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Chicago loves your face, Jimmy!

Creato il 27 dicembre 2014 da Basketcaffe @basketcaffe

Non mi piace la tua faccia: vattene!
Tomball, Texas. Un siluro muto esplode nel silenzio di uno strano pomeriggio. La signora Butler travolge il figlio Jimmy con il più tremendo dei benserviti; un calcio secco fa rimbalzare un corpo inerte sullo zerbino dell’infamia. Tredici anni dopo la prima alba di Houston, il ragazzino si ritrova per strada. Non ha mai conosciuto suo padre ed è appena stato cacciato di casa dalla madre: comincia la salita più difficile, si apre una sfida che non conosce l’arte sofisticata dei compromessi. La vita ruvida dello slum texano entra nelle narici di Jimmy e s’infila nelle vene esplosive di un fisico pronto: il destino sgancia il colpo più duro, ma il corpo reagisce e l’anima proietta la mente verso il domani.
Game over? No, sir!

Butler vive negli anfratti ombrosi che i palazzi e i ponti nascondono ai morsi del sole; il clima del Texas risparmia le piogge e il gelo, ma tredici anni non sono molti per cavalcare un’esistenza solitaria senza un dollaro in tasca. Jimmy esce con gli amici e dimentica il passato, accarezza la palla a spicchi e tocca tutti i granelli d’asfalto del piccolo playground cittadino, sbarca il lunario con l’arte ineffabile di chi si arrangia e costruisce il futuro con le fibre scintillanti dei muscoli d’ebano; uno spirito ordinario non s’infila nella cruna della sorte con la lucida determinazione che si staglia nei suoi occhi.
Butler frequenta la Tomball High School, ma non ha una stanza dove studiare o un letto stabile sul quale dormire; quando calca il rettangolo magico che anima la palestra, scarica sul parquet consunto tutta l’energia dell’universo impossibile che gli attraversa lo sguardo nel silenzio della solitudine.
Gli amici lo sostengono e i compagni gli offrono solidarietà, ma nessuno gli regala la normalità di una stanza tutta per sé: Jimmy incarna le speranze di emancipazione che animano Virginia Woolf nel sistema squilibrato del Sud povero, ma sente che un tornado di esplosività cestistica gli cresce fra il cuore e le gambe. Il basket sospinge i momenti belli e placa le sofferenze, riempie i vuoti ed esalta i pieni, allieta il tempo e apre porte.

In uno strano pomeriggio di fine estate, le pupille curiose di uno studente giovane stazionano sul profilo atletico di Butler: Jordan Leslie scorge l’energia selvaggia del fascio di muscoli che tira sul campo, ma immagina che l’arco dei tre punti spalanchi un vantaggio alla tecnica educata dei più piccoli. Lo sfida.
Shooting contest?
Jimmy accetta: non sa che una raffica asfissiante dal perimetro può cambiare la vita di un ragazzo. Lotta e si diverte, urla e sorride: il conto dei canestri si perde nell’inizio di un’amicizia saldissima.
Vieni da me stasera: puoi restare anche dopo i videogames, tranquillo!

Butler entra a casa di Jordan Leslie e trova altre sei giovani vite che condividono lo stesso tetto: la signora Michelle Lambert cresce i quattro figli che ha avuto dal marito defunto e i tre che il nuovo compagno ha portato in dote. I soldi sono pochi, ma l’affetto abbatte le barriere dello sconforto; quando tutti i fratelli di Jordan si battono per tenere Jimmy a dormire nella loro stanza una sera in più, la signora Lambert capisce che il provvisorio è diventato definitivo e conferma la decisione dei ragazzi con un sorriso: “Welcome home!

Dopo quattro anni di strada, Butler ritrova una famiglia: Michelle e il suo compagno lo accolgono con l’affetto che si deve a un figlio, ma gli impongono di rispettare rigidi orari di rientro e di diventare un role model. Il volto di Jimmy è sinonimo di guai? La risposta filtra attraverso il farmaco dell’eccellenza: il ragazzo deve diventare il miglior esempio della comunità di Tomball e il basket può trasformarsi nella migliore strategia educativa di sempre.
Jordan Leslie e i suoi fratelli stravincono la scommessa: Butler incanta per l’educazione che dimostra in tutte le occasioni formali, ma incendia i campi del Texas con il fuoco sacro di un indemoniato del gioco che ha trovato un equilibrio dopo anni di sofferenze. La scuola si accorge delle prestazioni del vecchio paria di Tomball, ma il College Basketball non avverte il fascino ruvido dei suoi centimetri spigolosi. Tutti gli atenei più importanti snobbano il figlio della strada e dell’affetto dei Lambert. Jimmy finisce negli oscuri meandri dell’America minore: Tyler Junior College assiste all’epifania vulcanica della sua voglia cestistica e pone le basi per la scalata alla Division I.
Gli scettici presentano richieste e i dubbiosi chiedono notizie della dinamo difensiva che ha sconvolto il concetto di freshman, ma Butler sceglie Marquette: pochi mesi dopo l’ennesimo trasloco di una vita che si riscopre raminga alla soglia dei vent’anni, l’inverno del Wisconsin morde i muscoli tesi di un ragazzo del Sud che non capisce le richieste del coach.

