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Africa: il prossimo granaio del mondo?

Creato il 31 ottobre 2013 da Bloglobal @bloglobal_opi
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di Salvatore Denaro

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L’Africa ha la terra ed il capitale umano per sviluppare un sistema agricolo in grado di produrre eccedenze per garantire la sicurezza alimentare globale negli anni a venire”, diceva Kofi Annan in occasione del Consiglio dei Governatori del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) del luglio 2011. Alla luce del Rapporto sullo stato dell’agricoltura africana pubblicato lo scorso 4 settembre dall’AGRA (Alliance for a Green Revolution in Africa) cerchiamo di capire se quelle parole sintetizzano concretamente e realmente la situazione del comparto agricolo africano.

AGRA è un’associazione, presieduta proprio da Kofi Annan, che ha l’obiettivo di promuovere lo sviluppo economico dell’Africa attraverso un forte rilancio dell’agricoltura. Ad esempio, AGRA sostiene oltre 100 progetti in tutta l’Africa sub-sahariana con lo scopo appunto di supportare i piccoli produttori a migliorare ed aumentare la produttività, rendendo più efficaci le tecniche di coltivazione anche in relazione ai cambiamenti climatici ed offrendo dei canali privilegiati per l’accesso al credito, visto che solamente lo 0,25% della totalità dei prestiti è rivolto agli agricoltori. Il lavoro svolto da AGRA in occasione della stesura del “Africa Agriculture Status Report: Focus on Staple” offre uno spaccato estremamente chiaro della situazione agricola africana proprio perché incrocia i dati forniti dalle specifiche Agenzie delle Nazioni Unite (FAO e IFAD) e della Banca Mondiale, con quelle dei governi nazionali rafforzate dal punto di vista empirico dalle indagini effettuate direttamente dalla stessa Associazione. I Paesi interessati dall’analisi del Report sono: Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Malawi, Mozambico, Niger, Nigeria, Sierra Leone, Rwanda, South Sudan, Tanzania, Uganda, e Zambia.

L’agricoltura in Africa vale il 30% del PIL: i dati relativi alla produttività agricola ci dicono che, ad esempio, il 75% dei cereali proviene da produzioni nazionali e i redditi che ne derivano contribuiscono al sostentamento del 70% della popolazione. Del resto, le persone coinvolte in agricoltura nei Paesi oggetto della ricerca rappresentano i due terzi della forza lavoro e addirittura in Burkina Faso raggiungono il 90%. Detto ciò, dal Rapporto emerge un potenziale enorme nel miglioramento della produttività che appare fortemente penalizzata da un uso inappropriato delle varietà vegetali, dall’inefficacia e dall’inadeguatezza dell’applicazione dei fertilizzanti (tra l’altro venduti a prezzi esorbitanti), dalla carenza di infrastrutture come strade e impianti di irrigazione.

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GDP and real agricultural GDPgrowth rates, 2000-2011 – Fonte: Africa Agriculture Status Report: Focus on Staple

Tuttavia l’economia agricola sub-sahariana ha cercato di ampliare il livello produttivo in relazione ad un forte aumento della popolazione e alla conseguente richiesta di più cibo. Ma all’aumento vertiginoso della popolazione è corrisposto un miglioramento ed un ammodernamento delle tecniche di coltivazione assolutamente non soddisfacente e non in linea con l’incremento demografico. A conferma di ciò i numeri che emergono dalla ricerca evidenziano una costante diminuzione della produzione alimentare pro-capite, a fronte di un aumento delle aree coltivate e quindi un’impennata delle importazioni di cereali: si è passati da 5 milioni di tonnellate negli anni Sessanta agli oltre 50 milioni attuali. Se prendiamo in considerazione la coltivazione dei cereali, la produttività è particolarmente bassa, in media una tonnellata per ettaro, al contrario di quanto sta succedendo in Asia, dove la produzione alimentare pro capite rispetto agli anni Sessanta è raddoppiata grazie alla diffusione di particolari varietà di riso e grano ad alto rendimento insieme a sistemi di irrigazione e fertilizzanti più efficaci. A tal proposito, basti pensare che l’utilizzo di concimazione di origine minerale in Africa si attesta sui 9/10 Kg per ettaro contro i 125 Kg del Brasile e i 167 dell’India, mentre in Paesi come Uganda, Burundi e Nigeria non si superano i 2 Kg.

Continuando secondo questo approccio comparativo, in Africa si investe in ricerca agricola meno che in tutto il mondo, circa 70 ricercatori per milione di abitanti contro i 550 dell’America Latina, 340 dell’Asia (senza il Giappone), 1.990 dell’Europa, 2.640 dell’America Settentrionale fino ai 4.380 del Giappone.

