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Un taxi di nome Wanda

Da Danielevecchiotti @danivecchiotti

Un taxi di nome Wanda

Foto da flickr

Ero a Baltimora, ma per un qualche minuto ho avuto la netta sensazione di trovarmi al Cairo. Sarebbe potuto essere anche il centro di Napoli, ma non c’era nessuna ironia, nessun guizzo di comica genialità dell’espediente, nella scena. Quindi doveva proprio trattarsi degli Stati Uniti.
Chiusa la mia valigia per tornare a casa e saldato il conto dell’albergo, ho chiesto alla signorina della reception se per favore poteva chiamarmi un taxi per l’aeroporto, uno che accettasse il pagamento con carta di credito VISA. Avuta la conferma che la macchina stava arrivando, approfittando della prima giornata di clima semiprimaverile, mi sono accomodato sedendomi sulla mia Samsonite rigida ad aspettare sul marciapiede tipo marchettaro del mondo, in attesa della mia auto.
E’ a quel punto che il regista della candid camera deve aver dato il ciak, e io sono diventato la preda unica di tutti gli autisti di auto pubbliche del Maryland.
Sì perché.. solo dopo venti minuti di attesa mi è diventato evidente il fatto che la recepsionist del Marriot Courtyard Hotel alla quale avevo chiesto di procurarmi un passaggio fino al terminal doveva far parte di un perverso meccanismo di mafia tassinara, e che aveva evidentemente bypassato il classico servizio telefonico di richiesta-taxi chiamando qualcuno di sua conoscenza che, senza ombra di dubbio, al momento della telefonata doveva trovarsi in Nebraska ma che, non volendo rinunciare a un cliente, aveva risposto: “Sarò lì in tre minuti”, mentendo spudoratamente.
Così io, povero sprovveduto viaggiatore, illuso che certe scene si possano vedere solo in Italia, ho cominciato a sentirmi fare ogni tipo di avance da tassisti di ogni genere e corporatura (ma con in comune il fatto di avere tutti una faccia da persona assai poco raccomandabile), che mi invitavano a salire in macchina con l’aggressività di chi ti punta una pistola e ti intima di dargli l’orologio e il portafoglio. Sullo sfondo, al banco della reception, Lady Marriot mi urlava di tutto ogni qual volta mi lasciavo intimidire e, anche per non rischiare di perdere il mio volo che sarebbe decollato da lì a quattro ore, tentavo di salire su una macchina che non fosse quella da lei prenotatami.
Insomma.. era il centro di Baltimore ma sembrava il peggior Bronx degli anni ’70 con una spolveratina d’aria di Scampia; ero a un chilometro dal porto turistico e dall’acquario ma mi sentivo già dentro la vasca degli squali.
Per fortuna dopo aver passato mezz’ora a chiedermi se sarei riuscito a tornare in Italia e soprattutto se l’avrei fatto da essere umano ancora vivente, il mio taxi è arrivato. A guidarlo, un armadio di donna di circa ottanta chili, nera ma coi capelli tinti di biondo, che mi chiamava Sweetheart e guidava a una velocità da circuito di formula uno cercando di fare il più in fretta possibile perché da lì a due ore sarebbe iniziata la partita degli Yankee. Più luogo comune americano di così si muore. Il cuore vibrante degli Stati Uniti, la vera essenza di questo popolo. Ci mancava solo che mi offrisse un cheeseburger e poi il quadretto locale tipico sarebbe stato completo.
Un po’ come quando arrivai all’aeroporto Capodichino e il tassista, non appena salii e diedi sfogo alla mia coscienza sempre ligia alle regole, mi rimproverò apostrofandomi: “Ma che fate? Ve mettete ‘a cintura?!?!”
Durante la traversata io riuscivo solo a chiedermi se quella corsa in macchina se mi avrebbe condotti al terminal o a uno stadio terminale della mia esistenza. La mia taxi driver (la quale, in effetti, a guardarla bene in controluce, ricordava molto il personaggio del film con Robert De Niro, ma in una versione più aggressiva), mi raccontava di quanto è dura la competizione tra i tassisti di Baltimore (e come non capirla: essendo una città semifantasma, veniva da chiedersi chi, a parte i morti viventi, potessero essere i clienti) e di come “olia” i portieri d’albergo perché chiamino lei anziché la macchina parcheggiata di fronte all’ingresso dell’hotel. Poi mi ha chiesto quando sarei tornato a Baltimore e, saputo che la mia agenda prevede una nuova missione per il Marzo 2012, mi ha allungato il suo bigliettino da visita: “Wanda’s Fantastic Journey”. Leggendolo, mi è scappata una pronuncia alla latina, e l’ho chiamata Vanda anziché, come sempre si dovrebbe con la W anglosassone, “Uanda”.
“Oh yes!”, grugnisce lei, “Call me Vanda… it’s much sexier..”, e io ho cominciato a temere che a quel punto pretendesse pure di vendermi un extra ribaltandomi sui sedili.
Per fortuna arriviamo a destinazione, pago il mio conto incluso di mancia al quindici per cento e raccolgo il mio bagaglio. Prima di andar via, Wanda mi strizza abbracciandomi come immagino faccia quando mangia un hot dog carico di senape, mi bacia sulle guance e mi dice che allora ci vediamo il prossimo anno.
“Certo, come no, rispondo: ho il tuo biglietto. Ti chiamo sicuro non appena atterro!”.
E mi sembra già ovvio che, tornando qui il prossimo anno, non avrò scelta, e lo farò davvero.

 


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