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1976-2013 Tutti i volti di Carrie White: Parte 1

Creato il 24 dicembre 2013 da Fascinationcinema

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Carrie: Introduzione

1974-A quanto si dice, il romanzo preferito di intere generazioni, nasce da una ripicca raccattata dalla spazzatura. Uno scrittore in erba che scriveva racconti per una rivista maschile, un giorno si sente dire da una tizia: “Scrivi tutte queste cose da macho, ma non sai scrivere di donne!”. “Non ho paura delle donne io! Posso scrivere di loro, se voglio!” s’impermalosisce subito lui. Scrisse allora la scena di una ragazzina dai poteri telecinetici latenti, che ha le sue prime mestruazioni nella sala docce della palestra scolastica mentre le compagne di classe le gettano addosso decine di assorbenti, gridandole in coro di tapparsela. “Ma mi faceva schifo così la buttai via” racconta Stephen King. La moglie, santa donna, andò a ripescare l’opera dalla pattumiera e lo convinse a scrivere il resto della storia. La scrisse in due sole settimane, su una macchina da scrivere portatile all’interno del camper in cui vivevano e lo fece solo perché non aveva un’idea migliore, pensando “Ma chi mai vorrà leggere questa roba? Non posso credere che la sto scrivendo!”. Poco dopo diventò ricco ed ancor oggi ammette “Carrie mi ha reso una star”.

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1976-Appena due anni dopo la pubblicazione del romanzo, Brian De Palma ne diresse il primo adattamento cinematografico. “Lessi il libro, mi fu consigliato da un amico scrittore che era anche amico di Stephen King. “ – raccontò De Palma – “Mi piacque molto e chiamai il mio agente per scoprire chi ne possedeva i diritti. Il progetto Carrie era nelle mani della United Artists ed il presidente ed il direttore di produzione volevano che fossi io il regista. Pensavano che nessun altro avrebbe dovuto esserlo.” Per il ruolo di protagonista, la bionda attrice Sissy Spacek, allora ventottenne, fu nominata agli Oscar. “Avevo in mente un’altra ragazza, perfetta per quel ruolo. Ma Sissy aveva letto il libro, le era piaciuto molto e mi aveva detto che era molto interessata alla parte.” – dice il regista – “Io ero ancora molto orientato per l’altra ragazza ma quando alla fine facemmo i provini e Sissy recitò la parte di Carrie, fece sembrare stupide tutte le altre.”

1988- Carrie debutta come musical a Broadway ed una versione rivisitata riemerge di nuovo a teatro nel 2012.

1999-Esce il trascurabile sequel Carrie 2 – La furia, diretto dalla regista americana Katt Shea.

2002- All’alba del nuovo millennio invece, il creatore dell’odierna serie Hannibal, Bryan Fuller, aveva appena finito di scrivere l’episodio pilota della sua mitica serie Dead like me, il quale piacque così tanto allo studio di produzione che: “Mi chiesero se poteva interessarmi fare un remake di ‘Carrie’ ambientato ai giorni nostri. Io ovviamente sballai all’idea. Non sai che grande fan di Stephen King sono io! I suoi libri sono le fondamenta della mia adolescenza. Come tutti, ero incazzato per Carrie 2: La Furia ed ero determinato a non far accadere di nuovo una cosa del genere. Sentivo che se me ne fossi occupato io, sarei stato in grado di evitare che diventasse la fiera del ciarpame – che era anche quello che la MGM e la NBC volevano a tutti i costi evitare”. I primi due episodi, diretti da David Carson, andarono in onda nel novembre del 2002, ma rimasero purtroppo solo un film-TV, perché il resto della serie non fu mai commissionato a causa dei bassi ascolti, nonostante gli elogi della critica per la splendida interpretazione dell’attrice texana Angela Bettis, l’unica che ha dato a Carrie l’aspetto scialbo e sfuggente  arricchendola inoltre con una sorprendente fisicità di piedi storti, conati e tremori. La Carrie di Bryan Fuller andò in onda anche in Italia, nel Gennaio del 2004 su Sky Max, ma non se ne accorse quasi nessuno.