Inoltre, l’instabilità politica di Paesi come Liberia, Ruanda , Niger e Sierra Leone ha rappresentato un vulnus nell’incremento della produzione. Al contrario di quanto accade in un Paese stabile come l’Etiopia, il quale ha raddoppiato la propria produzione di grano e adesso è il secondo produttore dell’Africa sub-sahariana dietro la Nigeria. L’esempio della transizione pacifica avvenuta nell’autunno 2012 con la morte dell’ex Premier Meles Zenawi conferma che, nonostante continue tensioni con l’Eritrea, l’Etiopia può considerarsi a tutti gli effetti un Paese stabile, dalle solide istituzioni e quindi maggiormente strutturato per raggiungere livelli più elevati di produzione agricola.

Al di là delle questioni interne ai singoli Stati, appare sempre di più necessario il rafforzamento di un’agricolture policy comune capace di fornire il sostegno necessario alla spina dorsale del settore agricolo africano, ovvero i piccoli produttori. A tal proposito, gli Structural Adjustment Policies che i Paesi in Via di Sviluppo devono seguire per ottenere prestiti, aiuti e finanziamenti dalla Banca Mondiale o dal Fondo Monetario Internazionale, non hanno condotto a risultati soddisfacenti per il comparto agricolo africano. Nonostante i prestiti concessi dalla Banca Mondiale e dal FMI abbiano avuto l’obiettivo di promuovere la crescita economica e consentire agli Stati di ripagare i debiti accumulati, le condizioni a cui gli stessi Stati erano costretti a sottostare hanno di fatto “tagliato le gambe” ai piccoli produttori agricoli. Sfrenate liberalizzazioni, frequente ricorso alla svalutazione monetaria, privatizzazioni, deregolamentazioni e abbattimento delle barriere commerciali hanno certamente favorito l’esportazione di beni come cacao e caffè penalizzando le piccole produzioni di cereali per il mercato interno. In relazione alla necessità di supportare i piccoli produttori agricoli, dal Rapporto emerge l’importanza dell’evoluzione delle organizzazioni degli agricoltori. Infatti liberalizzazioni e privatizzazioni stanno producendo un forte cambiamento nel loro approccio, sempre più polivalente ed orientato ad offrire agli associati una gamma di servizi che racchiude obiettivi sia commerciali che sociali. In questo caso, il modello efficace delle organizzazioni di produttori in Kenya evidenzia come quest’ultime si siano adeguate ai tempi fornendo risposte concrete alle molteplici dimensioni della globalizzazione.

Il Rapporto affronta inoltre la questione dell’introduzione di sementi OGM nell’agricoltura africana. Anche in Africa il dibattito intorno a questa questione è particolarmente acceso. Attualmente solo Burkina Faso, Egitto, Sudan e Sudafrica hanno aperto al commercio di prodotti e sementi OGM, mentre sono vietati in Paesi come Angola, Etiopia, Kenya, Lesotho, Madagascar, Malawi, Mozambico, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbabwe. AGRA sembra schierarsi a favore di un maggiore utilizzo di OGM a fronte di alcuni studi della Commissione europea, dell’Organizzazione mondiale della Sanità e della U.S. National Academy of Sciences che mostrano l’assenza di un impatto negativo sulla sicurezza alimentare. Importanti lobbies agricole statunitensi sono pronte ad accaparrarsi la miniera d’oro africana, qualora la diffusione degli OGM raggiunga gran parte del continente, come quando l’Amministrazione Bush stanziò oltre 700 milioni di dollari per finanziare un programma di aiuti incentrati sull’utilizzo di OGM a sostegno dell’agricoltura africana.

Altro aspetto importante affrontato dal Rapporto riguarda il ruolo della donna nell’economia agricola. Secondo questo studio, le donne impiegate in agricoltura nell’Africa sub-sahariana raggiungono il 65% del totale della forza lavoro, una percentuale talmente alta da rappresentare un primato mondiale. Il dato assume maggiore rilevanza se si aggiunge che esse svolgono la maggior parte del lavoro all’interno delle piccole aziende agricole ovvero tutto il lavoro di semina, lavorazione e vendita. Ecco perché investire su una maggiore efficacia ed efficienza nel lavoro femminile rappresenta un punto cardine dello sviluppo agricolo africano. Le donne hanno un minore accesso alle tecnologie, ai metodi di fertilizzazione, al credito rispetto agli uomini, per non parlare poi dell’enorme lavoro “informale” che svolgono nella gestione del piccolo appezzamento di terra per sostenere la famiglia.

In base ai numeri e alle prospettive delineate dal Rapporto, si può certamente confermare che le parole di Kofi Annan riportate all’inizio abbiano un tangibile fondo di verità. Le possibilità di fare dell’Africa il nuovo granaio del mondo appaiono evidentemente concrete non solo per l’opportunità di sfruttare oltre 600 milioni di ettari, ma per la necessità di sfamare una popolazione che nel 2050 potrebbe raggiungere i 2 miliardi. Anche se gli auspici e le speranze che contraddistinguono i giudizi positivi sul prossimo incremento della produttività agricola africana devono fare i conti con una realtà politica complessa, frammentata e, soprattutto, scarsamente coordinata.

* Salvatore Denaro è Dottore in Scienze Internazionali (Università di Siena)

Photo credit: UN/Fao

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