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Una stanza tutta per sé

Da Audrey2
E che Virginia Woolf mi perdoni se le scippo il titolo per usarlo nel mio post, che non c’entra niente con il suo saggio.
Ieri sera ho letto questo articolo – When you don’t have a cabin or a dog… but are still called to write – che Aislinn ha postato sul suo Google+. Mi ci voleva! Ne avevo davvero bisogno, anche se non me ne sono resa conto finché non sono arrivata alla sua conclusione.
Non è di questo, però, che volevo scrivere oggi: niente post sulla call to write. È un argomento che, inevitabilmente, mi porterebbe a parlare di cose troppo personali, quindi “no, grazie. Comunque no, grazie”.
Pensavo, invece, alla storia del cliché dello scrittore che passa l’inverno a lavorare al proprio romanzo chiuso in una casa isolata in un bosco, con la sola compagnia di un cane e un fuoco scoppiettante a illuminare la stanza.
Ci pensavo perché mi è tornato in mente uno dei consigli che quasi ogni scrittore – passando anche per King, nel suo On Writing – inserisce nella sua top ten: in mancanza di una casa nel bosco, del cane e del fuocherello*, avere almeno una stanza tutta per sé. Questa non è la mia stanza: è quella di Margaret Forster. Però è esattamente il tipo di writing room che vorrei.  [FONTE: The Guardian]

Questa non è la mia stanza: è quella di Margaret Forster. Però è esattamente il tipo di writing room che vorrei. 
[FONTE: The Guardian]

Anche Jeff Goins, il blogger che ha ospitato il guest post che ho linkato, in un articolo intitolato 10 Ridiculously simple tips for writing a book, scrive:

Choose a unique place to write. This needs to be different from where you do other activities. The idea is to make this a special space so that when you enter it, you’re ready to work on your project.

Ecco, io non ho una stanza tutta per me, nel senso di una stanza dedicata solo alla scrittura. Ma so come vorrei che fosse. Se è vero che una casa riflette la personalità di chi la abita, la mia futura writing room sarà in tutto e per tutto il mio Regno.

1. Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. (Friedrich Nietzsche)
Ma se il caos è anche fuori, va bene uguale.
Ho sempre desiderato una stanza tutta mia in cui chiudermi a scrivere.
Una stanza vietata agli scocciatori, in cui nessuno entri per rompermi gli zebedei per via del disordine, o delle tre dita di polvere su ogni oggetto e superficie, o delle cartacce sul pavimento. Concentrare tutto questo nel limitatissimo spazio di una scrivania configura quella situazione riassumibile con una citazione del Genio della Lampada, in Aladdin: Fenomenali poteri cosmici… in un minuscolo spazio vitale. Ed è una cosa scomoda.
Sono un tipo disordinato. Quando si tratta dei miei spazi. Invece sono una rompiballe quando si tratta di cucina, bagno e salone: quelli li voglio puliti tutti i giorni. Ma nei miei spazi mi trovo a mio agio anche se tutto intorno proliferano spore muffe e funghi, rotoloni di polvere e il cestino della carta (solo di nome, perché diventa una discarica delle peggio porcherie) comincia a muoversi da solo chiamando “Mamma!”.
Io, nel mio disordine, trovo tutto quello che mi serve. Prima o poi.
Ma non è solo questione di quanto sia comodo e confortevole l’abbrutimento.

La writing room di Kevin Crossley-Holland è bellissima! *__* [FONTE: The Guardian]

La writing room di Kevin Crossley-Holland è bellissima! *__* [FONTE: The Guardian]

2. Quiet, please!
Per me scrivere non è facile. Il più delle volte è frustrante, è un tormento. Invidio in malo modo chi riesce a scodellare (X)mila parole al giorno, specie se si tratta di (X)mila parole fottutamente buone.
Per cominciare, e per proseguire, ho bisogno dell’isolamento. Del silenzio. Della totale assenza di distrazioni. Solo così riesco a trovare la concentrazione per immergermi nei miei mondi e restarci – e la permanenza è fantastica: io non mantengo nessun tipo di distacco, né dai miei personaggi, né dalla storia, né dal mondo che ho creato – almeno finché sono in prima stesura; dopo mi trasformo nel severo editor. E non rompetemi le palle su ‘sta cosa, grazie. Se dovete peppiare sulla necessità che lo scrittore non si faccia coinvolgere da ciò che crea, andate a ruttare a quel paese – come dice una mia cara amica. Io nell’immedesimazione e nell’empatia con i miei personaggi ci sguazzo! Ma è un gioco che mi riesce soltanto se posso ascoltarli e vederli senza interferenze.
Quando vivevo a Firenze, in quei 15 mq infestati di scarafaggini che pagavo più dell’appartamento in cui vivo a Novara, non avevo telefono, non avevo Internet e facevo sessioni di scrittura che andavano dalle sette di sera alle sette del mattino dopo. Poi, un infausto giorno, ho deciso di farmi installare linea telefonica e adsl…
Ma, tutto sommato, a Internet posso resistere.
Il mio problema più grosso, quello capace di mandarmi a puttane una buona sessione di scrittura, è che se il mio “stato di grazia” viene interrotto in un qualunque modo – che sia lo squillo del telefono o del campanello o qualcuno che grida giù in strada – be’… è finita. Non lo ripesco più. Per quel giorno ciccia, posso mettermi l’animaccia in pace, chiudere il file e cominciare a cazzeggiare.
È una situazione che mi fa venire un dio di nervi, ma è roba costituzionale, è genetica, non ci posso fare niente: sola e in silenzio, queste sono le condizioni che mi sono indispensabili per scrivere. Per questo, e per poche altre cose, sono un animale adattabile solo fino a un certo punto. Ho provato a scrivere in biblioteca, al bar, in un parco – isolandomi con le cuffie e la musica – ma persino la musica, a un certo momento, diventa un ostacolo. L’unico rumore di sottofondo che tollero è quello del televisore: quello, non so perché, in qualche modo concilia. La writing room di Sebastian Barry. [FONTE: The Guardian]