2013-Infine ecco l’ultima versione cinematografica, in cui la piccola vampira di Let me in, la quindicenne Chloë Grace Moretz, interpreta Carrie diretta da Kimberly Peirce, che ricordiamo è l’autrice del memorabile Boys don’t cry (1999):

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“Carrie segue in modo naturale dopo Boys don’t cry. C’è una protagonista disadattata che farebbe qualunque cosa per essere amata ed accettata. Brandon vive come un uomo; Carrie va al ballo ma forse non dovrebbe. Hanno intense conseguenze ed entrano in gran conflitto con chi le circonda. Ci sono così tante somiglianze, è incredibile. Ma quando sono stata contattata dalla MGM per girare il remake di Carrie, la mia prima domanda è stata ‘Ma… c’è bisogno di rifare Carrie?’. Prima di tutto chiamai Brian De Palma perché siamo amici e rispetto gli altri registi. Mi disse ‘Penso che dovresti farlo’. E’ stato importante per me. Poi mi sono gettata nel libro. L’avevo letto da ragazzina e poi di nuovo da studentessa di letteratura ma stavolta lo lessi approfonditamente, due volte di seguito, su un lungo volo per Istanbul. Penso che King abbia scritto un libro che è attuale e senza tempo. Mitico come Shakespeare, come l’Edipo Re.”

Benché lo stesso King lo minimizzi definendolo il romanzo giovane di un giovane scrittore, Carrie non è infatti solo un horror ma è una storia di morboso amore/odio tra madre e figlia, di fanatismo religioso e potere della mente sulla materia, di bullismo al femminile e vendetta da super-eroi, il tutto in un mix perfetto. Grazie alla sua struttura epistolare, continuamente intramezzato da interviste, estratti di inchieste immaginarie come ‘L’ombra che esplose’ o i documenti della ‘Commissione White’ che indagano sulla tragedia nazionale causata, sostengono molti, dalla telecinesi di Carrie che ha raso al suolo un’intera cittadina, il romanzo non ha affatto un’atmosfera magica, è anzi particolarmente realistico per il suo genere. L’unico adattamento che resta fedele a questo stile e che approfondisce anche alcuni personaggi secondari aggiungendo scene ignorate da De Palma e alcune scene che non sono neanche nel libro, è la serie di Bryan Fuller: “Questa versione di Carrie ha inizio due settimane dopo la notte del Ballo Studentesco. Questo ci ha permesso di raccontare gli eventi dal punto di vista dei sopravvissuti, interrogati nel corso delle indagini per individuare i responsabili della morte di così tanti adolescenti. Il che si avvicina allo stile narrativo del libro, che racconta la storia a flashback, aggiungendo informazioni condivise dai superstiti dieci anni dopo il fatto.”

La pioggia di pietre

Altro merito della serie di Fuller è di aver portato sullo schermo, con la massima fedeltà, la scena, che nel romanzo ci viene raccontata attraverso l’intervista alla vicina di casa di Carrie, Stella Horan. E’ il primo ed unico episodio di telecinesi nell’infanzia di Carrie White e Fuller ce lo mostra con un appropriato flashback e con una piccola attrice che calza a pennello con l’idea che ne dà la Horan, di una graziosa bambina con l’aria da vecchietta rassegnata alle tristezze della vita. Quando Carrie aveva tre anni, Stella era già un’adolescente e prendeva il sole in giardino con un bikini bianco che metteva in risalto le sue ‘sporchetette’, troppo peccaminoso per i gusti della pudicissima signora White, che non stendeva in giardino nemmeno le mutandine della bimba. Un brutto giorno, la signora White sorprende la piccola Carrie a parlare con la meretrice di Babilonia dal candido bikini e apriti cielo. La faccia stravolta dalla rabbia, la signora White intima alla piccola di rientrare in casa, e da dentro sentiamo urla furibonde e la bimba che grida “No, non mi chiudere nello sgabuzzino mamma ti prego no!” e poi un enorme tavolo di legno salta fuori dalla finestra del salotto, le imposte sbattono, rumore di mobili in frantumi e… “E tutto a un tratto, le pietre. Venivano giù sparate dal bel cielo azzurro. Fischiando e crepitando come bombe. Cadevano solo sul terreno dei White. Una delle pietre colpì un tubo della grondaia, facendolo cadere sul prato. Altre fecero dei buchi nel tetto e finirono nella soffitta. Quelle che colpivano il suolo facevano vibrare tutto, sentivi la terra che ti tremava sotto i piedi.”

