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Contabilizzazione in bilancio dei beni pubblici

Creato il 20 gennaio 2012 da Stampalternativa

 

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 Tra i principali problemi del nostro sistema politico economico, dal piccolo comune al colosso parassitario denominato Stato, vi è la quasi totale mancanza di trasparenza economica su tutto ciò che è “pubblico”. Il termine pubblico, in teoria vorrebbe dire che appartiene a tutti i cittadini di data società, si collega a un concetto di nullità che fa divenire anche le ricchezze comunali solo degli oneri da gestire, nel migliore dei casi, o delle opere di valore abbandonate al proprio destino. Un’opera di sperimentazione economica, giuridica e politica sarebbe quella della contabilizzazione in bilancio di tutti i beni demaniali partendo dai beni dei Comuni per finire a quelli dello Stato.  Il demanio pubblico è immenso, eppure lo Stato e i Comuni si presentano continuamente come poveri, giustificando politiche di tassazione incontrollata. Oggi questo demanio è sterminato: strade e autostrade, porti e aeroporti, impianti energetici, beni storici e artistici, coste, acque territoriali, fiumi, laghi, risorse naturali degli enti locali, miniere, cave e, per accessione, rete elettrica e cavi telefonici (almeno potenzialmente), armamenti, strade ferrate, l’etere, che viene dato in concessione alle emittenti televisive con scarso corrispettivo, così come le coste vengono “privatizzate” con concessioni per pochi denari. A tacere delle riserve auree, 2500 tonnellate in Italia, e a loro volta non contabilizzate. Istituzioni che pur essendo ricchissime, si comportano come un miliardario con auto e case che guarda solo alle spese. La tendenza attuale dell’ordinamento giuridico va nella direzione di applicare allo Stato i principi civilistici, da questo punto bisogna partire affinché tali principi possano essere la soluzione per una gestione più trasparente. Si consideri, per esempio, questa bizzarria, per la quale se una S.P.A. possiede un terreno, questo è iscritto in bilancio e ha un valore di mercato, indipendentemente dall’esistenza di una volontà di venderlo, mentre se lo stesso terreno viene espropriato da una pubblica amministrazione questo valore si volatilizza, dato che non viene iscritto in alcun bilancio e in alcuna sua parte: diventa solo un costo. Eppure già nel 1896 Antonio Labriola scriveva che, con l’evoluzione storica, lo Stato “è dovuto divenire una potenza economica”, in particolare “nella diretta proprietà del demanio”, oltre che “nella razzia, nella preda, nell’imposizione bellica”. Si trattava dell’eredità dello Stato patrimoniale, di quelli che già per Adam Smith erano i beni di sua proprietà per il sostentamento del principe, oltre che per gli spostamenti delle truppe. Questi beni incarnano il potere sovrano, sono gli strumenti della supremazia, quelli che fanno di uno Stato uno Stato: però lo Stato sarebbe anche “povero”. Povero Stato, che rende poveri noi con manovre “lacrime e sangue”, quando basterebbe un ammodernamento della teoria del bilancio, per consentire manovre di crescita e non gravemente restrittive, come avviene ora.
Domenico Letizia


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