La writing room di Sebastian Barry. [FONTE: The Guardian]

3. Mutevole. Mutante.
Potrebbe essere anche uno sgabuzzino, non me ne fregherebbe niente. Sono sicura che riuscirei a sistemarla in modo tale che ci entrerebbe tutto – e non mi riferisco alla scrivania e al mobilio essenziale, ma alle mie storie: cartellette, post-it, notes, fotocopie di gnoKki prototipi… tutto quello che mi ispira durante il brainstorming e la stesura. Vorrei averle tutte con me. Alzare gli occhi e trovarmele lì allineate. O accatastate. Purché ci siano :)
La mia stanza avrebbe un’impronta diversa ad ogni storia. Sono una di quelle scribacchine che, da sempre, quando scrive tappezza il muro che ha di fronte con immagini, schemi, citazioni – alcuni universali, i più ad hoc per la storia del momento. È una cosa che mi diverte, uno dei tanti trucchi per immergermi in quello che creo. Ora come ora, ogni volta che chiudo con un mondo e con i suoi personaggi, riporli in un ordinatore per fare spazio ai nuovi arrivati è un rischio.
Negli anni, a causa delle ingerenze materne – prima (dannata mania di entrare in camera e buttare tutto perché per lei erano solo cazzate!) e dei vari traslochi – poi, ho perso tanti di loro. Mi dispiace soprattutto di aver smarrito i quaderni con i primi tentativi del fantasy alla Dragon Lance scritto intorno ai 16 anni. Avevo fatto disegni, preso una marea di appunti, ritagliato figure di maghi, elfi, orchi da ogni rivista che mi capitava sotto mano. Si trattava di robaccia immonda – cioè, per dire: l’elfa si chiamava Nightingale! XD – ma la cosa mi brucia lo stesso. Anche per le risate che non posso più farmi ^^
Nella mia stanza non perderei più niente e nessuno.
Sì, lo so: botta di romanticume.

La writing room di Nicholas Mosley. Questo tizio è disordinato *quasi* quanto me :)[FONTE: The Guardian]

La writing room di Nicholas Mosley. Questo tizio è disordinato *quasi* quanto me :) [FONTE: The Guardian]

4. L’ideale.
Arredamento classico, in legno chiaro – tipo betulla o rovere sbiancato – tranne la scrivania, per la quale preferisco colori più caldi, come il ciliegio. Non voglio niente di troppo rifinito, anzi: più lo stile è grezzo e più mi piace. A eccezione, ancora una volta, della scrivania: deve essere piena di cassetti e con almeno un paio di ripiani. E bella solida, perché sono maledettamente goffa: da una parte la cosa sarebbe controproducente, ne sono fin troppo consapevole; ma preferisco un livido in più che trovarmi a rivivere la situazione di una ventina d’anni fa quando, per l’ennesimo inciampo, sono rovinata sul tavolinetto che usavo, l’ho ribaltato (ribaltandomi a mia volta) e il pc che ci stava sopra in equilibrio ha preso il volo… finendo sul mio zaino, per fortuna.
Anche le pareti le voglio di colore chiaro (ma non bianco, fa troppo ospedale), così come un eventuale tappeto – anche se poi sarebbe un inferno tenerlo pulito.
Mi piacciono le stanze luminose. E non solo perché mi mettono di buon umore. Il fatto è che la mia vista malandata si affatica alla svelta in stanze scure. Quindi, oltre alle pareti chiare, dovrebbe esserci almeno una finestra.
E per terra il parquet!

La writing room di Ciaran Carson. [FONTE: The Guardian]

La writing room di Ciaran Carson. [FONTE: The Guardian]

5. Come sarà… Se mai ne avrò una, sarà come quella che ho appena descritto. Ma senza il parquet, ci scommetto. Ci saranno tre dita di polvere e peli di cane sugli scaffali, scartoffie appallottolate per terra, cavi alla rinfusa, un mucchio di ninnoli/cazzatine e giochi di cucciolo ovunque. Probabilmente, anche un suo cuscinone. Oh! E tazze! Tazze di the e di caffè dappertutto, con le scritte più assurde – alcune vuote, altre con un fondino che il tempo avrà trasformato in una sorta di agar-agar :)

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* io il cane ce l’ho; è la casa, che mi manca, altrimenti farei di questo cliché il mio stile di vita :)

Questo post è stato importato dal mio vecchio blog, Storytime, a causa del solito furbetto che prende ispirazione ma “si dimentica” di linkare.



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