Voglio giocare!
Il figlio del Texas coltiva la protesta nel profondo dell’animo: si allena e si accende, si carica e si esalta, entra in campo e lucida il parquet con l’acidità energica del sudore, difende per due e travolge i tabelloni con una fisicità ingestibile. Conquista minuti, attenzioni, spazi.
Alla fine del terzo anno, gli addetti ai lavori di Milwaukee conoscono bene le infinite risorse mentali di un orfano della strada: l’asfalto indurisce la scorza e i sassi risvegliano i sensi che l’universo del Duemila sopisce in un ciclone di stimoli multimediali. Jimmy Butler fa esplodere la totalità energetica dei 201 centimetri in 100 chilogrammi di desideri instancabili e missioni impossibili. I provini che precedono l’NBA Draft 2011 si trasformano nel roll of honor di una sensation e un anonimo GM riassume per tutti l’impressione di un’epifania inattesa: “La sua storia è una delle più incredibili che abbia mai visto in tutti i miei anni di basket. Ci sono state così tante volte nella sua vita nelle quali era destinato a fallire. Ogni volta ha sconfitto pregiudizi abnormi. Quando gli parli – ed esita a raccontare la sua vita – hai la sensazione che quel ragazzo abbia la grandezza dentro di sé”.

Chicago si accorge che le rivali dell’Est e dell’Ovest non allungano le mani sullo strano asset difensivo di Marquette e Tom Thibodeau regala a Jimmy Butler un contratto garantito sigillato nel cappellino numero 30.
Ce l’ha fatta, ma non esita a ribadire al mondo le frasi forti che ha regalato a un cronista di ESPN pochi giorni prima della magica kermesse del Garden: “Non scrivere la mia storia in un modo che faccia sentire la gente in colpa per me. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Amo quello che mi è successo. Mi ha reso quello che sono. Sono grato per le sfide che ho affrontato”.
L’adolescente che non immaginava di riuscire a entrare nella squadra della Tomball High School poiché non aveva una camera per riposare è diventato un giocatore NBA; lo studente che passava ore di sconforto nel gelo del Wisconsin ha convinto gli scout della Windy City; l’atleta che non temeva Derrick Rose poiché si fidava dei suoi mezzi non si curava della forza degli avversari ha la chance di mostrare al mondo tutta l’energia che sa produrre nel silenzio della sfida.
Se solo avesse qualche minuto di campo… Il titolare del suo ruolo è Luol Deng, l’all-around-player che guida la classifica dei minuti giocati; Thibodeau stravede per la perla di Khartoum e adora l’efficacia costante del suo approccio difensivo. Jimmy osserva e impara, frigge e lavora.

Play me, Thibs!
Il rookie year è un lungo strazio di panchine, ma la spugna cestistica di un ragazzo di strada assorbe lo sguardo feroce di Joakim Noah e l’essenza universale di Luol Deng; le finestre di campo si allargano e il cuore del ragazzo conquista Thibodeau. Il pubblico dello United Center nota la scintilla di grandezza che gli occhi più attenti hanno scorto alla vigilia del Draft; quando il faro senegalese s’infortuna e comincia a saltare sprazzi importanti di stagione, Jimmy entra in campo e non esce più.
Gli interminabili intervalli della stella sudanese passano sulle spalle del figlio di Tomball; quando Chicago conferma la fiducia nel giocatore più improbabile del suo roster ed esercita l’opzione sul quarto anno di contratto, Butler raccoglie la sfida e dimostra alla dirigenza dei Bulls che le prestazioni di Deng non sono più indispensabili.
Lo swing-man titolare parte per Cleveland? La riserva lo rimpiazza nelle classifiche d’impiego e nel gradimento del tecnico; tutti si accorgono dell’energia ineffabile che il miglior guanto difensivo del proletariato oscuro getta nella metà campo difensiva dello United Center, ma i critici sottolineano con forza l’abominio offensivo che esce dai suoi polpastrelli. Butler conclude la stagione con 13.1 punti, 4.9 rimbalzi e 2.6 assist, ma un drammatico 39% dal campo lo “confina” a un ordinario 13.5 di PER; molto basso per una dinamo inarrestabile, troppo poco per un giocatore vicino al momento-chiave del rinnovo contrattuale. Butler non cambia passo neppure quando i Playoffs lo costringono a vivere altre due settimane decisive, ma quasi nessuno ricorda che una microfrattura tormenta le folate del suo gioco e trasforma tutti gli arresti di forza in lotte contro il dolore.

