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A maggio in libreria: “Dovevamo saperlo che l’amore”

Creato il 25 aprile 2011 da Diarioelettorale
Dovevamo saperlo che l'amore

la copertina del romanzo

L’impresa più clamorosa della sua vita militare nonno l’aveva compiuta nel 1908. Aveva 22 anni. Di stanza a Messina. Il terremoto più immane che storia ricordi. Lui c’era. Riuscì a salvarsi: dei soldati semplici del suo reggimento di bersaglieri si salvò lui e un altro castellammarese che però impazzì e prese a girare come una trottola per tutta l’isola, a piedi. Nonno riuscì a salvare anche il colonnello comandante e l’intera famiglia. Li tirò fuori dalle macerie. Aveva una forza smisurata. Non parlava mai, che io ricordi, di questa storia. Fu sempre mamma a raccontarla, ma più che i particolari ci dava il grosso dei fatti con termini allucinati e grandiosi tipo ‘cataclisma’ ‘maremoto’ ‘centinaia di migliaia di morti’. Le prime ore successive al grande sismo i superstiti credettero che fosse giunta la fine del mondo, l’aria era tetra, il mare s’era mischiato con la terra e con le cime di campanili. D’un tratto, non so se ore o giorni dopo, sentirono un rombo di cannone. Sparavano dal mare. Sbarcarono i soccorsi. Li seguiva il re, Vittorio Emanuele III in persona, non ancora fellone. A nonno strinse la mano e si congratulò per l’opera meritoria. Fu insignito con tanto di medaglia al valor militare. Ai soldati sopravvissuti e che avevano prestato soccorso, oltre che la medaglia e il diploma, fu permesso di raccogliere fra le macerie tutto quello che trovassero, e di appropriarsene: una specie di sciacallaggio buono. Nonno non si fece pregare….

Novanta anni dopo, procedendo alla spartizione dei beni, che comunque la si pensi resta il modo più incisivo per riciclare le cose della morte e farle rivivere, io e le mie sorelle non sapevamo a chi dovesse capitare un minuscolo oggettino d’argento, finemente cesellato, forse un portasale, con cucchiaino, il solo pezzo superstite della pietosa razzia di nonno dopo il terremoto di Messina, quella concessagli dal re. Abbiamo fatto i bigliettini, abbiamo estratto il portasalino d’argento, è venuto il mio nome, è toccato a me, che non ho mai vinto niente a nessuna lotteria, a me come era giusto che fosse, vuoi perché porto il nome di nonno, vuoi perché in fatto di terremoti, smottamenti e frane, io sono specialista.

Non era tutto rose e fiori. L’ambientamento non era facile, specie i primi giorni. Bisognava riadattare l’occhio ai nuovi spazi, alla luce che colava più precipitosa sulle cose. Le strade ci apparivano strette, anguste, calcate, per quanto lunghissime, diritte e in salita. Le facciate delle case, screpolate, soprattutto gli scalini dei portoncini: mezzi rosicati. Tutte pavesate a lutto con la striscia nera, sghimbescia, alta, sotto la lunetta.
La luce, diversa, più compatta e abbagliante; picchiava sui terrazzini e vi spalmava fette d’azzurro che sembravano origanate, tanto l’aria era più pregna, densa, più aspra e odorosa. Le strade non erano tutte asfaltate. Quando non sterrate, erano ‘ncutate, con balate, strisce rettangolari di pietra, che racchiudevano quadrati di ciottoli disposti a rilievo e con eleganza superiore alla disposizione dei sampietrini romani. Sulle balate scanalate le ruote dei carretti mandavano un suono di frantoio stanco. I carretti erano i soli mezzi di locomozione, non esistevano macchine in giro.
La miseria era tanta, ma rappezzata e vissuta con dignità. Le donne, dentro gli scialli neri, affrettavano sempre il passo. Tutti ci guardavano con curiosità condita con una punta di invidia. Noi eravamo ‘i romani’, quelli venuti dal continente; eravamo ricchi, noi: la sorella e i nipoti di lu parrinu. Gli occhi erano taglienti, davano soggezione; le bocche sdentate, nessuna esclusa. Il paese, cupo e gioviale. Bisognava uscirne fuori per apprezzarne la bellezza incastonata nel golfo. Si saliva attraverso una larga trazzera al belvedere spianato sulla montagna.
Da lì si godeva una vista unica, mozzafiato. Il castello a mare, l’azzurrità schiumata delle onde e del cielo piombato sulle case: un presepe.

