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Vanloon – Autunno caldo

Creato il 13 ottobre 2012 da Ilcasos @ilcasos

Puntata 1 – anno 2, 13 ottobre 2012
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Vanloon – Autunno caldo

Ciao a tutte e tutti da Lara e Debs

Lavoro, operai, diritti, licenziamenti, proteste. Parole dense che ritornano spesso nei giornali e alla tv portando in prima pagina il lavoratore, cassaintegrato, licenziato, a rischio o che lotta per salvare il suo posto di lavoro nelle varie contraddizioni attuali tra rispetto per la salute e ambiente e nuove forme di contratti lavorativi. L’operaio non è straniero nella storia d’Italia e non è difficile in questo periodo ricordare una stagione di lotte durata dall’estate del Sessantanove alla marcia dei Quarantamila, il 14 ottobre 1980.

Quali sono le rivendicazioni operaie? Dall’autunno caldo non ci si limita a rivendicazioni come salari più alti, meno ore lavorative, previdenza sociale ma a una più generica richiesta di diritti individuali e collettivi come giustizia sociale, salario garantito, la parità di diritti tra operai e operaie. È proprio la caduta del confine fabbrica-società che plasma una nuova identità collettiva a partire dalla rivendicazione dei diritti negati e dall’appropriazione di spazi pubblici, per la prima volta alla portata di tutti.

Simbolo delle mobilitazioni è sicuramente lo stabilimento Fiat Mirafiori. Ma perché Mirafiori è diventato paradigma della lotta? L’esplosione del conflitto del Sessantanove aveva gettato in crisi l’ordine aziendale della Fiat. Si era creduto, a torto, di superare l’autunno caldo come si erano superate le mobilitazioni del 1962, con i famosi scontri di piazza statuto a Torino, ovvero attendendo che si calmasse tutto per poi restaurare la gerarchia interna, cosa che di fatto nel Sessantadue avvenne.

Nel Sessantanove la Fiat mostrava due facce: quella di colosso industriale in rapida crescita e quella delle officine e dei reparti, trasformati nel teatro di una guerriglia spicciola che si rinnova di giorno in giorno ma che è costretta, fin ora, a rimanere latente e confinata dentro i cancelli. Gli atti di sabotaggio infatti erano all’ordine del giorno: “tutte le 1100 avevano problemi, ballavano e facevano rumori infernali perché gli operai saldavano nel tunnel della trasmissione bottiglie di coca cola” ammette anni dopo in una testimonianza un responsabile del personale.

All’interno di Mirafiori il sindacato era debole, e infatti protagonisti della lotta sono gli operai non qualificati che mettono a punto una precisa strategie di conflitto che si espande da reparto a reparto, seguendo il percorso dei cortei interni ben lontani dallo spontaneismo a cui in prima istanza può far credere. L’effetto del corteo è dirompente poiché permette al movimento di lotta di propagarsi rapidamente da un’officina all’altra: si stabilisce il percorso e ci si dirige verso le squadre che sicuramente sciopereranno, battendo ritmicamente sulle latte che gli operai usano come tamburi. Si scandiscono slogan come «Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina».

Un corteo in marcia sancisce la sospensione temporanea della disciplina industriale e del rispetto della linea gerarchica. Prima del Sessantanove il ruolo dei capi non era posto in questione, ora sì… I gruppi extraparlamentari, per lo più studenti universitari, si inseriscono nella lotta di Mirafiori spinti da una conflittualità già esistente, da un lato portando la lotta degli operai al di fuori dei cancelli della fabbrica e dall’altra facendo entrare gli occhi dei mass media negli stabilimenti.

Potere operaio e Lotta Continua (che nel Sessantanove si chiama ancora La Classe) però compiono un errore di strategia: polarizzano fin da subito gli sforzi degli operai che almeno all’inizio mostrano una grande disponibilità e un sorprendente grado di simpatia nei confronti degli studenti. Compiere sforzi separati e in competizione tra loro avrebbe portato ad un effetto demoralizzante sulle tute blu in quanto ci si allontanava dai temi concreti. Il peso delle ideologie, si sarebbe detto poi, avrebbe giocato a sfavore della mobilitazione.

Dopo 50 giorni di lotta in fabbrica, il 3 luglio 1969 gli operai scendono in piazza in quella che verrà ricordata come la battaglia di Corso Traiano, punto di arrivo e partenza di un ciclo di lotte che segna il ritorno del sindacato nella fabbrica e l’allontanamento dei gruppi extraparlamentari.

Da questo momento in poi torna di scena il sindacato, che lungi dal reprimere le vampate di spontaneismo, aveva sempre cercato di cavalcare la tigre del dissenso. Una strategia che a lungo andare avrebbe avuto la meglio. Il nuovo ruolo del sindacato e dell’operaio nella società viene sancito dallo Statuto dei lavoratori il 20 maggio 1970. La lunga discussione che accompagna la pubblicazione del testo rappresenta il riconoscimento pubblico della dignità del lavoratore salariato.

Un traguardo raggiunto con una dura lotta tra repressione, licenziamenti politici e – forse – una mancata soddisfazione generale del mondo operaio. Rispolverare quello statuto dei lavoratori sarebbe utile, in questi tempi in cui l’operaio sembra riappropriarsi della scena pubblica e della stampa, nonostante ogni tentativo del governo di minarne le basi e portare l’Italia indietro di almeno 40 anni.

E con queste riflessioni vi salutiamo e vi invitiamo a visitare il nostro sito www.casoesse.org e… alla prossima puntata.

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