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Comunicare è difficile (risposta a Beppi)

Creato il 17 agosto 2010 da Gadilu

0. Premessa ermeneutica. Comunicare è difficile. Non impossibile, ma difficile. Ricordo che fu il filosofo tedesco Schleiermacher a illustrare con chiarezza come lo stato normale della comunicazione non riposi sulla comprensione reciproca (che dunque rappresenterebbe un’eccezione), ma sul fraintendimento. Generalmente tendiamo a non accorgerci di questa cosa perché la comunicazione più frequente avviene innazitutto e perlopiù su una base ancora più larga di quella offerta dal fraintendimento: l’indifferenza nei confronti dei contenuti espressi da noi e dai nostri interlocutori. Heidegger ha chiamato questo fenomeno “chiacchiera” (Gerede), avvistando con ciò un fenomeno centrale nella relazione tra l’uomo (Dasein) e il mondo (Welt) che si esprime nel concetto di “deiezione” (Verfallenheit): “L’esserci può anche non sottrarsi mai a questo stato interpretativo quotidiano nel quale è cresciuto. In esso, da esso e contro di esso si realizza ogni comprensione genuina” (Essere e Tempo). Per analogia, il caso che presenterò qui di seguito è un tentativo di strappare il velo della deiezione al fine di liberare alcune scintille di “comprensione genuina” intorno a un problema ricoperto – nella sua quotidianità, cioè nell’estensione del discorso pubblico sudtirolese – da una formidabile coltre di chiacchiere. Sto parlando del problema della toponomastica.

1. Dentro la selva. Non ricapitolerò in dettaglio i termini della questione. Anche se forse non sarebbe inutile farlo. I miei quattro lettori “sanno” più o meno di cosa si tratta. Solo in rapida sintesi, dunque. In provincia di Bolzano vivono ufficialmente tre gruppi linguistici. La convivenza di questi gruppi linguistici è regolata da una complessa struttura di norme (definita come autonomia e poggiante su uno statuto, un testo dunque) che ha una duplice finalità (la esprimo cioè in chiave positiva e negativa): 1) Quella di consentire a ciascun gruppo linguistico di preservare la sua “sostanza culturale”; 2) quella di prevenire che il contatto reciproco tra gli individui dei singoli gruppi esponga questi ultimi al rischio di una perdita di tale “sostanza culturale”.  Quasi ogni aspetto della vita pubblica è informato da un siffatto (duplice) principio. Esiste un ambito, però, non ancora regolato da una legge provinciale. Quello della toponomastica, ovvero “l’insieme dei nomi attribuiti alle entità geografiche” [Fonte].

2. Dei simboli, ovvero il contrasto etnico rappresentato.  La difficoltà a stabilire per legge delle regole riguardanti l’utilizzo della toponomastica non risulta evidente a tutti. Per il motivo che qui entrano in gioco aspetti del “contrasto etnico rappresentato”, più difficili da affrontare di quelli relativi al “contrasto etnico effettivo” (che invece, per l’appunto, è stato formalmente risolto). A molti sfugge, per di più, che l’evoluzione del contrasto etnico dal piano effettivo a quello rappresentato (o simbolico) sia proprio una inevitabile conseguenza della soluzione di quel contrasto al suo primo livello. Il contrasto etnico effettivo, in altre parole, è stato “risolto” solo a patto che questa “soluzione” venisse anche rinviata al livello della rappresentazione e dei simboli. E questa mancata soluzione è anche la migliore garanzia per la tenuta dei meccanismi che inibiscono la riproposizione del contrasto al primo livello, quello effettivo. Una garanzia che – paradossalmente! – sembra venir meno proprio quando si pensa di mettere mano anche al contrasto simbolico e rappresentato per tentare di risolverlo. Ed è in questo spazio assai contraddittorio e paradossale che va collocato il cosiddetto “Schilderstreit”.

