Magazine Diario personale

allergie temporali

Da Ducdauge @ducdauge

Ogni uomo ha la sua stagione e ogni stagione ha i propri acciacchi. E questo, forse, non vuol dire niente.
C’è chi ha delle intolleranze alimentari, chi etniche, c’è chi muta forma e colore al contatto con determinate sostanze ed elementi e chi, più comunemente, è allergico al tempo. Sì, avete capito bene: allergico al tempo! Ma non allo scorrere dei secondi, dei minuti e delle ore; e neanche al tempo meteorologico: se c’è il sole sta male, se piove gli si arrossano gli occhi, se è nuvoloso gli vien da piangere. No, è un tipo di allergia che non provoca asma o irritazioni da curare con un semplice antistaminico. Che poi a volte neanche per quelle allergie lì funzionano gli antistaminchia, o come diavolo si chiamano.
Siamo in tempi avvelenati, e così come in tutti i saecula saeculorum amen, l’essere umano non sembra essersi mai adattato, a fronte di qualsiasi teoria evoluzionistica o creazionista. Non sono bastati degli dèi immortali in gusti e vizi e difetti simili a lui, neppure uno che si è appositamente sacrificato, né le altre divinità più e meno antropomorfe: nessuno è mai riuscito a curare e far cambiare, quanto meno adattare, questo povero e megalomane essere.
Lui, sempre lì nel suo piccolo mondo ancor più piccolo della Terra, prova e riprova a scappare dal suo tempo, pensando e immaginando chissà cos’altro.
Maledetto chi ha inventato modi e tempi verbali: pensate se un leone avesse il congiuntivo e il condizionale: «Se avessi fame, quest’oggi, potrei anche mangiare.» Un corno! Ha fame, oggi deve mangiare! Ieri è andata fortunatamente bene, oggi chissà, domani potrebbe anche non servire preoccuparsi. Solo un perpetuo presente.
L’uomo è troppo proiettato verso il passato e verso il futuro. E anche verso il se, il forse e il come.
C’è quest’allergia qui, che è un po’ come il tempo: probabilmente non esiste, è solo nella nostra testa, ma noi non possiamo fare altro che agire e pensare solo in sua funzione. Ne siamo talmente prigionieri che non riusciamo a fuggire. Avergli dato un nome è la nostra prigione.


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