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Una scrittura vigorosa

Da Marcofre

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.

 

Questo è uno degli incipit più famosi della letteratura: si tratta di Anna Karenina di Tolstoj. Trovo che in certi autori (soprattutto del passato, ma non solo), ci sia un tratto ben preciso. Utilizzano cioè una scrittura vigorosa, ma che si potrebbe definire “senza appello” perché fanno delle affermazioni forti. Si tratta quasi di sentenze, che si bevono con piacere perché il loro autore è bravo.

La frase in apertura di questo miracolo di romanzo è quanto di più massiccio si possa trovare. Spesso si afferma che la vita di quei romanzi, è possibile perché l’Ottocento era il secolo delle grandi certezze (come? Ne siamo certi?).

Nel Novecento, e nel primo decennio del XXI secolo, tutto questo non è più possibile perché viviamo in una realtà frammentata (o liquida?).
Non ne sarei così sicuro, perché in realtà chi scribacchia, non è poi così umile come vorrebbe far intendere. Che ci sia tanto da imparare, che si debba “studiare” molto e avvicinarsi alla scrittura con il desiderio di apprendere, è ovvio.

Come ho già affermato in passato, chi scrive è soprattutto un tipo con una visione ben precisa. Siccome vede cose che gli altri nemmeno notano (o fingono di non vederle), parte lancia in resta. Tolstoj scrive quell’incipit, e il romanzo, perché scorgeva una situazione ai suoi occhi nitida e precisa.

 

Tutte le famiglie felici si somigliano

 

È un colpo di pistola.

Dopo qualche anno (e parecchie letture in più) si riprende in mano quel romanzo, e ci si rende conto che la faccenda non è così. Perché la felicità (familiare) è legata all’attimo, e un attimo dopo tutto si sgretola o entra in crisi. Perché c’è chi è felice con i figli, e chi senza, e quindi non c’è proprio una somiglianza tra questi due gruppi di persone. Se però permettiamo alla logica di salire in cattedra e ciarlare, si salva ben poco nella narrativa. Non è la logica che ci deve guidare nella lettura (o almeno, non deve essere troppa).

La narrativa è manipolazione della realtà, e se questa non coincide con quanto affermato dallo scrittore, peggio per la realtà. Questa è una verità ovvia, che però è bene ribadire con decisione. A prima vista, il mio discorso esce dai binari sui quali lo avevo iniziato, ma non è esatto. Il vigore di alcuni incipit, e delle storie, nasce (anche) dalla determinazione a osservare la realtà, a rifletterci sopra perché non è come sembra.

Che si affrontino grandi temi o piccole tragedie, chi scrive afferma. Non dovrebbe mai dubitare perché la sua scrittura già rappresenta un formidabile attacco al buonsenso, al conformismo e all’omologazione. Se non affermasse (magari per smontare), alla fine avremmo un guaito lungo quante sono le pagine della storia.

E in effetti tanta narrativa di oggi è un guaito, ma non ci bada nessuno.

Osservare, riflettere, e quindi affermare, sono brutte cose di questi tempi. Andavano bene nei tempi andati, ma adesso no. Alla letteratura oggi si chiede intrattenimento, magari “impegnato”. Di accompagnare i lettori, e di fornire loro dei paesaggi semplici e piani. Immagino invece che un po’ di montagna possa essere utile. Naturalmente non è per tutti (per questo un po’ tutti fingono di aver letto certi capolavori), però è necessario che esista.


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