Magazine Cinema

Big Eyes, la recensione. Diversità, il tuo nome è donna

Creato il 01 gennaio 2015 da Oggialcinemanet @oggialcinema

Il commento di Maurizio Ermisino

Summary:

Non arrivano molte donne qui. Suo marito approva che lei lavori?”. San Francisco, fine anni Cinquanta. È il primo colloquio di lavoro di quella che, una volta sposata, sarebbe stata Margaret Keane (Amy Adams), la protagonista di Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton. È una pittrice, e trova lavoro come decoratrice in una fabbrica di mobili. Margaret poi si sarebbe sposata a Walter Keane (Christoph Waltz), e avrebbe vissuto grazie alla sua arte. A un prezzo molto caro, però: che a risultare l’Artista fosse il marito. Siamo nell’America degli anni Cinquanta e Sessanta, quelli in cui le donne dovevano essere mogli perfette nelle case perfette. E nient’altro. Essere una donna nei Cinquanta significa aver paura che l’ex marito ti porti via i figli se non hai una casa di proprietà, e sposarsi con un uomo appena incontrato per evitarlo. Significa esitare, con gli occhi carichi di lacrime, quando a una mostra sei accanto a tuo marito e ti chiedono chi sia l’artista dei quadri, e poi pentirsene amaramente per il resto della vita, o quasi, fino a quando perdurerà l’inganno. Significa non pensare di poter essere un’artista, una categoria destinata ai soli uomini.

bigeyes_28_20141203_1210030038

È stato da sempre il cantore dei diversi, dei freak, Tim Burton. Creature con le forbici al posto delle mani, deformi uomini pinguino, spose cadaveri, registi di serie Z, e così via. Anche stavolta ci racconta una diversità. Ma è meno mostruosa, più concreta e reale. È quella delle donne in quello che James Brown definirebbe “a men’s men’s world”, un mondo per soli uomini come era quello dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta. Parliamo di America, ma potremmo essere in qualunque paese d’Europa di quell’epoca. Ma siamo sicuri che quell’epoca sia finita? Margaret si sente diversa, perché la società la fa sentire tale. E, condizionata com’è, per anni non osa nemmeno pensare in un altro modo. Raccontando la sua storia Burton mette ancora una volta alla berlina il falso perbenismo americano, quello delle villette con giardino di Edward mani di forbice, quel conformismo che per l’Autore di Big Fish è ciò che di peggiore ci sia al mondo.

Tim Burton racconta la storia di Margaret in modo in un film piccolo, intimo e personale, fatto di tinte pastello, toni tenui nella fotografia come nella recitazione. È un film lontanissimo da opere come Alice In Wonderland, privo di interpretazioni istrioniche e cariche, colori accesi o atmosfere gotiche. È il Burton che abbiamo amato in Ed Wood, al servizio di una storia, con una forma perfettamente coerente e funzionale a questa. Non è un caso: gli sceneggiatori, Scott Alexander e Larry Karaszewki, sono gli stessi. E sono gli stessi anche i temi di fondo. C’è la difficoltà a far capire la propria arte, la sottile inquietudine del proprio essere e della propria opera. Ed Wood e Margaret Keane forse non avevano in comune il talento, lui probabilmente non l’aveva e lei sì. Anche se Burton non sarebbe d’accordo: empatizza con la Keane come faceva con Wood, sentendosi molto vicino a loro, artigiano come lo era il “peggior regista del mondo”, ma anche creatore di figure allo stesso tempo inquietanti e tenere, come le bambine con gli occhi grandi della Keane, che non esiteremmo a definire “burtoniane”, opere che Burton ha apprezzato e comprato. E che hanno sicuramente influenzato il suo lavoro. Uno dei migliori film di Burton da molti anni a questa parte, Big Eyes è il suo primo film interamente girato dal punto di vista femminile. È una grande novità.

Burton gira un film semplice e con pochi graffi personali, ma lascia il proprio marchio di fabbrica nelle brevi scene al supermercato e allo specchio, in cui Margaret vede prima tutte le avventrici, e poi se stessa, con i grandi occhi che è solita dipingere. Proprio a un supermercato la vediamo passare davanti a uno scaffale di zuppe Campbell, quelle che Warhol avrebbe poi immortalato e moltiplicato portando al massimo il concetto di arte seriale, che aveva inventato proprio Walter Keane, il marito di Margaret. Si parla anche di questo, dell’arte e della sua commercializzazione, in Big Eyes. Ma sembra come se Burton voglia insistere su questo argomento per dirci che no, la sua, non sarà mai arte seriale, come stava rischiando di diventare con gli ultimi film, molto di maniera. Un piccolo, grande film come Big Eyes è il modo migliore per dimostrarlo.

Di Maurizio Ermisino per Oggialcinema.net


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog