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46. Beati

Creato il 16 giugno 2011 da Fabry2010
46. Beati

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Il monte cala a strapiombo sullo specchio d’acqua, cercando refrigerio o inseguendo una conferma della propria potenza, della forza sprigionata dal composto verdegrigio, grovigli di piante e di pareti liscie che digradano in lastroni affiancati come panche di un cinema all’aperto. La gente ascolta, ciascuna sul suo masso, come statue di cera, o sentinelle che attendono un’epifania improvvisa all’orizzonte. Yehochoua è in forma smagliante dopo la liberazione repentina: o forse ha il desiderio di comunicare qualcosa che gli esplode in cuore, prima che sia tardi. Una donna in calzoncini corti e canottiera si accarezza i capelli, un uomo grosso si concentra, le sopracciglia alzate, un ragazzino gioca con due frutti che sembrano meloni. Le parole hanno un’eco liquida o solida, a seconda che si posino sulle pietre-sedili o si cullino sull’acqua appena increspata dalla brezza. Non riempite la bisaccia di pane o di denaro, l’uomo inarca ancor più le sopracciglia, non comprate vestiti che non servono, la donna in calzoncini fa un smorfia impercettibile, non perdete tempo nei saluti, il bambino resta immobile, coi meloni nelle mani; non mettete la vostra sicurezza nei beni della terra, un tipo stempiato si guarda intorno diffidente, non abbiate paura di fallire: le sconfitte insegnano più delle vittorie, una donna bassa di statura ha un accesso di riso silenzioso, non temete di vedere Dio ogni volta che riuscite a perdonare. Gli sguardi s’incrociano, i sentimenti si accavallano, ognuno rivede il film della sua vita, i gesti più semplici passano al vaglio delle parole di Yehochoua, la pace è la fatica più grande, le relazioni sono osservate al microscopio, non guardate una donna con senso di possesso, è una sonda che scandaglia il cuore, non cercate un uomo per ben figurare in società, si sentono a un tratto inadeguati, siete voi a insaporire un mondo senza sale, o investiti di una dignità inimmaginabile, illuminate gli angoli oscuri della vita. Lo sparo arriva quando nessuno se lo aspetta: è un’eco né liquida né solida, un boato che interrompe le parole, tronca i pensieri, trasforma i sentimenti in un intrico di mani sulla faccia o tra i capelli, un aprirsi di bocche, uno sbarrare d’occhi, l’uomo grosso, la donna in calzoncini, il bambino coi meloni sono propaggini impazzite di una folla che si tende verso il giovane con la camicia insanguinata, le braccia alzate, sorretto da ragazzi che urlano, bestemmiano, stringono i pugni verso un nemico che non c’è, che non si vede, che forse è diventato pianta o lastrone o increspatura d’acqua, dove terra e cielo si specchiano senza più riconoscere confini.



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