Jimmy reagisce allo sconforto con l’unica ricetta che conosce. Hard work. Ripensa a Tracy McGrady – l’idolo della sua gioventù raminga – e studia i video di Michael Jordan dal primo all’ultimo fotogramma: ogni giorno la voce amica e colta di Joakim Noah gli risveglia la competizione sulla scia irraggiungibile di His Airness, ma Butler rifiuta il concetto che riempie le menti dei pessimisti. Il lemma impossible è scomparso dal suo vocabolario in un triste giorno texano.
È partito dalla strada ed è diventato uno dei migliori difensori puri della Lega più famosa del mondo: le superstar e i giocatori che campeggiano sulle copertine patinate d’America rispettano la sua energia e non amano le “attenzioni” spigolose che riserva ai loro fisici famosi, ma la considerazione settoriale e le riflessioni specifiche non bastano a un venticinquenne che vive per abbattere le barriere che il destino gli ha costruito davanti agli occhi. Affitta una palestra a Houston e scandisce una daily routine degna dello spirito Chollima che ha animato l’incredibile avventura alla FIFA World Cup 1966 della Corea del Nord: gli allenamenti si susseguono dalle 7 del mattino alle 8 di sera e la pennichella post-lunch è l’unico break consentito. Cable TV? No, sir! WWW? No, sir! Jimmy mette al bando le distrazioni e lavora su tutti i fondamentali individuali: la difesa germoglia sul recupero pieno della funzionalità del piede e l’attacco decolla sulle sequenze più assurde.
Butler aggioga migliaia di tiri e si diverte a concludere su una gamba sola; quando trasferisce uno dei “suoi” esercizi sul campo dei Bulls, l’amico Noah lo schernisce: “Hey, Jimmy! Perché tiri su una gamba sola? A che ti serve? In partita non lo fai mai!

Against all oddz
In un’assurda serata di dicembre, Butler regala ai Bulls una graffiante vittoria alla Grind House di Memphis con un quarto periodo costruito sulle conclusioni acrobatiche dell’estate. Il figlio del Texas non è più solo una furia cieca e una defensive sensation: il suo nome riempie i dibattiti degli esperti in chiave All-Star Game. La crescita di Jimmy strabilia gli addetti ai lavori: il rientro di Rose e gli arrivi delle frecce spagnole aprono gli spazi dell’attacco di Chicago? Il #21 produce 21.9 punti, 6 rimbalzi, 3.3 assist e 1.6 recuperi a partita con il 53% da due e il 34% da tre: le mani di pietra di un potenziale incompreso lasciano il posto a Jimmy Buckets. Anche se Thibodeau non disegna quasi mai set offensivi per lui, Butler raggiunge un Usage del 22.3% e stampa un 22.2 di PER; i numeri lievitano e le speranze di strappare un maxi-contratto raggiungono i livelli estatici dei commenti più entusiasti.
All’inizio dell’autunno l’agente gli ha consigliato di rifiutare l’accordo da 40 milioni di dollari in quattro anni che la dirigenza dei Bulls gli ha proposto per convincerlo a restare a Chicago.
Voglio scommettere su me stesso e aiutare la franchigia a vincere più partite possibile”.
Gli esempi di Salt Lake City – Alec Burks e, soprattutto, Gordon Hayward hanno strappato contratti importanti alla dirigenza dei Jazz – e l’insopprimibile fiducia nel futuro proiettano Jimmy nella migliore stagione della carriera. Lo swing-man si accoppia con i migliori esterni della Lega e attacca il ferro avversario con straordinaria efficacia: i miglioramenti dall’arco e nell’in-between game trovano un riflesso significativo nell’aumento delle conclusioni dalla restricted area, che sfiorano il 47% dei tiri tentati, e nei 6.7 viaggi in lunetta che effettua a ogni allacciata di scarpe.

Butler non sarà mai un tiratore continuo e, con ogni probabilità, non diventerà un natural born scorer come alcuni dei più elettrizzanti attori del firmamento NBA, ma chi può porre limiti alla fame di un ragazzo che si è preso la Lega partendo dal dolore dell’abbandono totale?
Sky’s the limit, Jimmy Buckets!

 

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