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Creato il 28 febbraio 2014 da Ilbocconianoliberale @ilbocclib

Sono già state spese troppe parole per spiegare quanto sia dannosa l’irresponsabilità fiscale che oramai caratterizza ogni amministrazione pubblica italiana, di ogni livello e grado. Il governo nazionale a Roma continua ad accumulare debito, alcune regioni sono in dissesto finanziario e molti comuni hanno già dichiarato bancarotta. Non sembra, peraltro, che esista nemmeno una particolare differenza tra amministrazioni di centrodestra o di centrosinistra. A questo punto, come ci ricorda bene Carmine Faraco [1], la domanda giusta da porsi è “perché?”. Perchè gli italiani sembrano strutturalmente incapaci di essere fiscalmete responsabili?

Negli anni sono già state avanzate molte possibili spiegazioni da vari economisti. Un approccio molto promettente è quello di Political Economics [2]. Il ragionamento centrale è il seguente: i politici tassano la collettività e spendono quei soldi per soddisfare speciali gruppi di interesse (sindacati, pensionati, confindustria, cattolici, dipendenti pubblici, etc.). Ogni euro speso a vantaggio di un particolare gruppo costa al singolo contribuente pochissimo: lo stato può tassare ogni italiano €1 e spendere così €60 milioni a vantaggio, ad esempio, dei dipendenti ATAC, che sono 13 mila. I dipendenti ATAC quindi pagano €1 in tasse ma ricevono €60 milioni / 13 mila = oltre €4 mila a testa. E’ chiaro quindi che i dipendenti ATAC faranno pressioni fortissime sul Parlamento per implementare questa tassa mentre il contribuente generale probabilmente non si aggorgerà nemmeno dell’euro in meno in busta paga.

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Siccome ogni italiano appartiene di volta in volta a qualche gruppo speciale di interesse, ogni italiano chiederà l’implementazione di qualche politica simile a quella di cui abbiamo parlato sopra, aumentando tasse e spesa a dismisura. Questo meccanismo crea l’illusione che tutti possano vivere a spese altrui.

Questo spiega come mai tasse e spesa pubblica siano così alte in Italia. Spiega anche l’atteggiamento da “assalto alla diligenza” dei gruppi di potere italiani. Non spiega però come mai la spesa pubblica sia strutturalmente superiore alle entrate. Non spiega, cioè, come mai il deficit sia così persistente.

Per capire questa anomalia, bisogna prima comprendere che pareggiare il bilancio rappresenta un “costo” elettorale solo se esiste molta distanza ideologica tra i due schieramenti. In altre parole, maggiore è lo scontro ideologico, maggiore è la probabilità che l’avversario sfrutti in chiave elettorale il malcontento che inevitabilmente accompagna i consolidamenti fiscali e maggiore quindi sarà il costo elettorale del consolidamento per il partito al governo.

Se, invece, i due schieramenti sono molto vicini ideologicamente, la probabilità che l’avversario sfrutti in chiave elettorale il malcontento popolare è minore e dunque il partito al governo saprà di perdere meno voti in caso di consolidamento. L’Italia è sempre stata caratterizzata da una elevata polarizzazione dello scontro politico ed elettorale, anche se ultimamente le differenze tra i due maggiori partiti appaiono molto affievolite.

L’ultima considerazione che vorrei fare riguarda invece l’uso strategico che il partito al governo può fare della sua capacità di spesa. Immaginiamo due beni pubblici su cui poter spendere, A e B. Immaginiamo che il partito A sia a favore di spendere per il bene A. Un ragionamento speculare vale per B.

Se il partito A è al governo e i sondaggi lo danno perdente, il partito A ha tutto l’interesse a fare un deficit enorme e spendere tutto il possibile sul bene A, in modo da “legare le mani” al partito B, il quale si troverà tra le mani una crisi fiscale e non potrà spendere sul bene B. In altre parole, il partito A può sfruttare in modo strategico il deficit per togliere risorse all’avversario.

L’Italia è un paese con elevata frammentazione politica e con una elevata frequenza di nuovi governi. Questo significa che ci sono le condizioni ottimali per cui ogni nuovo partito al governo sfrutti in modo strategico (e banditesco) il deficit: spendiamoci tutto il malloppo oggi per non lasciare nulla all’avversario domani.

Come si cura questa malattia? Come si pone fine a questo circolo vizioso? E’ innanzitutto necessario evitare ulteriori frammentazioni politiche (si veda il caso di [ciwati]) per generare maggioranze più stabili che internalizzino maggiormente i costi dei dissesti. E’ altresì necessario creare un consenso a favore dei consolidamenti fiscali, in modo da ridurne il costo elettorale. Ci vuole un “patto” insomma: sul deficit non si fa campagna elettorale. Infine, è necessari mettere in piedi dei vincoli molto stringenti sui nuovi esecutivi: dei vincoli quantitativi di zero deficit molto più stringenti, ad esempio, di quelli che richiede oggi Bruxelles.

Come questi cambiamenti, culturali prima che economici, possano emergere da un sistema malato come quello italiano non ci è dato sapere. Personalmente auspico l’imposizione di un vincolo esterno: l’arrivo della Troika [3], l’invasione da parte della Svizzera, il governo dei Panzer o il ritorno e la riannessione all’Impero austro-ungarico. Scegliete voi.

Note:
1. http://www.youtube.com/watch?v=kD-gRJA6E9Q
2. Il miglior testo a riguardo è senz’altro “Political Economics. Explaining economic policy” di Persson e Tabellini. In particolare, il problema di budget deficits persistenti è trattato nel capitolo 13.
3. Parlando di cosa potrebbe fare la Troika in Italia, consiglio “E se arriva la Troika?” di Nicolò Bragazza, liberamente scaricabile qui: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=14912


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