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85. La mano nella tasca

Creato il 15 gennaio 2011 da Fabry2010

85. La mano nella tasca

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Maria è tornata davanti a San Giuseppe: non sa se per pregare o cercare un senso ai frammenti della sua storia tormentata. La vita le appare una catena di contraddizioni: anche il santo che la guarda fisso con la faccia di legno sembra ora severo ora felice, ora ubriaco ora assorto in chissà quali pensieri. Accende un cero – il quinto, il sesto? – senza afferrare la ragione di un gesto automatico che non sente suo, come se l’ordine di Andreas le sembrasse incomprensibile, o meglio, inaccettabile. Tutta la stanchezza dei giorni scorsi le piomba addosso all’improvviso: per chi sta lottando, per quale obiettivo sta spendendo i migliori anni della vita, perché tanti dubbi, insoddisfazioni, dolori laceranti? Dove ha sbagliato perché la vena inaridisse al punto da non riuscire a scrivere una riga? Dovrebbe tentare la fortuna, sposare un magnate dell’industria, girare il mondo, riempirsi gli occhi della bellezza devastante della terra, della luce insostenibile del cielo, fino ad avere il cuore ricolmo di fatti e parole, di cose e di persone, di animali, piante, fiori sconosciuti: chissà quali sentimenti si affaccerebbero allora, quali trame si formerebbero quasi senza sforzo, perché il romanzo nasce dalla vita e ha bisogno di respiri e corse, di abbracci e di bestemmie per sentirsi vero, e lo scrittore non fa che raccogliere una materia fluida mettendo una mano nella tasca, come nell’orcio della vedova in Sarepta di Sidone, quando l’olio e la farina parevano durare, a un tratto, per l’eternità. Maria si sente sull’orlo di una saggezza nuova, all’incrocio degli opposti, è triste e felice, saggia e stolta, paurosa e coraggiosa; sente che se sapesse suonare il pianoforte ne uscirebbe una musica mai udita, note che unirebbero le anime del mondo, la rabbia e la gioia, la docilità e la ribellione, il sogno e il calcolo, il terrore e la dolcezza; sente che l’artista crea un’opera unica, anche se scrivesse diecimila libri, se dipingesse diecimila quadri, è un’opera sola che raccoglie il filo di un discorso antico e nuovo, che si dipana tra la borgata romana e le luci della torre Eiffel, tra un pub pieno di fumo e le arcate del ponte sulla Senna; una storia in cui convergono tutte le altre storie, le impressioni che s’incidono negli anni dell’infanzia, le tempeste dell’adolescenza, la costruzione faticosa dell’età adulta, la decadenza progressiva della vecchiaia incombente. Cerca un cenno di assenso in san Giuseppe, che ora la guarda con gli occhi azzurri del barbone, fa confluire, come lui, passato e futuro, gioia e dolore, senso e non senso, ma solo Andreas trova la risposta mettendo una mano nella tasca e tirando fuori il mondo.



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