3. Le soluzioni in campo. E prima ancora, gli atteggiamenti di fondo che dovrebbero presiedere a questa soluzione sono di vario tipo. Come prima ipotesi (la soluzione “non-soluzione”) c’è chi avanza la proposta di non regolamentare nulla, di lasciare tutto com’è (vale a dire: ufficialità dei toponimi in lingua italiana – quelli che ci sono, nonostante la loro origine fascista – e libero uso degli altri, che sono “equiparati” a livello ufficiale, ma per l’appunto tranquillamente usati). È la soluzione che abbiamo adottato fino a ora e, in assenza di azioni particolarmente eclatanti (come quella avviata dall’AVS), si è sempre dimostrata di buona tenuta Il difetto, certo, è che non si tratta di una soluzione, ma di una non-soluzione. E poi abbiamo visto che la “buona tenuta” può essere scossa in ogni momento. Come seconda ipotesi c’è quella di chi vuole ufficializzare tutto l’esistente. È una soluzione apparentemente solomonica, ma anche questa ha un difetto. L’ufficializzazione dei toponimi tedeschi comporterebbe la defnitiva accettazione dei toponimi (già ufficiali) tolomeiani. È per questo motivo che non si è ancora compiuto questo passo (in teoria il piu facile da compiere). Come terza ipotesi c’è infine quella di una profonda revisione della toponomastica tolomeiana (nel senso di una sua riduzione), accompagnata dall’ufficializzazione di quella tedesca. Qui a impuntarsi sono gli italiani. Che ovviamente (ma sul significato di questo avverbio dovremmo soffermarci di più) non sono dello stesso avviso, temendo – sul piano simbolico – un attacco alla loro consistenza visibile in questo luogo (il cosiddetto “preavviso di sfratto”). Per quest’ultimo punto esistono ovviamente possibili varianti in merito alla profondità dell’intervento di revisione (e con diverse modalità operative). Dalla soluzione più estrema (proposta da chi non tollera nessun nome italiano che abbia come sua origine la matrice tolomeiana) a quelle che invece puntano sulla sfuggente nozione di “uso” e che quindi vorrebbero rimuovere “solo” i nomi che non sono usati dalla popolazione (ed è evidente/inevitabile che poi qui ci si vada a dividere sui metodi della rilevazione di un simile “uso”).

4. La mia posizione. Per molto tempo io mi sono rifiutato di assumere una posizione, su questa tematica. In linea di principio, infatti, credo che vivrei bene in ogni caso. Ma il problema non sono certo io. Allora ho cercato di esercitare un tipo di ragionamento capace di accogliere la sensibilità altrui e di mostrare (ai diversi interlocutori) quali POSSIBILI reazioni si sarebbero verificate in rapporto a questa o quella soluzione. Un atteggiamento, questo, difficile da comprendere (cfr. supra). Anche perché in quanto “italiano”, l’attribuzione di una certa visione delle cose (da difendere o da attaccare) scattava quasi automatica in ogni mio interlocutore. Alla fine (proprio perché tirato per i capelli) ho finito persino con l’immaginarmela, quella benedetta soluzione. Che enucerei così: 1) Ufficializzazione dei toponimi tedeschi; 2) Creazione di una commissione (con prevalenza decisionale italiana) per la revisione della toponomastica tolomeiana; 3) Promulgazione di una legge nella quale compaia – ovvero venga evidenziata – l’origine storica di gran parte dei toponimi italiani. In questo modo, ecco l’assunto di fondo, ognuno potrebbe veder riconosciute le proprie prerogative, e questo come “male minore” rispetto al “male maggiore” di una eterna discussione sempre rinascente.

È a questo punto, però, che mi sono state mosse ulteriori obiezioni da parte di un simpatico lettore della piattaforma BBD. E con il commento di queste obiezioni tenderei a chiudere (almeno per questa estate).

***

 gadilu, du wiegst die beiden “Befindlichkeiten” der Sprachgruppen Südtirols gegeneinander auf und kommst zum Schluss, dass ein “Hinzufügen” von Namen weniger schwer wiegen (oder die Befindlichkeit der anderen Sprachgruppe weniger stark stören) sollte, als eine “Eliminierung” des ursprünglichen Namens. Nun, unter den von dir in Betracht gezogenen Umständen und Vorgaben (deinem “abgeschlossenen System”) magst du Recht haben, mehr noch: dein Schluss erschiene als der einzig logische und gangbare.