De Palma aveva invece intenzione di far cadere le pietre sulla casa nella scena finale, prima che, come da copione, la casa prendesse fuoco ma: “Era l’ultima scena da girare, erano le quattro del mattino. Avevamo questo nastro trasportatore che doveva bombardare di pietre la casa, già pronta ad incendiarsi e collassare. Ma il nastro s’incastrò perché le pietre pesavano troppo. Era tardi, stava sorgendo il sole e a causa del frastuono stava arrivando la polizia per arrestarci! Così abbiamo incendiato la casa e l’abbiamo lasciata crollare e infossarsi nel terreno.”

Nel Carrie del 2013 la Peirce, per restare fedele al film di De Palma, ha deciso di far cadere anche lei qualche pietruzza nella scena finale, ma c’è da domandarsi quanto si capisca, se non si è letto il libro, che il potere telecinetico di Carrie in un momento di forte stress sta causando la caduta dal cielo di pezzi di ghiaccio e di granito!

Papà Ralph e la telecinesi genetica

Pur essendo, rispetto agli standard di Stephen King, un romanzo piuttosto breve, in Carrie succedono molte cose in quello spaccato di vita in cui osserviamo Carrie e la madre reagire agli eventi: storie d’amore adolescenziali, scherzi atroci, poteri soprannaturali, un ballo studentesco, la distruzione di una cittadina. Difficile schiacciare tutto nella trama di un film. Chi scrive resta quindi dell’idea che per apprezzare gli adattamenti, bisognerebbe leggere prima il romanzo, per conoscere davvero Carrie ed i retroscena della sua vita. Ralph White ad esempio, il padre di Carrie, è forse il personaggio più losco e misterioso della storia. Morto prima della nascita di Carrie, non lo incontriamo mai, né su schermo né su carta, lo conosciamo solo attraverso i racconti deliranti della vedova e le dicerie dei vicini di casa. Era un uomo robusto, con la pelle olivastra e i capelli sempre rapati a zero. Aveva un’aria infida. Quando lo vedevi avvicinarsi, passavi dall’altra parte della strada. Faceva il muratore, e la gente del quartiere diceva che andava a lavorare portando sempre con sé una Bibbia e una rivoltella calibro 38. La Bibbia era per l’intervallo di colazione. La 38 per il caso che incontrasse l’Anticristo in cantiere.

Ralph conobbe Margaret ad un raduno religioso. Erano entrambi ferventi Battisti, almeno finché non si convinsero che i Battisti servono l’Anticristo e da quel momento le funzioni religiose si svolsero privatamente in casa. A detta di Margaret, lei e Ralph vivevano senza peccato, senza la “Maledizione del Connubio”. Ralph e io, come Maria e Giuseppe, non conosceremo e non contamineremo mai la carne dell’altro. Ma quando Ralph era ubriaco, non era più tanto d’accordo con queste premesse e dieci giorni dopo il matrimonio nel 1962, Margaret abortisce in seguito ad una caduta. Dopo un anno Ralph le salta di nuovo addosso, ingravidandola tra una preghiera e l’altra, per poi morire di lì a poco, colpito accidentalmente da una trave d’acciaio, in un cantiere di Portland.

Essendo un personaggio fuori scena, negli adattamenti se ne parla poco o nulla, come poco o nulla si parla della natura della telecinesi, fatta eccezione per il sequel Carrie 2: La Furia, basato sul presupposto che Ralph avesse un’amante da cui aveva avuto un’altra figlia, anche lei telecinetica, i cui poteri vengono risvegliati dallo shock per il suicidio della migliore amica e si scateneranno nel disastro finale ad un party in una moderna villa con piscina.

