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Una ragazza nel bosco, cronache oltre il frastuono.

Creato il 16 agosto 2013 da Gianna

Come si può aver cura di ciò che non si vede, di ciò che si è cancellato? L’immagine di una ragazza immersa nella quiete del bosco può risultare evocativa a tal punto da scaturire un flusso libero di riflessioni sul nostro modo di stare al mondo. In tempi dominati dalla frenesia e dal frastuono, il testo che segue può risultare 'anomalo', sembrare un racconto di fantasia. E invece non è altro che la cronaca di un fatto realmente accaduto. 

Una ragazza nel bosco, cronache oltre il frastuono.

di Filippo Schillaci da "Il cambiamento dal virtuale al reale"

Arriva sul monte sola, a piedi. Camminando adagio attraversa il piazzale sovrastato dal luogo in cui sorgeva, secoli fa, l’eremo; lo stesso luogo cui tocca oggi sopportare il peso del massiccio edificio che ne ha preso il posto, una grigia impennata di cemento senza vita e senza pretese di bellezza in cui trovano spazio un ristorante e decine di stanze vuote dalle finestre sbarrate. Senza rivolgere a esso un solo sguardo la ragazza passa oltre e comincia la salita del sentiero che si inoltra nel bosco; scompare fra gli alberi.

Ritorna dopo molto tempo, camminando più spedita, va via. Non chiedetemi quanto tempo trascorra fra l’una e l’altra cosa. Da anni (da un ben preciso momento del 16 gennaio 2006) non porto più con me un orologio, da allora il tempo per me è una cosa che non si misura in ore, minuti, secondi, è una cosa che semplicemente non si misura.

Anch’io da alcuni giorni vengo sul monte; percorro del sentiero quanto basta per cancellare il vociare dei giocatori di carte sul terrazzo del ristorante, uomini e donne che stanno lì come potrebbero stare in una birreria del centro di Milano o Catania. Raggiunto il silenzio, mi fermo in uno spiazzo ombroso o in una rientranza del sentiero, mi siedo con le spalle appoggiate ad un albero e mi immergo in un libro. Ogni tanto fermo la lettura per dare spazio al silenzio che ho intorno; quel silenzio che serve ad ascoltare il bosco (anche la più discreta delle parole è suono e, nel silenzio, anche il suono più sommesso può assordare).

Lei passa senza guardare nessuno, non segue l’usanza montanara di salutare chi si incontra sui sentieri anche se non lo si conosce. Sembra anzi che non ti veda. Ogni tanto salgo anch’io su per il sentiero e una di queste volte ho visto dove va, cosa fa nelle ore che trascorre sul monte. C’è un punto in cui la vegetazione si fa bassa e apre la vista del panorama circostante. Lì c’è una panchina di legno, poco al di sotto del sentiero, quasi a picco sul fondovalle e la pianura. Al di là, separato da una vastità d’aria, un paesaggio d’acqua confinato da una parte dal lento digradare d’un monte più basso di questo, su cui si alternano campi e boschi, e grappoli di edifici di cui s’indovina già la voglia di gonfiarsi fino a infestare tutto, ma che ancora godono d’un impermanente senso della misura. La vidi lì, seduta su quella panchina, di spalle, scalza, immobile e in silenzio a osservare il paesaggio. Ecco dunque dove andava, ecco cosa faceva.

Una cosa che mi dà pace è osservare i gatti nei loro lunghi momenti di quiete. C’è una calma immensa in quel loro lasciare per molte ore al giorno la presa sul mondo e immergersi in se stessi, sul confine del sonno e di chissà che altro. Quel giorno ebbi la sensazione che se mi fossi fermato a guardarla, così immobile, quieta, immersa in un mondo d’aria, distante da tutto, avrei avuto la stessa pace.
Non lo feci; passai oltre e la ragazza sparì presto dalla mia vista. Ma quella calma immensa l’ebbi lo stesso. Terzani racconta che un giorno, mentre camminava nei pressi della baita sulle pendici dell’Himalaya, che fu il suo rifugio di quiete e riflessione negli ultimi anni, udì nella nebbia il sottile suono di un flauto. Presto scomparve, ma egli riuscì ancora a farlo "suonare dentro di sé" e quel suono continuò ad accompagnarlo o, come egli scrive, a "parlargli". Io feci lo stesso con quell’immagine cui ero passato accanto. Ed essa continuò a parlarmi.
Gianpietro Sono Fazion, riprendendo le parole di Pascal, scrive che "i molti guai dell’uomo derivano probabilmente dal fatto che egli non è capace di stare qualche ora chiuso in una stanza in silenzio" [1]. E lo stesso scrive Terzani: "Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l’uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all’ombra di un albero. Facciamo lo stesso"[2].
Si racconta che il monaco buddista Koho, negli ultimi anni della sua vita, trascorresse molte ore al giorno a guardare, in silenzio, lo scorrere del fiume. E si racconta che il regista Andrej Tarkovskij, durante le riprese di Nostalghia, alle prime ore del mattino sostasse a lungo, assorto, davanti all’acqua immobile dell’antica piscina di Bagno Vignoni. E ricordo, da lontane letture, che anche il compositore Luigi Nono, nei suoi ultimi anni, dedicò lunghe e profonde riflessioni al silenzio.

Tutto intorno il bosco si sveglia, fiorisce, vive, muta di forme e colori, si addormenta
Voltiamoci un momento indietro adesso, verso ciò che ci siamo lasciati alle spalle; pensiamo a ciò che così non è, all’umanità del terrazzo del ristorante, immersa nella frenesia e nel frastuono, sorda a tutto ciò che non sia se stessa. Tutto intorno il bosco si sveglia, fiorisce, vive, muta di forme e colori, si addormenta. Ma essa non si accorge di nulla, stordita e assordata da se stessa. Come si può aver cura di ciò che non si vede, di ciò che si è cancellato, che al proprio sguardo non esiste?
Ma perché mai – direbbe quell’umanità frenetica - dovremmo aver cura del bosco? - E allora diciamolo in un altro modo: come si può aver cura di se stessi avendo cancellato la consapevolezza del proprio legame, della propria interdipendenza con tutto il resto del mondo vivente, credendo che solo in se stessi e da se stessi venga il proprio bene? Come si può non essere distruttivi dopo aver cancellato l’idea del proprio legame con gli altri, dove gli altri sono sì gli altri uomini ma anche, insieme a essi, gli altri esseri viventi della Terra, sono gli alberi, gli uccelli, gli insetti, gli animali del sottobosco e quelli del sottosuolo, fino ai muschi, i licheni, i batteri. Ecco perché fermarsi in ascolto, ecco perché circondarsi di silenzio.
Oggi è l’ultimo giorno. Domani sarò in altri luoghi, luoghi del loro mondo. So che mi attendono giorni che vorrò dimenticare. Ripeterò nella memoria l’immagine di quella ragazza immobile sulla panchina nel bosco, di cui non so e non saprò mai nulla. Né mai vorrò saperne. Perché forse scoprirei che fa tutti i giorni quella salita per mantenere la linea, che sosta così a lungo sulla panchina per riposarsi dalla fatica del ripido sentiero… tutto qui. E ogni cosa svanirebbe in una piatta banalità.
1. G. Sono Fazion, Lo Zen e la Luna, Edizioni Appunti di Viaggio, Roma, 1994, p. 14
2. T. Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi, Milano, 2002, p. 181


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