Ho effettivamente parlato dell’opposta “Befindlichkeit” dei diversi gruppi linguistici partendo dalla constatazione che – in presenza di un contrasto simbolico – quella diversa “Befindlichkeit” costituiva un ostacolo praticamente insormontabile, sì. E davanti a un ostacolo insormontabile è meglio cambiare percorso – girare attorno alla pietra, come suggeriva Wittgenstein – e lasciare per il momento che non si cercasse una soluzione (impossibile) da condividere.

Was du dabei aber unterschlägst ist der historisch-ethischen Überbau. Namen am Schreibtisch zu übersetzen und ein Territorium damit zu überziehen ist ein der (proto-)faschistischen Ära eigenes proprium, eine Eigenschaft, die in dieser speziellen kühl-maschinellen-”wissenschaftlichen” Form jener Epoche eigen ist. Und wie das allermeiste, das vor 1945 in Mittel- und Südeuropa en vogue war und nachher (zu Recht) von demokratiepolitischer Seite diskreditiert wurde, sollte man auch übersetzte Orts- und Flurnamen mit der nötigen Skepsis und Vorsicht betrachten.

Non ho mai – e sottolineo MAI – sottovalutato questo aspetto. Anzi. So benissimo che questo aspetto è la “radice” profonda del dissidio. Quello che però tu a tua volta sottovaluti (mi pare) è la “percezione” di questa ingiustizia e le conseguenze che ne derivano in base alla diversa sensibilità dei gruppi linguistici precedentemente citata. Se infatti il ricordo di questa ingiustizia può risultare ancora “bruciante” per qualcuno (e non parlo dei tedeschi soltanto, ma anche di tutti quei “sinceri democratici” italiani per i quali il fascismo e le sue opere restano un permanente abominio), è indubbio che altre persone intenderanno quei simboli in un modo diverso, assumendole come parte del proprio vissuto, per esempio (mi pare questo il caso del Sindaco Spagnolli quando difendeva il nome “Vetta d’Italia”), e quindi aggiungendo elementi di complessità a una faccenda che solo da un preciso punto di vista può essere ridotta a quello che affermavi tu.

Eine Gleichstellung der jeweiligen “Toponomastiken” kann aus dieser Sicht also nicht geteilt werden. Hier die historisch und kulturell gewachsene, an Siedlungsgeschichte und “Tradition” reiche Ortsnamensgebung, dort die aus dem alleinigen Zweck der Assimilierung und Kolonialisierung erdachte Übersetzung derselben.

Io credo che una “equiparazione” delle due toponomastiche possa avvenire anche se si tratta di una “equiparazione asimmetrica”. Può insomma avvenire sul piano del diritto (astratto), il che però lascia impregiudicate tutte quelle componenti differenziali (concrete e affettive) che tu sottolinei. Anche in questo caso io farei valere una semplice (anche se, come vediamo, non è poi così semplice) scelta basata sulla diminuzione della superficie di contrasto. E riconoscere l’origine di quei nomi (dunque proprio quello che dici tu), senza tuttavia procedere a una loro eliminazione (quello che non accetterebbe la maggioranza degli italiani) mi sembra una linea di compromesso più praticabile di altre.

Indem man also vorsätzlich die Problematik der Tolomei-Namen leugnet, sie sozusagen versucht gänzlich wertneutral zu betrachten, macht man sich schon zum Parteigänger der Schergen, die die Genese und Exekutierung des “Prontuario” zu verantworten haben. Möchte man dann, aus Gründen der Parität, des “guten Willens”, des Gesetzes und dergleichen mehr, die komplette Anbringung dieser Übersetzungen zur Vollendung führen, macht man sich darüberhinaus mitschuldig an der Rehabilitierung von Unrecht und vollendet die Pläne Tolomeis unter – vermeintlich – demokratischen Vorzeichen.

Ho già detto più volte che non approvo una valutazione “neutrale” dell’eredità tolomeiana, ma mi preoccupa solo il meccanismo reattivo che innescherebbe un processo di revisione basato, per di più, su un’azione in gran parte dettata da un gruppo linguistico nei confronti dell’altro. Ed è per paura di quello che potrebbe accadere che, in questo caso, faccio mie le tue conclusioni: Dies wiegt schwerer als die Befindlichkeiten der einen oder anderen”.



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