La telecinesi, ossia il potere di influenzare la materia con la forza del pensiero, è per gli spiritisti quell’insieme di fenomeni psicocinetici (rumori, tavoli che tremano, oggetti che cadono, levitazioni) causati da entità soprannaturali, mentre per i parapsicologi è una forza del subconscio, scientificamente non ancora dimostrata, prodotta dalla larga percentuale di cervello umano che non utilizziamo. Il fenomeno dei poltergeist ad esempio, è per i primi opera di spiriti dispettosi, per i secondi è causato dalla forza psicocinetica involontariamente sprigionata da una mente particolarmente predisposta, spesso quella di un adolescente turbato. Per la parapsicologia quindi, siamo tutti potenzialmente telecinetici. Secondo il romanzo di King invece, la telecinesi è una mutazione genetica, un tratto ereditario molto raro. Il maschio è solo un portatore recessivo del gene, in lui il potere rimane sempre latente, mentre la femmina può essere portatrice recessiva ma solo in essa il gene può essere dominante e manifestarsi, in situazioni di forte stress o scatenato presumibilmente da sbalzi ormonali. Sfortuna volle che anche Margaret, benché priva del potere perché il gene dominante salta un paio di generazioni, ne fosse comunque una portatrice recessiva come Ralph, dando così alla luce Carrie, una telecinetica dominante come la bisnonna, che si narrava facesse galleggiare a mezz’aria i tavoli.

“Tu non permetterai che una strega viva!”

Morto Ralph, Margaret White restò a vivere da sola nella casetta bianca di Carlin Street, nella cittadina immaginaria di Chamberlain che si trova, manco a dirlo, nel Maine, come buona parte delle cittadine immaginarie della narrativa di King. Quando la gravidanza le ingrossa la pancia, la donna rifiuta di credere che una cosa simile stia accadendo proprio a lei che è così timorata di Dio, e si convince di avere un cancro agli organi femminili, punizione divina perché quando Ralph l’aveva violentata le era piaciuto! Nessuno va ovviamente a trovare l’invasata religiosa che pensa che tutti andranno all’inferno tranne lei, e nessuno si scomoda la notte del 21 settembre 1963, nonostante le grida bestiali provenienti dalla casetta bianca. “Pensavamo avesse a che fare con qualche stupidaggine sacra” dichiareranno i vicini. Margaret invece aveva partorito, da sola, nel suo letto, tagliando il cordone ombelicale con il coltello da macellaio di Ralph. E con lo stesso coltello stava per uccidere anche la neonata, che era la prova del loro peccato, ma le mancarono le forze.

Quest’anno, a ripagarci per l’assenza di questa importantissima scena in quasi quarant’anni di adattamenti è arrivata finalmente Julianne Moore, che apre il film in camicia da notte bianca, rigirandosi urlante tra le lenzuola del proprio letto zuppe di sangue, totalmente inconsapevole di cosa le stia realmente accadendo. Dopo una spinta di reni si ritrova, con sconcerto, una neonata piangente tra le cosce. “Volevo che il rapporto tra madre e figlia fosse il cuore e l’anima del film e volevo che iniziasse con la storia d’amore tra la protagonista e l’antagonista, Carrie e sua madre. Quella scena è il motore e il DNA del film.” – spiega la regista Kimberly Peirce – “Ci fa capire subito che si amano ma sono in conflitto. Volevo anche un inizio raccapricciante perché è quel che vuole questo pubblico, vuole essere spaventato.”

