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Valerio Mastandrea: “Il cinema fa cultura, occorre investire”

Creato il 16 gennaio 2014 da Oggialcinemanet @oggialcinema

16 gennaio 2014 • Speciale Cinema - Eventi, Vetrina Cinema

Valerio Mastandrea: “Il cinema fa cultura, occorre investire sul suo valore rituale”

“Quest’estate in montagna una signora mi avvicina per farmi i complimenti per un film. La sto ad ascoltare, parla per dieci minuti di La grande bellezza, poi la ringrazio e le dico che non facevo parte di quel cast. Lei mi risponde: ‘Vabbè, è uguale’. L’ho raccontanto anche a Paolo Sorrentino, ci siamo fatti una risata”. Così Valerio Mastandrea, il giorno seguente alla vittoria di La grande bellezza ai Golden Globe, dice la sua, sottolineando che “Ci sono tante “grandi bellezze” nel nostro paese, e non sono io a doverlo insegnare”. Lo incontriamo in occasione della presentazione romana del film La mia classe di Daniele Gaglianone, in cui interpreta appunto un insegnante di italiano per stranieri. “Uno i film li fa perchè vengano visti”, dice, indicando la singolarità di una distribuzione che prevede diverse proiezioni nelle varie località italiane (dal 23 sarà a Roma e Torino).

Gaglianone ha definito il film “l’allegoria di un incontro”. Cosa porta a casa di questo tipo di incontro?
La mia classe è uno dei pochi film in cui quello che ti porti dietro lo vedi in scena: non ho avuto grossi ripensamenti a casa, l’incontro era già filmato sul momento, c’era un’immediatezza che Daniele ha messo in scena e poi montato. Tutta l’emozione che abbiamo avuto “è” il film. Poi da ogni esperienza ti porti appresso la conoscenza di persone nuove, l’aver  lavorato in maniera nuova.

Come si è confrontato con il tema della migrazione e dell’accoglienza?
A me non è cambiata la percezione di come questo paese tratti gli immigrati durante le riprese, me ne interessavo già da cittadino. Poi con questo specifico lavoro ho avuto una possibilità in più di approfondimento, nella verità e autenticità. E ribadisco l’inutilità di questo mestiere di fronte a cambiamenti culturali che dovrebbero avvenire in Italia. Il cinema fa cultura, si è stanchi anche di questo camminare piano piano: ci vorrebbe un’onda che portasse via la semplificazione e la facilità con cui vengono comunicate le cose per formare una nuova generazione nuova. E per far questo si devono muovere tutti, non solo chi fa un film piccolo come il nostro.

Valerio Mastandrea

Valerio Mastandrea

Oltre ad averlo interpretato, l’ha anche prodotto: la produzione cambia l’approccio ad un ruolo? Sente maggiore responsabilità?
Intanto si tratta di co-produzione, non abbiamo ancora forza né esperienza di accollarci un progetto da soli, è sempre un lavoro collettivo. Per me personalmente vuol dire “starci” in un progetto, esserci artisticamente.

Il film si gioca tra realtà e messa in scena: come ha gestito il continuo “dentro e fuori”?
Facevo molta fatica a rimanere fuori, ci lasciavamo sorprendere tutti dalla casualità degli avvenimenti e giravamo anche per tre ore al giorno di seguito. Dopo la prima lezione – che era il primo giorno – ero devastato, avevo mal di testa, io che non ne ho mai, per via della concentrazione di discussioni che facevamo.

Come ha “costruito” il personaggio?
Ancora non riesco a parlare di questo come un personaggio, era già alla prima stesura un film che andava oltre alla costruzione di un personaggio. Non sapevo tante cose. Non sapevo che imparare l’italiano fosse un passaggio burocratico per ottenere un determinato punteggio, non sapevo dell’esistenza dei Ctp e di tante scuole di italiano per stranieri, sono andato a vedere quelle associazioni, a parlarci, a capire.

Insegnerà mai, ad esempio come fare il suo mestiere?
No, ma non per modestia, ma per incapacità. L’approccio della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volontè che abbiamo fondato nasce con lo stesso approccio che ha il mio personaggio nel film, ma sono dell’idea che è un tipo di approccio che si può avere anche facendo commedie leggerissime.

Commedie che incassano sempre di più.
Diciamo tanto che i film italiani che incassano a Natale fanno bene al nostro cinema, ma farebbe bene avere tremila sale, anziché milleottocento, e non chiudere i cinema, ma aprirli: bisogna investire sul valore rituale del cinema.

di Claudia Catalli per Oggialcinema.net

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