa del potere che culminò nell’arresto dell’imperatore Haile Selassiè e la fine del regime imperiale in tutta l’Etiopia.

Nei mesi successivi l’influenza dei rivoluzionari si estese a tutti i militari che così aderirono alla rivoluzione, ed il 2 luglio 1974 si riuniva ufficialmente il primo congresso del Derg, con ben 109 rappresentati delle varie divisioni dell’esercito. Il generale Aman Micael Andom venne eletto Presidente dalla giunta militare, ma a causa delle sue posizioni morbide sulle questione eritrea, venne ucciso appena due mesi dopo in circostanze ancora non chiarite. A lui seguì per breve periodo, in qualità di vice-presidente, Menghistu Haile Mariam (insieme ad Atnafu Abate) che in seguito fu confermato presidente alla fine di un lungo e complicatissimo braccio di ferro con i settori militari che avevano eletto Tafari Bante.

 Le ragioni del Derg ottenennero subito un grande seguito popolare con il programma di distribuzione della terra ai contadini e costruzione di un’istituto democratico nel paese. Ma immancabilmente il dispotismo divenne protagonista anche a causa dei tre fronti di scontro che il Derg si ritrovò a contrastare. L’invasione somala a sud, la guerriglia eritrea e tigrina a nord, nonchè crescenti contrasti intestini nel Derg stesso e all’interno del paese, sia con settori di guerriglia legati al vecchi regime e sia con altri gruppi di guerriglieri “marxisti”.

Nel 1977 lo scontro con la Somalia, passata sotto la “protezione” e l’aiuto militare statunitense, divenne devastante. Le truppe somale varcarono i confini dell’Etiopia e occuparono la città di Harar. In soccorso di Menghistu arrivarono sovietici e cubani che in seguito, dopo aver contribuito a ricacciare l’esercito somalo, si ritrovarono a fronteggiare il pericolo costituito dalla guerriglia eritrea e del Tigray.

Gaspare Sciortino


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