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Margaret è un donnone con la testa piccola, le gambe gonfie, i capelli grigi, occhiali bifocali senza montatura e che si veste come una di quelle suore in borghese. Nel linguaggio pungente del suo futuro patrigno, Margaret aveva la faccia come il retro di un’autobotte, e il corpo in conformità. La chiamava anche una ‘litania ambulante’. Per quanto mi puoi invecchiare e spettinare la Moore, resta sempre ben lontana da questa descrizione ma almeno lo sforzo di spettinarla l’hanno fatto, al contrario di De Palma che invece era andato di proposito in tutt’altra direzione con l’attrice Piper Laurie, che per il ruolo di una Margaret con vaporosa acconciatura anni ’70 si aggiudicò una nomination agli Oscar e rischiò un Golden Globe: “Mi era piaciuta ne ‘Lo spaccone’ (1961) e quando venni a New York per incontrarla, Piper venne vestita da Margaret White con questi capelli rossi e gli abiti neri e dissi ‘Oddio! E’ perfetta!’. Mi piaceva l’idea di una Margaret bella e sensuale, invece della solita vecchia befana.”.

Margaret è un personaggio fuori dal comune, anche nel romanzo è spesso surreale nella sua monotonia quotidiana in attesa dell’Apocalisse, nella sua follia religiosa e le sue violenze fisiche (calci, schiaffi, bibbiate in testa, tazze di tè faccia) contro la figlia. Non ci puoi fare un discorso perché parla quasi esclusivamente con preghiere e citazioni bibliche. La lavanderia, le parolacce, le docce, i bei vestiti, i parcheggi dei motel, il colore rosso, i cuscini, gli specchi: per lei ogni cosa è empia e peccaminosa ed a Carrie basta un nonnulla per finire in punizione, rinchiusa per ore nell’ormai famoso sgabuzzino pieno di crocifissi e di spaventosi quadri di un Dio rabbioso e vendicativo. E Margaret porta all’eccesso l’arte più praticata dalle mamme cristiane, il senso di colpa: quando Carrie non le obbedisce, lei si artiglia le guance fino a farle sanguinare e si prende a pugni in faccia. L’unica che rende davvero giustizia al lato masochistico di Margaret è la Moore, che sbatte ritmicamente la testa contro il muro, si tagliuzza le cosce. Forse l’instabilità mentale della sua Margaret è perfino un po’ troppo palese, tanto che anche la sua Carrie, Chloë Grace Moretz, la tratta con la preoccupata condiscendenza di chi ha a che fare con una pazza.

D’altronde Margaret è una donna profondamente religiosa che pensa di aver dato alla luce ed allevato una strega il cui potere, secondo lei, è un dono del demonio. Si sente in colpa perché pensa che dovrebbe ucciderla, continua a ripetersi È detto nel libro del Signore: Tu non permetterai che una strega viva!, ma in più occasioni l’istinto materno glielo impedisce. Dopo le prime mestruazioni della diciassettenne Carrie però, arrivano in rapida successione anche i ragazzi, il ballo della scuola, la ribellione contro l’egemonia materna e la telecinesi soppressa che riaffiora dopo quindici anni. Carrie non esita ad usarla anche contro la sua stessa mamma, per minacciarla (Guarda che faccio tornare le pietre, mamma!), zittirla o trascinarla fuori dalla sua stanza con la forza del pensiero. Margaret allora comincia ad avere paura e la Margaret della Moore è l’unica in cui riusciamo davvero a leggere quel terrore superstizioso negli occhi.

Ma in realtà tutta questa pazzia incontrollata e questo terrore nel romanzo sono solo accenni, intuizioni, perché la vera Margaret è fredda, ammonitrice, ben conscia dei propri piani, fermamente convinta delle proprie credenze e sinceramente preoccupata che Carrie perda la retta, e a quanto pare strettissima, via del Signore. Benché con un’interpretazione sicuramente troppo pacata nei suoi momenti di furore, la Margaret della serie TV di Bryan Fuller è quella che più si avvicina alla Margaret che ho sempre immaginato. Patricia Clarkson, che in trent’anni di carriera avrete visto in innumerevoli film e serie tv senza mai notarla, ci porta una Margaret anonima, com’è giusto che sia perché è troppo facile essere memorabili quando reciti un’ottava sopra il rigo: “La Margaret di Piper Laurie stava fuori come un balcone ed era chiaramente pazza,” – dice infatti Fuller – “Patricia Clarkson invece, recita lo stesso ruolo in modo molto più subdolo e calcolatore, con una calma intensità che è altrettanto inquietante”.

Barbara Rossini

 


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