Le malelingue peggiori sono quelle degli ignoranti. Processioni di artigiani analfabeti, di femmine idrofobe, onestissime madri di famiglia, ma soprattutto di beghine patentate zitelle che puzzavano di scialle nero, tutte rosario e chiesa (venivano chiamate ‘mistiche’), presero a bussare alla porta della sacrestia di Sant’Antonino. Una litania di lamentele. Sulle prime zio sorrideva, più spesso rispondeva con un’alzata di spalle. Allora insegnava religione alla scuola marinara; anche qui gli giunsero voci. In spiaggia c’erano le fimminazze, gli disse una volta un pallido giovincello figlio di pregiudicato e di madre alcolizzata, ignaro delle parentele del professore. L’ombrello che zio aveva in mano si fracassò d’incanto sulla testa dell’emaciato aspirante voyeur.
“Viddani,” fu il giudizio lapidario di mamma (quel viddani noi lo traducemmo all’istante, in romanesco, con ‘burini’).
“Ha ragione Paolo. Quando dice che lu paisi è tintu, chi li cristiani sunnu tinti.”

Pubblicato con lo pseudonimo di Nelson Martinico, “Dovevamo saperlo che l’amore“, da cui sono tratti gli stralci assai casuali che precedono questa nota, è l’ultimo romanzo di Giuseppe Elio Ligotti, scrittore di origini castellammaresi, ma nato e vissuto a Roma.

Il romanzo è una biografia nella quale si raccontano oltre quarant’anni di vita familiare.

Dai nonni emigrati dalla Sicilia a Roma negli anni Trenta, ai traumi della guerra e alle incertezze della difficile ricostruzione, alle svolte epocali degli anni Sessanta e all’atmosfera di piombo di quelli successivi.

La scrittura – unica terapia – ricostruisce esistenze, ripercorre infanzia e adolescenza nel chiassoso e a volte goliardico clima di una grande famiglia sicula di cuore generoso, nei quartieri romani della formazione; rivive i passaggi di una giovinezza tanto avida di sperimentare quanto bisognosa di nutrirsi di scoperte (la poesia, il cinema, la politica) per individuare la propria vocazione.

Mentre la famiglia si allarga e la narrazione vive tra le estati siciliane, la Capitale e il Veneto, che si fa quasi patria d’adozione del protagonista, egli attinge alle donne che hanno provveduto alla sua educazione sentimentale, agli indimenticabili personaggi che con la loro stravaganza o semplicità gli hanno aperto la mente, alle proprie non sempre lineari tappe esistenziali, ai cult che hanno fatto da riferimento alla sua crescita.

E la storia (le storie) si fa registro dell’evoluzione della società italiana di quegli anni: un vasto affresco di intense passioni collettive alternate ai momenti bui delle stragi e dei terremoti. Ogni evento esterno si traduce in “segnale” di vissuto, trova eco nel percorso privato incalzandolo, determina orientamenti e disorientamenti, suscita buona e cattiva coscienza nel contratto di sincerità stipulato dal narratore col suo puntiglioso alter-ego.

Tra sorriso e “incazzatura” (alla De Andrè), col pudore delle pulsioni poetiche ma con il coraggio delle fragilità, l’autore intreccia il filo della propria storia nel tessuto collettivo e in anni che hanno visto la fondazione di un’Italia alla quale un’intera generazione guarda forse con nostalgia.

Di prossima uscita nelle migliori librerie è possibile saperne di più dal sito della casa editrice Lupo Editore, presso la quale sarà possibile anche effettuare l’acquisto online.


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