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attacco ai ricchi -quarta parte

Da Gaia

Il quarto capitolo [Hervé Kempf, Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta] parte dalle teorie di Thorstein Veblen, economista dell’Ottocento. Secondo lui, “il possesso della ricchezza è rimasto il mezzo di differenziazione [tra classi sociali], il cui oggetto essenziale non è quello di rispondere a un bisogno materiale”, perché se così fosse saremmo già a posto da un pezzo, “ma quello di assicurare una ‘distinzione provocante’ o, in altre parole, di esibire i segni di appartenenza a uno status superiore…” Una volta soddisfatti i ‘bisogni’, “il surplus di produzione deriva dal desiderio di accumulare ricchezza allo scopo di distinguersi dagli altri. Ciò è alla base di un consumo esibizionista e di uno spreco generalizzato.”
Ognuna delle classi in cui è divisa la società “cerca di imitare la classe superiore” attraverso i consumi. Questo conduce “a una valanga di sprechi, che hanno origine in cima alla piramide umana.” La classe più alta quindi stabilisce un modello che viene copiato dalla classe inferiore, e così via fino alla base.
Mentre leggevo questo capitolo, cercavo di testare la teoria in base alla mia esperienza. Prendiamo quell’abominio del giornalismo che sono le riviste femminili: gran parte delle loro pagine sono dedicate a consigli sul consumo, in cui, prendendo esempio da attrici sempre con un vestito nuovo (magari brutto), ricconi con case da sogno, donne truccate alla perfezione, suggeriscono come ottenere gli stessi effetti “spendendo meno”. Non capita mai che questi giornali consiglino di dare una sistemata all’abito dell’anno scorso, o di usare l’aceto per pulire la cucina o la farina di ceci per lavare i capelli (io lo faccio e funziona), per dire, il che dimostrerebbe che lo scopo di questi giornali è un aiuto alla risoluzione di problemi pratici. No: propongono sempre nuovi e costosi prodotti. E non solo i giornali femminili: L’espresso, per dire, fa lo stesso. Ormai la quasi totalità dei media dedica ampi spazi alle esortazioni al consumo basate sull’emulazione. Altro esempio: quanti genitori di basso reddito si tolgono il pane di bocca per pagare ai figli cellulari e vestiti che non li facciano sfigurare con i coetani? Oppure: capita spessissimo di vedere persone che guadagnano molto poco, ma non riescono a rinunciare a cambiare spesso borse e vestiti, o apparecchi tecnologici, per cui cercano di procurarseli a prezzi talmente bassi che chi li ha prodotti deve essere stato pagato pochi euro al giorno, ma chi se ne frega. L’ironia è che spesso queste persone trattano da “ricconi” e da stronzi chi ha prodotti costosi, magari fatti artigianalmente, dimenticando che alle volte il maggiore costo è segno di equa retribuzione del produttore, e che è più immorale il possesso di molti beni troppo economici. Mi ricordo gli operai in sciopero contro la delocalizzazione, che ho visto da vicino: a occhio e croce avevano tutti vestiti dei cinesi.
Ma divago, torniamo a Veblen. Nelle sue parole: “La produttività aumenta in seno all’industria, i mezzi di sussistenza costano meno lavoro, e perciò i membri attivi della società, invece che rallentare i loro sforzi e riposarsi, si impegnano allo spasimo al fine di raggiungere un lusso maggiore e visibile. La tensione non trova sollievo in alcun modo, visto che il possesso di un bene superiore non avrebbe avuto problemi a procurare la relativa soddisfazione se questa era tutto quello che si cercava; l’aumento della produzione e il bisogno di consumare si alimentano a vicenda: ormai si tratta di un bisogno espandibile all’infinito.” Non so, mi viene in mente un altro abominio con largo seguito: Sex and the city. In ogni scena, le donne indossano vestiti costosissimi e diversi: per una donna normale sarebbe impossibile vivere così, ma anche se lo facesse, rimarrebbe comunque “peggio vestita” dei suoi modelli, che sono già alla collezione successiva.
Il problema non è quindi solo la classe di mega-ricchi, ma anche la “nomenklatura”, la classe di professionisti, sottostante, che la copia.
Kempf cita studi secondo i quali: “il livello di soddisfazione dei lavoratori inglesi era più elevato quanto più inferiore era rispetto al loro il salario dei loro pari….”, oppure secondo cui “le famiglie le cui entrate sono inferiori al gruppo sociale di riferimento risparmiano meno di quelle che guadagnano di più, allo scopo di potersi permettere i consumi e mantenersi al livello di queste ultime.” Secondo un altro studio il tempo dedicato al lavoro aumenta in proporzione alla disparità sociale, e nelle società con più ineguaglianze la gente tende a lavorare di più. La soluzione è quindi tassare “i gruppi che fungono da modello di consumo”, per limitare l’effetto di emulazione a cascata.
La soluzione, dicono quelli che si oppongono alla redistribuzione, è invece la crescita. Ma innanzitutto, sostiene Kempf, questa non crea automaticamente sufficenti posti di lavoro. E se lo fa, a che prezzo? Per mantenere i prezzi bassi, senza i quali non è possibile consumare su larga scala, si sacrificano l’ambiente e i diritti dei lavoratori, questa è una storia vecchia. I recenti casi di suicidi in Cina, nella fabbrica che produce iPod, dovrebbero far riflettere sul costo umano del nostro consumo. E poi, soprattutto, il nostro pianeta non può sostenere ulteriore crescita economica, punto.
Quindi: decrescita, e non solo per i ricchi, ma anche per tutte le classi che li emulano. Questo significa innanzitutto noi: quante volte ci hanno detto che il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse? La classe media mondiale, sì, noi, noi, deve darsi una regolata, ma prima devono farlo i mega-ricchi, per una questione di equità, e di porre fine al circolo vizioso dell’emulazione. Speriamo di avervi convinto, fine quarta parte.


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